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L’establishment è maschile e la rivoluzione femminile

  • Scritto da  Elisa Tiberia

ledonnelottano 350 260 1di Elisa Tiberia - L’establishment è maschile e la rivoluzione femminile.
Non è solo l’analisi grammaticale dei due sostantivi nel titolo ma una notizia straordinaria, che arriva dagli Stati Uniti e di quelle destinate a segnare la storia: una donna di 27 anni ha vinto le primarie per un seggio alla Camera dei rappresentanti contro un esponente del partito, deputato da 20 anni e finanziato dai grandi donatori. La rivoluzione contro il disegno di Trump potrebbe partire da qui, dal programma della giovane Alexandria Ocasio-Cortez incentrato sull’ accesso alle cure sanitarie garantito per tutti e college gratuito per i residenti, un programma di Sinistra.

Nell’epoca della globalizzazione l’America non è mai stata così vicina.
Intanto in Italia l’ISTAT diffonde i dati sulla povertà della popolazione, il risultato è drammatico: la media nazionale delle persone che vivono in condizione di povertà assoluta sfiora il 7% e al sud sale fino al 10%. I numeri dimostrano che negli ultimi anni, mentre la guida del Paese era affidata a governi di centrosinistra, l’andamento è stato crescente.
Quando il 10% della popolazione vive in condizione di povertà a fallire è stata la società tutta e la politica che ne guidava le dinamiche e che a fronte della crescita economica ignorava l’ampliamento del divario e la distribuzione della ricchezza.

L’urgenza di proporre una risposta alle istanze della popolazione non deve essere dettata solo dalla consapevolezza del risultato elettorale delle ultime consultazioni, che pure evidenzia sfiducia, delusione e richiesta di cambiamento per quegli schieramenti che storicamente si sono fatti portavoce delle classi più deboli della popolazione e hanno favorito la conquista dei diritti fondamentali.

L’urgenza di organizzare proposte politiche incentrate alla lotta al divario sociale arriva dalla fotografia dell’Italia di oggi.
Nella società globalizzata dell’era digitale non sono da rivedere solo i paradigmi della comunicazione ma il contenuto stesso, sono le azioni a dover risultare efficaci. In queste condizioni non si tratta di difetto di comunicazione che non ha intercettato e convinto l’audience giusta e sufficiente a superare la tornatemancipazione 350 mina elettorale, o l’aggressività della campagna informativa alternativa, il 10% della popolazione in condizione di povertà assoluta è un fallimento per un Paese democratico, classificato tra le prime 10 potenze economiche mondiali, e a fallire è stato il modello di crescita proposto incentrato su dinamiche che non avevano al centro della visione il benessere della popolazione contro gli interessi e il profitto sterile dei pochi.
Il punto non è la riconquista del potere, non senza un pensiero.

Il centro della discussione non siano i partiti da fondare, ricostruire, rigenerare, gli spostamenti dell’asse della bussola di qualche grado a est o i nomi che cambiano, il centro della riflessione sia l’azione politica tesa al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e in particolare di quella parte della popolazione, purtroppo sempre maggiore, che vede a rischio non solo il futuro ma il presente.
La povertà non sia negata ma combattuta e non sia strumento di propaganda sterile.

Sogno di non vedere pubblicizzate donazioni di qualche centinaio di euro a fronte di ritagli o foto sul giornale, ma uomini e donne impegnati in società e in politica lottare insieme e perché il contrasto alla povertà sia una priorità nelle politiche delle istituzioni di ogni livello.
Se è passata la stagione delle lotte per l’affermazione dei diritti fondamentali si apra quella della lotta per la tutela di questi, e che parta del primo, parta dal Lavoro.
Concludo con uno spunto di riflessione che prendo in prestito da un filosofo sloveno, Slavoj Žižek, “L’unico modo di restare fedeli a Marx, oggi, non è essere marxisti ma ripetere in modo nuovo il gesto fondativo di Marx”

 

 

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