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Il biennio 1848-49 e le donne della Repubblica romana

di Fiorenza Taricone - Il 201legiardiniere min9 sarà un anno ricco di date memorabili per la storia della questione femminile, come lo è stato il 2018, anno del varo della Costituzione italiana, ma anche anno della pubblicazione della Dichiarazione dei Sentimenti, su cui ho scritto precedentemente su UnoeTre un articolo-ricordo.

(Note 3, a fondo delle pagine in cui sono indicate.  Per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo.)

  1. Parte 1
  2. Parte 2
  3. Parte 3
  4. Parte 4

Quest’anno la Rivoluzione francese compirà 220 anni e sarà argomento di un prossimo articolo, ma ancora prima non possono passare sotto silenzio le donne che hanno lottato in ogni modo nella Repubblica romana; nata il 9 febbraio 1849 a seguito dei grandi moti del 1848 ebbe una vita breve; finì infatti il 4 luglio 1849 a causa dell'intervento militare della Francia di Luigi Napoleone Bonaparte, il nipote di Napoleone, che nonostante l’opposizione repubblicana, fece votare l’intervento in deroga ad un articolo della costituzione francese.

Tuttavia quella che sembrava una parentesi diede vita a una costituzione moderna, quasi anticipatrice di quella nata dopo la Resistenza, meno di un secolo dopo. Lo stato pontificio che era tra i più arretrati d'Europa, sperimentò nella Costituzione una teoria e prassi democratiche, di ispirazione mazziniana, come il principio del alledonneromane minsuffragio universale maschile; quello femminile non era vietato dalla Costituzione, ma non c’era alcun cenno, mentre faceva la sua comparsa l'abolizione della pena di morte e la libertà di culto.
Già dal 1848 le testimonianze hanno tramandato la memoria di un forte coinvolgimento delle donne nelle rivolte contro l’Austria e nelle esperienze repubblicane che ne seguirono: "popolane" sono sulle barricate di Milano e di Brescia a combattere e a soccorrere a feriti, "signore" formano gruppi e comitati di assistenza e lavorano attivamente alla raccolta di offerte di ogni genere per proseguire la guerra.
A Roma, la pubblicazione tra l’aprile e il novembre 1848 di un giornale unico nel panorama nazionale dal significativo titolo «La donna italiana» attesta come le donne siano considerate parte integrante o comunque necessaria da una comunità nazionale faticosamente in corso di costruzione. Il giornale dedica un’attenzione particolare all’educazione patriottica delle donne italiane e le sollecita a farsi parte attiva nella lotta contro l’Austria, non solo incoraggiando gli uomini a combattere per l’indipendenza italiana, ma collaborando attivamente con loro. Fin dai primi numeri del giornale, si susseguono appelli e resoconti che segnalano gli atti di generosità delle donne italiane per la causa dell’indipendenza, oltre che le notizie della raccolta di fasce e medicinali per i combattenti della Lombardia e del Veneto. Un gruppo di donne venete, Antonietta Del Cerè Benvenuti, Teresa Mosconi Papadopoli ed Elisabetta Michel Giustinian promuove la costituzione all’interno della guardia civica veneziana di un battaglione di donne: “Ufficio delle cittadine inscritte in questo battaglione deve essere di curare i militi che cadessero feriti, preparare le cartucce e fare quant’altro la carità di patria può domandare da noi”; è considerato comunque un ruolo non facile, se ci si premura di precisare che “il battaglione che sarà posto sotto gli ordini di un capo, eletto dal Comandante generale, adempierà la sua missione evitando qualunque comparsa in pubblico”. Comparsa che invece le donne non sempre eviteranno, nel corso degli eventi, se si segnalano le gesta eroiche di Luigia Battistotti, combattente sulle barricate milanesi, o l’ardore di Cristina di Belgioioso che recluta e conduce i volontari napoletani in Lombardia, di Isabella Luzzatti, Carolina Percoto, Giulia Modena, che sono sui campi di battaglia del Veneto e addirittura si mettono alla testa di centinaia di "crociati", come vengono definiti i volontari combattenti della "santa" guerra contro lo straniero. Il termine di partecipazione appare infatti insufficiente a connotare l’esperienza femminile e rischia di essere ancora una volta una "formula che presenta le donne come ospiti occasionali in una storia non loro, dove la normalità e la norma è l’azione degli uomini: partecipare non equivale a far parte, anzi marca il divario fra appartenenza e convergenza momentanea¹.

1 - A. BRAVO, Introduzione, in Donne e uomini nelle guerre mondiali, Roma- Bari 1991, p.VI.

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La presenza delle donne non fu solo quantitativamente rilevante in questa fase, che fu un momento cardine del processo di unificazione, e produsse significati ben oltre il 1848. Le donne, lungi dal restare escluse, sono chiamate in causa attraverso il legame familiare, in quanto madri, figli, consorti di patrioti, ma anche come sorelle in quanto figlie della stessa madre Italia, e dunque come patriote esse stesse, secondo una interpretazione estensiva e di genere dell’idea di fratellanza.
Nella primavera del 1848, mentre scoppiano i moti rivoluzionari e la guerra contro l’Austria, la situazione di Roma è ancora fluida, la città è lontana non soloCristina Trivulzio Belgiojoso by Henri Lehmann min geograficamente dal teatro di guerra. Pochi mesi dopo, il moto rivoluzionario tocca anche Roma; la guerra coinvolgerà uomini e donne giungendo sulla soglia e oltre delle loro case e le donne romane saranno le prime a rispondere alle necessità di sacrificarsi per le esigenze della patria. In una seduta dell’Assemblea mentre Mazzini accennava a queste urgenze, dalla tribuna riservata alle donne iniziava come ricordano le cronache, una pioggia d’oro, fatta di fermagli e d’anelli. Nell’aprile del 1849 l’intervento francese contro la Repubblica romana è ormai deciso e l’assemblea repubblicana vota la resistenza ad oltranza. Subito dopo lo sbarco dell’esercito francese a Civitavecchia in attesa dell’attacco imminente, il triumvirato da un lato conta le forze militari disponibili, dall’altro allerta la popolazione e ne organizza la resistenza attraverso l’istituzione di una Commissione Centrale delle barricate; si nominano i rappresentanti del popolo che, rione per rione, daranno istruzioni per la costruzione delle barricate, con l’obiettivo di difendere palmo a palmo il terreno: "le milizie d’ogni genere fanno e faranno il loro dovere. Tocca al popolo fare il suo”. La mobilitazione non esclude le donne: "Fino da oggi si è pensato di comporre un’Associazione di Donne allo scopo di assistere i feriti, e di fornirli di filacce e delle biancherie necessarie. Le donne romane accorreranno, non v'ha dubbio, con sollecitudine a questo appello fatto in nome della patria carità"².
Le donne romane effettivamente accorrono in gran numero: centinaia rispondono all’appello del Comitato di soccorso ai feriti fra cui Enrichetta Pisacane, Cristina Trivulzio di Belgiojoso e Giulia Bovio Paulucci, donne di diversa estrazione, e mogli per lo più di alcuni dei protagonisti delle vicende rivoluzionarie. Cristina di Belgioioso è stata in prima fila nelle giornate milanesi, poi è attratta anche se non convinta dagli esperimenti politici del Governo provvisorio toscano e della Repubblica Romana. Enrichetta Di Lorenzo è la compagna di Carlo Pisacane: già sposata al conte Dionisio Lazzari, madre di tre bambini, fuggita con Pisacane da Napoli nel 1847, è stata con lui per due anni in Inghilterra, in Francia, in Svizzera e infine in Italia sui campi di battaglia lombardi; nel marzo 1849 è a Roma con Pisacane, che provvede, con lo stesso Mazzini, alla riorganizzazione delle forze militari. Giulia Bovio Silvestri, bolognese, è la moglie di Vittorio Paulucci de’ Calboli, già comandante della piazza di Bologna e dei giovani volontari bolognesi, il cosiddetto Battaglione della Speranza. Nei giorni immediatamente successivi, lo stesso Comitato di soccorso ai feriti si costituisce in Amministrazione delle ambulanze con un significativo ampliamento della sfera d’azione. Ai precedenti componenti del comitato di soccorso si aggiungono alcuni "cittadini", in maggioranza personale sanitario già in forze negli ospedali romani. Il Comitato comunica coll’Amministrazione di Sanità militare, col Municipio e coi Ministeri della Guerra e dell’Interno.

2 - «Monitore Romano», 27 aprile 1849. 

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Le ambulanze, cioè i punti di soccorso ai feriti, vengono collocati in parte presso ospedali e ospizi, in parte presso conventi più o meno prossimi ai luoghi di combattimento. A fine aprile, come sedi di ambulanze vengono approntati la Trinità dei Pellegrini, antico ospizio fondato nel `500 da Filippo Neri, gli ospedali di S. Giovanni in Laterano, Fatebenefratelli, S. Spirito, S. Giacomo, il convento della SS. Annunziata delle Turchine a Monti, il convento di S. Pietro in Montorio, a ridosso del Gianicolo, S. Teresa a Porta Pia, e, in un secondo momento, il Palazzo del S. Uffizio, il Convento della Scala (dove peraltro i frati non consentiranno mai l’ingresso alle donne assistenti), l’Ospedale di S. Giovanni de’ Fiorentini, la Canonica di S. Maria Maggiore. A ognuno di essi è preposta una delle componenti il Comitato di soccorso. All’Ospedale della Trinità dei Pellegrini, l’assistenza è affidata a Giulia Paolucci e a Dina Galletti, bolognese, moglie di Giuseppe Galletti, presidente dell’Assembleaenrichettapisacane min costituente; dell’ospedale di S. Spirito è "regolatrice" Giulia Calame Modena, svizzera di Berna, moglie di Gustavo Modena, combattente con il marito nel Veneto e responsabile di un ospedale da campo a Palmanova, dove è ferita; imprigionata dagli austriaci poi liberata, raggiunge Firenze e di qui Roma; a S. Giacomo è Malvina Costabili, ferrarese, moglie di uno dei componenti della Commissione di finanze, a San Gallicano Adele Baroffio, moglie di Felice Baroffio, milanese, medico e chirurgo militare, combattente contro l’Austria e poi esule in Piemonte; a S. Giovanni, Paolina Lupi, a San Pietro in Montorio Enrichetta Pisacane, al Fatebenefratelli è "regolatrice" Margaret Fuller, giornalista americana appassionata sostenitrice della causa italiana, a Santa Teresa, Enrichetta Filopanti, moglie di Quirico Filopanti (pseudonimo di Giuseppe Barilli), deputato di Bologna all'Assemblea costituente, a Monti, Olimpia Razzani.
Il ruolo svolto da Cristina di Belgiojoso nell'organizzazione delle ambulanze è di primo piano, come ha modo di notare una delle sue collaboratrici, Enrica Filopanti che insiste sulle capacità organizzative e l’attiva determinazione di Cristina di Belgiojoso. E sottolinea come con "uguale zelo" vengano accolti e curati nelle ambulanze tutti i feriti, sia italiani sia francesi.
Se nelle organizzatrici dell’assistenza è motivo di particolare orgoglio trattare tutti i feriti "con uguale zelo", senza riguardi per la divisa che portano, la loro opera non è a questo riguardo universalmente apprezzata. Ai riconoscimenti tributati alle infermiere da Ferdinand de Lesseps, inviato nell’aprile a Roma in missione diplomatica come mediatore, per aver prestato ai ventisei feriti francesi dei combattimenti del 30 aprile tutte le cure del caso, fanno da contrappunto altri giudizi di parte francese tutt’altro che benevoli: c’è chi getta su di loro il sospetto più infamante, descrivendole come signore dalle "nude spalle e seducentemente adorne" che solo apparentemente si dedicavano alla cura dei soldati; in realtà si sedevano al capezzale dei malati francesi “per far proseliti colla voluttà” tant’è che Cristina di Belgiojoso sarebbe stata soprannominata, tra i francesi, Bellejoyeuse. Ma Alphonse Balleydier, autore di queste note, non è e non sarà il solo: è rimasta famosa la testimonianza di Antonio Bresciani, letterato gesuita. Falsificando i reali motivi delle visite compiute dalla Belgiojoso nei conventi alla ricerca di luoghi adatti ad accogliere ambulanze, immagina che la Belgiojoso si rechi invece ad annunciare alle suore il decreto del 27 aprile con il quale il triumvirato non riconoscendo la perpetuità di voti, dà facoltà di sciogliersi dalle regole a tutti i religiosi e religiose che ne abbiano l’intenzione, proteggendoli contro ogni violenza e accogliendo i religiosi che ne facciano richiesta nelle milizie della Repubblica.

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Nella scena dipinta dal Bresciani la Principessa, accompagnata da altre “profetesse” con modi arroganti, legge il decreto e incita le suore a sciogliersi dai voti, ma di fronte alla fermezza delle suore, deve battere in ritirata. E non è questa l’unica forma di prevaricazione compiuta ai danni delle religiose: di ben più gravi attentati al pudore si sarebbero resi colpevoli gli studenti della Sapienza. Bresciani lamenta che i conventi siano stati ridotti ad alloggiamenti militari, a magazzini, a ospedali: "E fosse stato soltanto per riporvi i feriti; ma nel brutale comunismo repubblicano, cacciavano di casa le monache per empire i monasteri della plebe sfrenata e ingorda, sotto sembiante di sottrarla al pericolo delle bombe. Indi i religiosi si vedevano inondare di femmine i collegi e i conventi ... Infermierine, le quali s’avvolgevano snelle e leggere intorno ai letti in grembiulino di seta a ventaglio; colle maniche riboccate assai sopra il gomito; con gli scialli appiccati agli arpioni dell’antisala, perché il caldo e l’afa le opprimeva; coi capi ben acconci, per non aver sembiante di suore, e non metter tedio e nausea agli eroi d’Italia, ai martiri della libertà; con certi risolini in bocca, con certe parole dolciate, da mandarli all’altro mondo in ben altra guisa che non fanno i preti in cotta e stola"³.
Anche i medici non mostrano di apprezzare l’ingresso di queste figure irregolari nell’ambiente sanitario, sia pure in situazione d’emergenza; molti di loro protestano controgiardiniere min1 “l’invasione muliebre" e il "dispotismo delle femmine”.
In realtà Cristina di Belgiojoso non si limita a organizzare l’opera di soccorso momentaneo. Il suo ruolo le dà modo di rendersi conto della situazione complessiva dell’assistenza sanitaria a Roma, e di concepirne un progetto di riassetto che nel maggio 1849 espone ai triumviri. Il progetto prevede l’allargamento delle competenze del Comitato di soccorso a una sorta di sovrintendenza a tutti gli ospedali romani, la trasformazione dell’ospedale della Trinità dei Pellegrini in ospedale militare nonchè convalescenziario per malati dimissionati ospedali e sede di scuola infermieristica per le donne assistenti; al comitato, inoltre, sarebbero spettate l’amministrazione del patrimonio della Trinità dei Pellegrini, la direzione dell’ospedale militare, la direzione dell’istituto delle donne assistenti. A questo proposito non manca di mettere l’accento sulla necessità che alle infermiere venga richiesta "molta severità di costumi e regolarità di vita quasi monastica”, una risposta preventiva alle accuse di immoralità che da più parti pioveranno sulla stessa Belgiojoso e sulle altre volontarie; un segnale che il contatto e la cura del corpo sono considerati motivo di attrazione e al tempo stesso di pericolo per le donne.
Alle pendici del Gianicolo gli uomini si difendono fino allo stremo, e negli ospedali si è combattuta la battaglia delle donne per la patria: un duplice fronte che Carlo Rusconi, ministro degli Esteri della Repubblica e protagonista delle trattative con il generale Oudinot che precedettero l’intervento francese, ricorda con accenti commossi: "Molte donne gareggiavano in egual modo in Roma col sesso più forte nel difendere la patria loro e le istituzioni che dovevano ravvivarla. Molte altre ancora la carità loro dimostravano assistendo i feriti, vegliando le notti al capezzale dei moribondi. Non mai il compito della donna era stato più nobile di quello che si mostrasse in quei momenti. Per quegli uffici pietosi doveva essere poi vilipesa; tanta abnegazione, tanto amore, tanto affetto di patria dovevano essere segnalati al mondo come una libidine scellerata; e le angeliche donne furono stigmatizzate come meretrici abbiette.

 

3 - A. BRESCIANI, Della Repubblica romana Fatti storici dall’anno 1848 al 1849, appendice all’Ebreo di Verona, Napoli 1858, pp.13-9.

 

 

 

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