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Premio letterario dedicato a Grazia Deledda

GraziaDeledda 350di Fiorenza Taricone - Il 13 aprile si è svolta nell’Università di Cassino la XII edizione del Premio letterario "Un autore da riscoprire", bandito annualmente dal Liceo Classico G. Carducci di Cassino, scuola di antica tradizione, cui partecipano scuole del territorio anche circostante. Varie scrittrici si sono succedute via via nel corso del tempo, indicate ai e alle partecipanti come personalità da approfondire: da Sibilla Aleramo, a Elsa Morante, a Grazia Deledda, come quest’anno. (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

  1. Grazia Deledda
  2. Vince il Nobel

Grazia Deledda

Da anni, come Presidente della Giuria, prima della lettura dei vincitori/vincitrici, leggo un ritratto dello scrittore o scrittrice prescelta; quest’anno ho scelto di pubblicare sulle pagine di UNOeTRE.it il mio scritto su Grazia Deledda, intanto per far emergere attività scolastiche che facciano da contrappeso nell’opinione pubblica a quanto di negativo viene riportato nelle cronache, dal bullismo agl’inqualificabili attacchi dei genitori agli insegnanti. Poi perché scrittrici come Grazia Deledda sono poco presenti nei programmi ministeriali e conoscere più da vicino l’unico Premio Nobel donna per la letteratura che conserva il primato ancora oggi, mi sembra doveroso, oltre che interessante.
Grazia, anzi Grazietta Deledda, quinta su sette fra fratelli e sorelle, nasce nell’anno della definitiva unità italiana, 1871; assiste quindi, una volta approdata a Roma agl’inizi del ‘900, allo slancio che porterà l’Italia a recuperare il tempo perduto, cercando di costruire una fisionomia autonoma rispetto alle grandi nazioni che la circondavano: Francia, Spagna, Germania e, oltre Manica, Inghilterra. Si afferma come letterata in un’Italia liberale, giolittiana e muore in un paese governato ormai da un regime totalitario, nel 1936.

Trentasei romanzi, 250 racconti, due drammi teatrali, pochi versi, un libretto d’opera, la sceneggiatura per il film tratta dal romanzo Cenere interpretato da Eleonora Duse, una raccolta di tradizioni popolari sarde: la sua produzione parla da sola. Una donna di statura imponente, che non corrispondeva all’aspetto fisico, molto minuto. Che avesse una volontà di ferro basterebbero a dimostrarlo i risultati ottenuti partendo da Nuoro, e da una regione barbaricina che certo non era pronta ad accettare per una donna la professione di scrittrice e letterata. Un’isola che mescolava tradizioni femminili quasi matriarcali in alcuni luoghi, ma in cui poche donne approdavCanne al ventoano agli studi superiori. Quelle che studiavano si fermavano per lo più alle scuole elementari. E la rispettabilità imponeva a una ragazza non sposata, quando usciva, di nascondere i capelli sotto il foulard. Una terra descritta da Sandra Petrignani nel suo libro La scrittrice abita qui, resoconto dei viaggi che fa personalmente per conoscere i luoghi fisici di alcune scrittrici, fra cui la Deledda. Di Barbagie ne esistono almeno tre, scrive, come ti direbbe qualunque barbaricino: Barbagia Ollolai, Barbagia Belvì, Barbagia Seùlo.

Per conoscerla, ha scritto Sandra Petrignani, come donna e come scrittrice, conviene cominciare dall’autobiografia in terza persona, Cosima, uscita postuma nel 1937; il libro apre con la descrizione della casa nuorese, oggi museo, “grande e solida” che somiglia strutturalmente alla scrittura della Deledda, limpida e affettuosa, concreta e insieme capace di aprirsi a improvvisi tagli favolistici. Cuore della casa era la cucina, sede delle donne e incrocio di chiacchiere dove la giovane Grazia imparava a conoscere l’animo umano e a desiderare l’evasione”.
Se volessimo trovare eredità artistiche familiari, la madre, Francesca Cambosu, che non ebbe nulla dell’anticonformista, era però figlia di un uomo che si era ritirato sui monti a fare statuine di creta; eremita e amico di tutti gli animali del mare, dell’aria e della terra, in rapporto animistico con la natura, ed esperto di botanica come Grazia; il padre, pure se uomo d’affari, amava la poesia, e partecipava alle gare trovadoriche di paese. Grazia comincia quindicenne a pubblicare le sue novelle, affrontando subito la riprovazione sociale. Il suo romanzo d’esordio è del 1890, neanche ventenne, intitolato Nell’azzurro, e pubblicato da una casa editrice milanese, ma la necessità di lasciare la terra natale per potersi esprimere fu ben presto evidente e Grazia iniziò a contattare le riviste femminili del continente, entrando anche in corrispondenza con alcuni scrittori e intellettuali come Angelo De Gubernatis e Ruggero Bonghi; quest’ultimo, futuro ministro della Pubblica Istruzione per primo consentì alle donne d’iscriversi a tutte le facoltà universitarie; concessione in parte inutile, perché le libere professioni saranno consentite solo con a legge Sacchi del 1919, e quindi rendeva inutile prendere una laurea per poi non esercitare. Ruggero Bonghi le farà la prefazione del suo primo romanzo, Anime oneste, del 1895. Angelo De Gubernatis invece la coinvolse in una ricerca sul folklore sardo; nelle tancas della Barbagia cercava di raccogliere fiabe, leggende, formula magiche, preghiere, ninne-nanne, proverbi, incantesimi e finanche bestemmie. In una lettera del 1894 gli scrive: “ Sono andata negli ovili, nelle case più povere, e più oscure, fra il fumo e la miseria, ho detto bugie, mi sono finta malata per sapere le medicine popolari”. Decisiva si rivelò per la Deledda la recensione elogiativa che Luigi Capuana fece all’opera La via del male, l’anno successivo. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Vince il Nobel

Non ancora trentenne finalmente si trasferisce a Roma grazie al matrimonio con il funzionario ministeriale mantovano, Palmiro Madesani; abita in una zona tranquilla della capitale, ha due figli Francesco e Sardus, ed è vicino alle amate sorelle Pina e Nicolina; quando approda a Roma è già nota; i salotti letterari sono molto incuriositi dalla scrittrice che sforna rapidamente romanzi di grande successo: da Elias Portolu, a Cenere, a Colombi e sparvieri, a Canne al vento, L’incendio nell’uliveto, La madre, Il segreto dell’uomo solitario. Il marito, con cui fa una vita tranquilla, non è stato in realtà il grande amore della Deledda, né l’unico; ha scritto accese lettere d’amore anche al giovane intellettuale calabrese Giovanni De Nava, nel 1894 al fidanzato Andrea Pirodda, maestro elementare nuorese, un legame entrato in crisi per il suo trasferimento a Cagliari; ma soprattutto Grazia Deledda provò un sentimento forte e intenso per il critico teatrale della «Tribuna», Stanislao Manca, di una nobile famiglia dei duchi dell’Asinara, più grande di lei di sei anni; di lui fu innamorata per molto tempo, provando un sentimento che compare ne "Il paese del vento" quasi in versione autobiografica; fu lui a chiederle di pubblicare sulla «Tribuna» e arrivò a Nuoro nel 1891 per conoscerla. Lei probabilmente fraintese parole e atteggiamenti, anche perché Manca gli disse in seguito e chiaramente di amare un’altra giovane e bellissima, dandole anche della squilibrata; quando lei insiste a scrivere che forse la ama ancora, Stanislao poco elegantemente la appella come “nana” e lei si vendica rispondendogli che lo ha amato perché tutti dicevano che “siete antipatico e brutto … anche a me la vostra persona fece una stranissima impressione avvezza qual sono ai giovani bruni e sottili”.

La riservatezza e la semplicità di vita della Deledda hanno ingigantito nelle descrizioni la sua modestia; lo dice lei stessa in una nota biografica al console francese in Italia che gliel’aveva chiesta: “Io non sono affatto modesta; ritengo anzi la modestia il riflesso di uno spirito che si ritiene inferiore perché realmente sente di esserlo. Io sono invece orgogliosa; non perché ho scritto dei romanzi, che ottennero fortuna, ma perché mi sento cosciente, forte, superiore a tutte le piccolezze e i pregiudizi della società. Se fossi nata uomo sarei stata un solitario; sarei vissuta in un eremo. Donna, devo adattarmi e piegarmi a vivere fra coloro che amandomi e proteggendomi completano la mia esistenza”. Era anche scontrosa, barava sull’altezza e sull’età, aveva un riso freschissimo “da suora giovane” diceva il suo amico Grazia Deledda Premio NobelCesare Giulio Viola, ma di fatto rideva raramente e amava molto il silenzio. Sempre discretamente frequenta a Roma a via del Corso la sede della rivista «Tribuna», conosce Verga, Fogazzaro, D’Annunzio, Pirandello, De Amicis, Mascagni, e Giovanni Cena, redattore capo, ma anche filosofo e socialista umanitario che con Anna Celli e Sibilla Aleramo cercava d’istruire le plebi miserabili del malarico Agro romano.

La delusione e le sofferenze d’amore sono sempre molto presenti nei suoi libri, così come il perenne fallimento dell’eros e l’affermazione vittoriosa dell’etica. In tutte le sue opere si consumano tragici eventi, e angosciosi segreti tormentano i protagonisti durante la lotta per la dura esistenza; l’orgoglio che non cede neanche davanti alle più dure necessità è spesso presente, le colpe vengono espiate silenziosamente, riconoscendosi colpevoli solo di fronte al giudizio divino. Neria De Giovanni ha scritto: “Quasi tutti i delitti, le colpe di cui si macchiano i protagonisti deleddiani sono dettati dall’amore … proprio in quanto il loro peccato è prodotto dall’obbedienza a una forza sotterranea e misteriosa, questi peccatori non si sentono colpevoli verso gli uomini, ma verso la giustizia divina”. Centrale è nelle sue opere la contrapposizione fra universo maschile e femminile, partendo anche dall’osservazione dei maschi della sua famiglia: un nonno artista, un padre fallito, i fratelli, uno bandito e uno distrutto dalla depressione e dall’alcool. Gli uomini non sanno governare la potenza di un eros al limite della perversione e dell’incesto e soccombono sotto la propria fragilità. Inferiori quindi al coraggio di donne determinate e passionali, forti, ma represse dalla società che vuole renderle mute e impotenti. Il protagonista di Canne al vento, Efix afferma: "Siamo proprio come le canne al vento, siamo canne, la sorte è il vento”. La sorte, buona o cattiva, in Sardegna era personificata da una fata che tesseva in un telaio d’oro il destino degli uomini, una creatura magica che Grazia aveva cercato fra le tante ricchezze del folklore sardo.

Nel 1926, succedendo a George Bernard Shaw e precedendo Henri Bergson, Grazia Deledda vince il Nobel. Motivazione ufficiale del Nobel: “Per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi”. Forse fa anche da battistrada perché due anni dopo l’Accademia svedese sceglie un’altra donna, la norvegese Sigrid Undset. In una lettera datata 3 giugno 1913 scriveva a Georges Hérelle che aveva già tradotto in francese quattro suoi romanzi : «Alcuni amici di Roma mi hanno proposto per il permio Nobel ed ho assicurazione che se non questo, un altro anno il premio mi verrà dato». Il successo di Canne al vento ebbe un ruolo nel riconoscimento, anche se arrivò tredici anni dopo la sua uscita. Nel frattempo aveva avuto varie traduzioni, e aveva reso molto più solida la fama della scrittrice, che resta a tutt’oggi l’unico Nobel femminile per la letteratura che l’Italia ha avuto.


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