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Razzismo e razzismi in guerra e in pace

razzismobruttastoriadi Fiorenza Taricone «...razzismi esplosi in tempo di guerra hanno avuto, guardando ai fatti, una sponda forte nei micro comportamenti della vita quotidiana e nelle subculture intolleranti fondate su pretese superiorità, che allora e oggi riguardano ancora gli ebrei, ma come schema si possono riferire ai tanti razzismi xenofobi di oggi.» (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

  1. Razzismo e razzismi
  2. Funzione dell'antisemitismo
  3. Razzismo in Italia

Razzismo e razzismi

Il 4 luglio ho partecipato, a Roma, a un seminario dal titolo Un percorso per la testa che colpisce al cuore. Viaggio nella memoria, organizzato dalla Uil e dalla Uil Scuola, prima tappa di una serie di iniziative che si svolgeranno nel 2018; il Seminario era inteso anche come preparazione ad un viaggio riservato ad un gruppo di giovani ad Auschwitz, nel prossimo ottobre; oltre ad aver accettato come storica, e come “resistente” alla xenofobia e alle discriminazioni, la spinta veniva anche dal timore che quell’antisemitismo venga considerato oggi un capitolo chiuso della storia, per giunta anche poco conosciuto dai giovani, senza implicazioni con l’oggi; invece, pur facendo tutte le distinzioni possibili fra ieri e oggi, il razzismo anche in Italia va declinato al plurale e anche per questo avevo titolato il mio intervento “razzismo e razzismi in guerra e in pace”. Penso che queste riflessioni possano interessare lettori e lettrici di UNOeTRE.it

La distinzione fra razzismo e razzismi intende sottolineare due differenze importanti: la prima riguarda una certa falsificazione del termine perché con la parola razzismo s’intende, da parte soprattutto dell’antropologia o della biologia, la diversità delle razze o dei gruppi etnici, mentre l’uso politico che ne è stato fatto ha indotto alla credenza di una superiorità di una razza sulle altre. A questa distorsione si collega il plurale razzismi; ampi strati di popolazioni, prive di competenze specialistiche, negli ultimi decenni hanno abbracciato infatti teorie e comportamenti razzisti, aderendo caratterialmente. I razzismi sono quindi facilitati e sostenuti da una forma mentis in cui l’educazione distorta ha giocato un ruolo fondamentale; qualunque politica di governo dalle finalità razziste infatti, ha dovuto trovare una sponda in comportamenti collettivi motivati dalla convinzione di una razza superiore, o minacciosa per la comunità, come l’antisemitismo del XX secolo, alimentato dalla paura di un complotto ebreo massonico che intendeva schiacciare le razze superiori europee e cristiane. Se nella storia le teorie razzistiche sono state elaborate soprattutto contro i negri e contro gli ebrei, nondimeno sono antiche quanto la politica: è esistito un razzismo fra le grandi razze, bianca, gialla o negra, ma anche fra piccole razze o gruppi etnici particolari; la xenofobia può svilupparsi fra comunità politiche differenti, ma anche dentro una comunità plurirazziale. Oggi non è difficile riscontrare un razzismo endogeno italiano anche verso nazionalità differenti, anche se integrate, che si è concretizzato nel rifiuto dello ius soli.

Il razzismo contemporaneo, sviluppato a livello politico soprattutto dopo la prima guerra mondiale è stato il risultato dell’incontro e della fusione fra la corrente di pensiero basata sullo studio scientifico delle razze, e il nazionalismo. Un elemento fondamentale è stato sempre rappresentato dalla lettura delle differenze come composte di due elementi principali disposti in ordine gerarchico: il primo naturalmente superiore, il secondo irriducibilmente inferiore. Grammaticalmente, il sostantivo razzismo è espresso al singolare, che sottintende una visione gerarchica piuttosto che una visione plurale delle differenze. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Funzione dell'antisemitismo

Nella costruzione di uno stato nazione tendenzialmente aggressivo l’antisemitismo risulta essenziale, sintesi del tradizionale antigiudaismo cristiano, di vecchi stereotipi e di nuovi temi. L’antisemitismo denunciava il forte legame degli ebrei con gli stati che avevano promosso l’emancipazione; alla fine del XIX secolo infatti gli ebrei di Francia, Inghilterra, Germania e Italia avevano ottenuto diritti civili e politici, anche se non l’integrazione sociale, più lenta. In Germania, gli ebrei erano tra i protagonisti della trasformazione industriale, in Francia la comunità ebraica era entrata con la Terza Repubblica nel mondo della politica, dell’esercito, nella pubblica Amministrazione. In Italia, la separazione fra Chiesa e Stato favoriva il processo. Diversamente invece l’Europa orientale e particolarmente la Russia zarista che, a partire dalla spartizione della Polonia alla fine del Settecento, aveva tra i suoi sudditi milioni di ebrei polacchi mal visti dal regime zarista. Fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del ‘900 si succedettero infatti i pogrom, sommosse antiebraiche che sfociavano in saccheggi e massacri. L’antisemitismo collegato al nazionalismo stigmatizzava il loro carattere femminilizzato o la capacità di sedurre le donne, la richhezza o la miseria, o la partecipazione alla vita pubblica. Fra i sentimenti prevalenti l’invidia, perché gli ebrei mancavano di una base statale ma erano integrati nelle società, conservando la cultura e la religione. Era un antisemitsimo visione del mondo, senza più alcun rapporto con quello che gli ebrei facevano o non facevano, né con particolari tradizioni politiche. Per la prima volta, scrisse Hannah Arendt, l’odio antiebraico seguiva la logica peculiare delle ideologie. Razzismo NO

Milioni di ebrei si spostarono dalla Russia all’America, alla Francia, all’Inghilterra. Una risposta diversa fu la crescita di un’opposizione politica antizarista che confluì da una parte del marxismo, nel terrorismo e dall’altra nella crescita di un movimento di risveglio nazionale ebraico, il sionismo, fondato da Theodore Herzl, giornalista ebreo ungherese; elaborò la convinzione che l’antisemitismo fosse una costante non solo dei Paesi privi di emancipazione, ma di tutti i paesi in cui viveva una minoranza ebraica; di qui l’idea che gli ebrei dispersi nella dispora dovessero ricostituirsi in nazione. Fino agli anni Venti del Novecento il movimento sionista raccolse scarso seguito fra gli ebrei occidentali, identificati con le loro patrie di adozione e inseriti nelle rispettive società.

La realtà di una razza ariana si era diffusa nella Germania dell’Ottocento desunta dall’esistenza di un’area linguistica indoeuropea, razza distinta e pura, biologicamente superiore, identificata con i Germani e i nordici; gl’italiani, come gli slavi e in genere tutti i popoli mediterranei, restavano fuori da ogni possibile inserimento nella cosiddetta razza ariana; di qui l’invenzione da parte della cultura razzista italiana di una razza italica assimilabile alla razza ariana. L’esigenza di difenderne la purezza fu alla base del manifesto della razza del luglio ’38, prima dell’emanazione delle leggi razziali, a firma di un gruppo di scienziati e antropologi di secondo piano, tranne l’accademico d’Italia Nicola Pende, illustre medico. Un ruolo particolare nell’elaborazione della scienza razzista lo ebbe anche il passaggio dall’incremento quantitativo della popolazione all’incremento qualitativo, cioè dalla demografia all’eugenetica. Un passaggio mai attuato fino in fondo anche perché l’orientamento generale era contrario all’eugenetica negativa cioè sterilizzazione ed eutanasia, piuttosto favorevole invece all’eugenetica positiva, con la proibizione di matrimoni misti. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Il razzismo in Italia

In Italia, come conseguenza diretta della sciagurata alleanza con la Germani, nell’autunno del 1938, disposizioni di legge precise introducevano nella legislazione italiana radicali discriminazioni fra appartenenti alla razza ariana e non, passate alla storia come leggi razziali; dirette in teoria verso tutti i non ariani, ebbero come vittime gli ebrei. Le leggi razziali erano state precedute da una vasta campagna di propaganda antisemita, un razzismo quindi di tipo pseudo culturale e di costume, non solo politico, diffuso già dal 1937. Docenti e studenti ebrei erano allontanati dalle scuole e da tutti i pubblici uffici. Vincoli di varia entità erano poste alla proprietà, al diritto di fare testamento ed ereditare, ai mestieri consentiti e i non ariani. Gli ebrei erano allontanati da tutti i mezzi d’informazione, e non potevano pubblicare libri o articoli. Limitazioni erano poste alle loro possibilità di curarsi con il divieto di servirsi di medici ariani, erano proibiti necrologi sui giornali. Una serie di disposizioni secondarie, ma altrettanto umilianti introducevano vessazioni nella vita quotidiana. La proibizione di possedere apparecchi radio, andare in luoghi di villeggiatira avere personale di servizio.

Fino all’inizio della campagna di stampa razziale e antisemita il rapporto fra regime fascista e ebrei era stato normale. Integrati nella società, gli ebrei erano fascisti comeRazzismo NO altri italiani; il Concordato del ’29 aveva introdotto come preferenziale la religione cattolica, ma non aveva portato a una politica di discriminazioni. Più preoccupante era per loro la vicinanza alla Germania nazista; molti sperarono che Mussolini non avrebbe seguito fino in fondo il dittatore, molti sperarono in un trattamento di favore, molti che avevano perso il lavoro emigrarono negli Stati Uniti e America Latina. La maggioranza rimase e che le leggi razziali siano state applicate senza rigore è un tipo d’intepretazione “buonista” non confermata dai fatti. Gli apparati dello Stato si applicarono per rendere operativi i divieti con la maggior velocità possibile. Il Ministero dell’Educazione attuò rapidamente la cacciata degl’insegnanti e degli studenti. Nacquero per gli espulsi scuole ebraiche che ebbero come insegnanti docenti di grande prestigio cacciati. Furono attuali censimenti di cittadini di razza ebraica e le liste furono poi usate dai tedeschi per gli arresti e le deportazioni nei lager.

Altre interpretazioni ricollegano la genesi delle leggi al razzismo diffuso dopo la conquista dell’Abissina, per il pericolo di unioni fra funzionari, soldati e donne abissine, e la nascita di meticci che avrebbero reso impuro il sangue italiano. Altri studiosi invece hanno sottolineato le profonde radici che le teorie razziste avevano nell’humus culturale italiano. Definire le leggi razziali italiane come più modeste di quelle tedesche è vero solo in parte. Certo, offrivano maggiori possibilità di non essere considerati ebrei ai figli di matrimoni misti e ai convertiti al cattolicesimo più di quanto non avessero fatto quelle naziste, frutto di un compromesso fra la tendenza antisemita filotedesca raccolta intorno a La difesa della razza, di Julius Evola e la tradizione italiana spiritualista e cattolica. Le preoccupazioni maggiori nel mondo cattolico riguardarono la classificazione degli ebrei convertiti o dei loro discendenti, cioè se fossero da considerare di razza ariana o ebraica; in questa direzione andò lo sforzo da parte della Chiesa di salvare dalla deportazione quanti erano diventati cristiani. La Repubblica di Salò si allineò fra il ’43 e il ’45 alle leggi razziali, non smentendo l’animus razzista del regime. Il razzismo, l’arianesimo, l’eugenetica, la volontà di potenza della Germania, il nazionalismo, combinato con le sorti della guerra non potevano che produrre stragi di civili e una prassi concentrazionaria. Esplosi in tempo di guerra hanno avuto, guardando ai fatti, una sponda forte nei micro comportamenti della vita quotidiana e nelle subculture intolleranti fondate su pretese superiorità, che allora e oggi riguardano ancora gli ebrei, ma come schema si possono riferire ai tanti razzismi xenofobi di oggi.


 

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