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Le rughe delle donne in politica e il maschilismo che non muore

ministra valeria Fedeli 350 260di Fiorenza Taricone - Complimenti per il coraggio anonimo e per il sessismo fuori tempo.
I documenti a seguire da me condivisi che porto a conoscenza delle lettrici e lettori di UNOeTRE.it, sono particolarmente esemplificativi su cosa s’intende per diritti, sui suoi limite e sul senso di responsabilità individuale e collettiva. Studiando da tanto tempo il rapporto fra donne e politica, l’associazionismo femminile e il femminismo, sono in grado suppongo come esperta dell’argomento, di avere un’idea precisa su come la stampa, l’opinione pubblica, i poteri decisionali, e oggi i media si sono espressi e si esprimono sulle donne che sono in politica, a livelli apicali. Accordo di Azione Comune per una Democrazia paritaria, cui aderiscono più di 50 associazioni, propone un sostegno motivato, cui aderisco, spiegandone le ragioni.
Se cominciamo dal loro ingresso, nel 1945, alle nostre madri Costituenti non è andata molto bene in termini di trasmissione storica e valorizzazione; solo da trent’anni circa sono state “ripescate” dall’oblio come madri della Repubblica, con incontri, rievocazioni, articoli, saggi, memorialistica, interviste; nel 1968, dopo circa tre decenni dal loro ingresso, le donne in Parlamento erano al minimo storico, cioè dopo i ritiri, i pensionamenti, le cause naturali, le donne non sono state considerate in grado di fare politica, di gestire il bene pubblico, insomma non erano un’alternativa reale alla gestione maschile. Negli anni Sessanta, per fare un esempio, della socialista Tullia Carettoni, che aveva partecipato unica donna, a una Tribuna Politica, si ricordava la splendida pettinatura, le unghie curate e l’aspetto femminile. Dei contenuti, nulla. Dopo gli anni Settanta, i numeri delle presenza femminili ricominciano a salire, ma di mezzo c’erano stati il ‘68 e il femminismo, rivoluzioni non da poco che hanno cambiato il corso della storia.
Negli anni Ottanta, le lotte per una democrazia reale e non formale hanno usato lo strumento delle quote, che io chiamo di democrazia e non quote rosa, ma nel 1996 la Corte Costituzionale le abolisce, come incostituzionali. Di nuovo, la percentuale femminile che si era rimpolpata, scende di nuovo e tra sali e scendi, arriviamo ad una percentuale che sebbene lontana dall’obiettivo finale, 50 e 50, è risalita, fino ad arrivare ad avere, per la prima volta nella storia costituzionale della Repubblica, una Presidente della Camera e una ex vice Presidente del Senato, oggi Ministra della Ricerca. Nel frattempo, il tasso di misoginia è cresciuto molto di più della presenza femminile in politica e il degrado delle cooptazioni ha dato i suoi frutti: designate dal grande capo, nel ventennio scorso, molte ragazze senza una sufficiente preparazione né motivazione, si sono assicurate nella politica italiana e anche in Europa un futuro economicamente stabile, ma hanno esposto il loro stesso genere a figure risibili. E questa volta, le critiche o apprezzamenti sull’estetica avevano la loro ragion d’essere: labbra siliconate al punto di non riuscire più a sostenere un dibattito, curriculum penoso, arroganza da escort. Un clima talmente degradato moralmente che un deputato della destra aveva sostenuto pochi anni fa, che le capacità sessuali dovevano far parte dei curricula femminili.
Dalla misoginia come ritardo personale, alla violenza autorizzata nei media, il passo è stato breve. Il linciaggio mediatico della Presidente Boldrini, in Aula con gl’insulti sessisti e nei social, parafrasando violenze sessuali, non si è fatto mancare niente. Ed è a questo punto che il diritto di parola, pensiero, espressione deve trovare un suo limite; del resto, lo vogliono porre alle multinazionali per riparare alle fakes news e perché non dovrebbe essere posto anche a chi offende le cariche politiche femminili, soprattutto anonime. E’ questo forse il punto di maggiore gravità. Nel Seicento con le lettere anonime condannavano le streghe al rogo e alle torture, ma non siamo in un sistema garantista e trasparente? Cosa c’è che non va in una donna vice Presidente del Senato, ora Ministra, con un chiaro background femminista? E se c’è qualcosa che non va, chi ha il denaro per spendere a occhio e croce ventimila euro per una campagna diffamatoria, dovrebbe avere anche il coraggio di firmarsi. Ma la paura di perdere elettori ha avuto sicuramente la meglio.

La scelta

Le rughe delle donne in politica e il maschilismo che non muore

Nelle ultime settimane Roma è stata tappezzata di manifesti in cui è ritratta la ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli. Si è trattato di una ben strana campagna in cui la dimensione e la qualità della fotografia schiaccia e, praticamente, annulla il contenuto. L'iniziativa colpisce anche perché i manifesti sono anonimi e le affissioni sono abusive, come rilevato dagli uffici comunali preposti al controllo, che peraltro a distanza di settimane non riescono a ripristinare la legalità. Questi manifesti continuano a riaffiorare, con evidenti tornate di nuove affissioni, sempre abusive e anonime.

Non entriamo nel merito dei contenuti della contestazione poiché difendiamo la libertà di parola e il diritto alla critica quali espressioni della democrazia e della dialettica politica, ma rifiutiamo quello che è con tutta evidenza un attacco alla donna impegnata in politica e che si esprime attraverso la denigrazione sul piano estetico. Per criticare Hillary Clinton si specula sulle sue rughe e per Theresa May ci si concentra sull'eccentricità delle scarpe. Analogamente per attaccare la ministra Fedeli si usa una brutta fotografia con il chiaro intento di offendere la dignità della persona.
Le donne in politica continuano ad essere giudicate non per quello che fanno, segno tangibile che il tasso di discriminazione reale è ancora molto alto.

Il messaggio sotteso alla campagna, che non a caso sceglie quella foto, è preoccupante perché esprime un rancore atavico nei confronti della figura femminile. Tanto più violento verso chi, come Fedeli, ha sempre sostenuto le ragioni delle donne e difeso le loro libertà anche nel suo recente incarico di vicepresidente del Senato.
La mentalità maschilista continua a permeare la società, in una perversa sintonia con il cyber bullismo che attacca la Presidente Laura Boldrini, con chi ha sostenuto l'inopportunità della candidatura a sindaca di Giorgia Meloni incinta o con i jeans stretti responsabili di uno stupro.

Denunciamo questa violenza ed esprimiamo solidarietà alla ministra Valeria Fedeli e, con lei, a tutte le donne in vario modo violate nella loro dignità di persone.

Le associazioni aderenti all’ACCORDO DI AZIONE COMUNE PER LA DEMOCRAZIA PARITARIA

Roma, 1° febbraio 2017

 
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