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Ratzinger: femministe invisibili eppure colpevoli

  • Scritto da  Stefania Cantatore, Unione donne in Italia

Donne Laura Cimadi Stefania Cantatore, Unione donne in Italia - La rivoluzione femminista e l’apparente imperturbabilità della Chiesa Cattolica
La chiesa Cattolica, o meglio il Vaticano, non ha mai degnato il femminismo di risposte o menzioni dirette, neanche quello cresciuto, suo malgrado, tra le teologhe e le fedeli.

Più volte, direttamente o indirettamente, interpellato da donne autorevoli femministe, Benedetto XVI, a nostra memoria, non si è sentito chiamato all'ascolto attivo.

“Lei può chiedere, io non sono tenuta a rispondere” (Jane Austen- Orgoglio e pregiudizio). Ma tutte quelle domande rimaste inevase, per l’allora Sua Santità, non erano il luogo appunto della reciproca libertà di domandare e non rispondere, bensì erano l’incursione in un contenzioso inespresso tra la libertà femminile e l’ordine piramidale della chiesa. Un contenzioso del quale oggi parla il papa emerito, facendo largo eco dato per l’accoglienza riservata alla lettera sul “Corriere della sera”.

Nel ventennio 60/80 del Novecento, la libertà sessuale avrebbe generato la caduta delle regole alla quale Ratzinger attribuisce l’origine di un disordine sfociato nelle violenze perpetrate dai sacerdoti contro i bambini. Le donne in questa argomentazione non sono nominate, neanche come vittime di abusi che pure avvengono nell'ambito religioso.

Con la sua lettera Ratzinger resta fedele a sé stesso e se non nomina le donne come vittime non lo fa nemmeno per dire, come suggerisce, che sono colpevoli in quanto femministe insubordinate. Non occorre che lo dica perché la libertà sessuale degli uomini non era, né allora né prima, né nella Chiesa né fuori, in discussione. Molti religiosi nella storia, con la stessa frequenza di oggi, sono stati clienti delle prostituite, hanno abusato di bambini e suore. La violenza degli uomini sulle donne, nella società, era addirittura apertamente prevista. Per questo non servono dimostrazioni. Quindi quando Ratzinger dice che da quel contesto è nato il disordine violento che è culminato nello “scandalo della pedofilia”, mistifica la natura delle cose e con esse il vero motivo della sua critica risentita. Le donne hanno, è vero, hanno cambiato molte regole, e la prima di queste è stata quella della privazione della parola. Hanno infranto la normalità del silenzio intono alla libertà incondizionata degli uomini nel loro dominio sulle donne e hanno squarciato il velo che nascondeva il libertinaggio, invece permesso purché taciuto.

Le donne che parlano e denunciano sono l’elemento di disordine che ha fatto sì che la verità facesse scandalo. Né la Chiesa né l’organizzazione sociale sono ancora pronte ad usare la verità per crescere. Il modo più semplice per allontanare la verità è mentire e soprattutto trovare, in chi rivela, il colpevole.

Le recenti dimissioni dello staff di Lucetta Scaraffia, che ha dato voce alle suore abusate, sul mensile femminile de “l’Osservatore Romano”, sono significative del fatto che il Vaticano non è pronto, o non si sente costretto, ad affrontare “l’altro scandalo”, e il Papa emerito si è assunto l’onere di indicare nelle colpevoli di ieri quelle di oggi. È cambiato poco da quando nel 2002 le gerarchie ecclesiastiche armarono una campagna per impedire la distribuzione in Italia del film di Peter Mullan “Magdalene” che raccontava, senza enfasi, semplicemente con le parole delle vittime, la vergogna delle lavanderie tenute dalle religiose in Irlanda. Con il film, anche per bocca di autorevoli uomini “laici” fu messa in dubbio la vicenda, e soprattutto dopo che Giovanni Paolo II volle chiedere scusa per gli errori della chiesa, fu proprio il Papa emerito a proporre che il seguito di quelle parole consistesse nella “Giornata della purificazione della memoria”. Nel primo e nel secondo gesto le grandi assenti erano le donne, perseguitate, stuprate, uccise, che non appartenendo a nessuna categoria dichiarata, proprio perché indicibili, non potevano essere destinatarie di una richiesta di scuse. Anche qui nessuno domanda e nessuno risponde.

Si potrà dire che la Chiesa ama le vittime, da sempre, e quindi anche quelle della violenza degli uomini, come a gran voce ha detto il papa Bergoglio. Questo è probabilmente vero ma lo è a patto che rimangano vittime, e soprattutto mute. Un amore che, espresso nel modo che vediamo, alimenta il sistema della vittimizzazione, il sistema sociale, come suggerisce la lettera, imbarbarito dalle femministe.

Questa risposta che diamo, necessaria comunque, è resa doverosa dalla straordinaria sovrapponibilità tra le parole che abbiamo letto nella lettera e quelle usate dai politici per motivare le politiche contro le quali il movimento femminista ha aperto una contestazione che attraversa tutto il paese. Sono le politiche che hanno come primo obiettivo la moderazione delle libertà femminili, guidate dall’ideologia della riaffermazione del patriarcato.

Proprio ora succede, e non si tratta di un dejà vu, a meno che non si voglia risalire alla memoria, ma poi perché no, di Bellezza Orsini e della caccia alle streghe.

Il femminismo è stata una rivoluzione nella rivoluzione, ha sviluppato una critica serrata al patriarcato, anche a quello nuovo proposto dai compagni di strada, e se questa di Ratzinger è una parte della così detta rivoluzione nella Chiesa contro la pedofilia, qualcuno dovrà fare un’altra rivoluzione e, perché no, saranno probabilmente quelle religiose e quelle recluse “della purificazione” alle quali si vorrebbe tenere il bavaglio.

12/04/19

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