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Stupro. Un delitto senza attenuanti, sempre ... sempre

transessuale 350 260di Nadeia De Gasperis - Quando Caravaggio dipinse "La morte della Vergine", commissionata per la chiesa più importante dell'ordine dei Carmelitani Scalzi a Roma, l’opera fu rifiutata, perché l’artista aveva rotto un tabù, rendendo l’immagine della Madonna priva di qualsiasi tributo mistico, così terrena col suo ventre gonfio e livido, di un realismo blasfemo che aveva offeso la sensibilità dei committenti.
La leggenda vuole che Caravaggio si fosse ispirato al corpo esanime di una donna, prostituta, annegata nel Tevere.
Ma la Chiesa ha sempre rifiutato che la Madre di Dio fosse mai passata attraverso l’umiliazione del decesso corporeo. Ieri, o meglio cinquecento anni fa, come oggi, la società nega l’umiliazione della violenza per la donna, solo quando è madre, moglie, dipingendo l’assassino come orco, malato e furioso, mai come persona “normale”, padre e uomo, ma se a soffrire la violenza è una prostituta, è una transessuale, rimarrà tale anche per la cronaca, “una prostituta”, “una transessuale”.

Sono state violentate una donna e una transessuale, questo recitano le cronache, anzi, senza prendersi la briga di scegliere con cautela il giusto “articolo”. Così dobbiamo evitare di indignarci puntigliosamente, se per i fatti di cronaca occorsi a Rimini, siamo qui a redarguire il redattore che parla di “un transessuale”. Qualcuno stigmatizza, “non sonotransessuale vert queste le cose importanti”. E quale dovrebbe essere la cosa importante, per una donna che ha intrapreso un percorso fisico, psicologico, nonché giuridico, per vedere riconosciuta la sua identità?
Ma una prostituta rimane una prostituta, non è una donna, come la giovane donna, una vita che non vale per gli onori della cronaca, una giovane vita, neppure trenta anni, uccisa nella nostra provincia pochi giorni fa, probabilmente da un suo cliente, recitano le cronache, che ben che vada, se non si tratta di un nostro marito o di un nostro compagno, sarà di certo un nostro figlio.
Una transessuale, poi, deve essere necessariamente pensata come una prostituta. Nel nostro Paese, se non sei quella ragazzina ebrea a cui capitò l’avventura eccezionale di diventare madre di Dio, sei comunque madre di qualcuno o moglie, santa o puttana o non sei degna di cronaca.
Ricordo forte un pensiero di una donna che ho intervistato per questo giornale, in occasione di un convegno sulla transessualità, che mettendosi a nudo, parlando di sua figlia, una giovane e bellissima donna, nata in un corpo che non sentiva suo, mi disse:
«Credo che il momento più significativo per me sia stato quando ho omaggiato mia figlia di un mazzo di fiori. A molti potrà sembrare un gesto scontato, per noi è stato un momento di ufficializzazione di una realtà fino ad ora soltanto privata. Abbracciarla davanti ad una platea così numerosa e commossa è significato per me investirla del suo nuovo ruolo all’interno di questa società: il ruolo di una Donna che ha sempre lottato e creduto in tutto quello che ha fatto per arrivare finalmente ad essere non più una crisalide, ma una meravigliosa farfalla.»

 
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