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La Rivoluzione francese e le donne

 OlimpeDeGouges 350 mindi Fiorenza Taricone - La Rivoluzione francese, le donne, la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges

A luglio la Francia, ma anche tutta l’Europa moderna festeggerà la rivoluzione che ha abbattuto il potere assoluto della monarchia, ma che ha segnato anche una fase di rottura irreversibile nella schiavitù femminile.
Nel 1789 Luigi XVI si rassegna ad accettare la convocazione degli Stati Generali che non si riunivano dal 1614, secolo segnato dalla sovranità assoluta di Luigi XIV, Re Sole. I tre ordini dell’Ancien Règime, Nobiltà, Clero, Terzo Stato, tengono assemblee separate. Nel corso delle riunioni vengono eletti i deputati e redatti i cahiers de dolèances, una sorta di elenco di richieste da soddisfare. Per quanto riguarda le donne, come sempre non vengono interpellate. Le appartenenti alla nobiltà hanno diritto di rappresentanza, cioè di delega del proprio voto, in base al titolo di proprietario di un feudo, sancito dall’articolo XX del regolamento regio del gennaio 1789 che stabilisce le modalità di rappresentanza agli Stati Generali.

“Le donne che hanno proprietà, le ragazze e le vedove così come le minori che godono di nobiltà, purché in possesso di feudi potranno farsi rappresentare da procuratori presso l’ordine della nobiltà”. Per tutte le altre donne, nulla era previsto, e il voto per ordini avrebbe visto prevalere come sempre i due ordini della nobiltà e del clero contro quello più numeroso e produttivo. Ma gli avvenimenti presero un’altra piega: Luigi XVI, sotto la spinta delle proteste, concesse al Terzo Stato di avere tanti deputati quanto gli altri due messi insieme. Forse tutto ciò non fu estraneo alla decisione di alcune donne borghesi, escluse una seconda volta anche dopo la concessione del sovrano, di far sentire lo stesso la loro opinione. I Cahiers de dolèances femminili non sono moltissimi, e per lo più provengono dalle comunità religiose o da quelle di commercianti, comunque da gruppi ristretti e in difesa di precisi interessi. La Petizione delle donne del Terzo Stato, anonima, che segue, si colloca ad un livello più alto. I diritti che compaiono sono il diritto al lavoro e quello all’istruzione.

Petizione delle donne del Terzo Stato al Re
1 gennaio 1789
Sire, in un tempo in cui i differenti Ordini dello Stato si occupano dei loro interessi, in cui ognuno cerca di far valere i propri diritti e i propri titoli, in cui gli uni si agitano per evocare i secoli della schiavitù e dell’anarchia, in cui gli altri cercano di scrollarsi di dosso le ultime catene che li legano ancora ad un imperioso resto di feudalesimo, le donne, oggetto costante dell’ammirazione e del disprezzo degli uomini, le donne, in questa comune agitazione non potrebbero anch’esse far sentire la propria voce?
Escluse dall’Assemblee Nazionali da leggi troppo ben cementate per sperare di poterle scalfire, esse non chiedono, Sire, il permesso di inviare i propri deputati agli Stati Generali; sanno fin troppo bene quanta parte avrebbe il favoritismo nell’elezione, e quanto sarebbe facile agli eletti condizionare la libertà dei suffragi. Preferiamo, Sire, deporre la nostra causa ai vostri piedi; rivolgiamo le nostre lagnanze al vostro cuore, e al vostro cuore affidiamo le nostre miserie, poichè è solo da esso che vogliamo soddisfazione. Le donne del Terzo Stato nascono quasi tutte senza fortuna; la loro educazione è scarsamente curata, quando non completamente sbagliata; si risolve nel mandarle a scuola, da un Maestro che per primo non sa una parola della lingua che insegna, che frequenteranno finchè non sapranno leggere l'Officio della Messa in francese e i Vespri in latino. Soddisfatti i primi doveri della Religione, s’insegna loro un mestiere; giunte ai 15 o 16 anni, arrivano a guadagnare al massimo 5 o 6 soldi al giorno. Se la natura ha rifiutato loro la bellezza, si sposano senza dote, con poveri artigiani; vegetano stentatamente in province sperdute e danno la vita a bambini che esse stesse non sono in grado di allevare. Se invece nascono graziose, senza cultura, senza principi morali, cadono in balia del primo seduttore, commettono un primolassemblea nazionale costituente francese seconda repubblica maggio 1848 lannuncio di un regno e repubblica indivisibile dai rappresentanti del popolo raffigurazione del primo incontro del breve governo repubb 1 errore e per nascondere la vergogna vengono a Parigi, dove finiscono per perdersi completamente e morire vittime del libertinaggio. Oggi che le difficoltà di sussistenza costringono migliaia di loro a mettersi all’asta, che gli uomini trovano più comodo comprarle per un certo tempo piuttosto che conquistarle per sempre, quelle che si sentono portate alla virtù da una felice inclinazione, che sono divorate dal desiderio di istruirsi, che si sentono spinte da un gusto naturale, che hanno superato i difetti dell'educazione ricevuta e sanno un po’ di tutto, senza aver appreso nulla, quelle infine che un animo eletto, un cuore nobile, una fierezza di sentimento fanno chiamare bigotte, sono costrette a rinchiudersi nei monasteri, in cui si esige solo una modesta dote, o a mettersi a servizio.
Se la vecchiaia invece le sorprende nubili, la trascorreranno fra le lacrime, oggetto di disprezzo dei parenti più prossimi. Per ovviare a tanti mali, Sire, noi chiediamo: che gli uomini, in nessun caso possano esercitare mestieri che sono appannaggio delle donne, ossia quelli di sarta, ricamatrice, negoziante di moda, che ci lascino almeno l’ago e il fuso, e noi ci impegneremo a non prendere in mano il compasso e la squadra. Chiediamo di venire illuminate, di avere occupazioni, non per usurpare l’autorità degli uomini, ma per esserne maggiormente stimate, per avere mezzi di sussistenza al riparo dagli infortuni, perchè l'indigenza non costringa le più deboli di noi, abbagliate dal lusso e sviate dall'esempio, ad unirsi a quella folla di disgraziate che popolano le strade e la cui viziosa audacia costituisce l’obbrobrio del nostro sesso e degli uomini che le frequentano. Vorremmo che questa categoria di donne portasse un distintivo. Non dovrebbero mai togliersi il distintivo, pena l’obbligo di lavorare in pubblici laboratori, a vantaggio dei poveri. Vi supplichiamo Sire di istituire scuole gratuite in cui poter appendere i principi della nostra lingua, la religione e la morale. Noi chiediamo di liberarci dell’ignoranza, per dare ai nostri figli un'educazione sana e ragionevole, per farne Sudditi degni di servirvi. Li educheremo ad amare il bel nome di Francese, trasmetteremo l’amore che abbiamo per la Vostra maestà; noi infatti preferiamo lasciare agli uomini il valore, il genio, ma sempre contenderemo loro il pericoloso e prezioso dono della sensibilità.

 

La rivoluzionaria Olympe
Se le borghesi fanno sentire per la prima volta in modo compatto la loro voce, Olympe de Gouges stende una Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, in parte simile a quella ben più famosa di quella maschile. Fin dal lontano 1992 quando con Mimma De Leo scrivemmo il primo libro di testo per le scuole superiori dal titolo Le donne in Italia. Diritti civili e politici, ci auguravamo che il testo fosse inserito nei libri di storia di tutte le scuole, insieme a quella maschile, ma nulla da allora è cambiato.

Olympe de Gouges, il cui vero nome era Marie Gouze, si ritiene fosse nata a Montauban nel 1775. Non ebbe alcuna educazione, ma sembra fosse figlia illegittima di un nobile non privo di ambizioni letterarie e che da lui avesse ereditato le indubbie capacità di scrittrice. Lasciò presto la cittadina dove era nata per restare nella capitale, dove si mantenne anche con il “lavoro di penna”, scandaloso per i tempi. Scrisse anche pièces teatrali e testi sull’inferiorità femminile, equiparando con notevole anticipo sui tempi la schiavitù delle donne a quella dei neri. Fondatrice allo scoppio della Rivoluzione della Società fraterna d’ambo i sessi; appoggiò la marcia su Versailles, l’assalto alle Tuileries e nel settembre successivo dopo l’imprigionamento del re e della regina si offrì di assumerne la difesa. Nel frattempo rivolgeva affermazioni piuttosto pesanti contro Robespierre e i montagnardi. In uno dei suoi ultimi scritti politici invitò i cittadini a indire un referendum tra repubblica unitaria e monarchia costituzionale. Arrestata nel luglio 1793, affermò di essere incinta per avere salva la vita, ma prolungò solamente la sua prigionia. Venne ghigliottinata il 3 novembre 1793.

 

La Dichiarazione è costituita da 17 articoli, tanti quanti ne ha la parallela Dichiarazione al maschile: alcuni di questi articoli, una minoranza, o riproducono integralmente i corrispettivi dell’89, salvo aggiungere la parola «donna» o sostituirla alla parola «uomo» (dal I al III; IX; XII, XV). Olympe de Gouges riscrive, invece, completamente gli altri articoli della Dichiarazione dei diritti della donna da far decretare all'Assemblea Nazionale nelle sue ultime sedute o in quella della prossima legislatura. Fondante l’art. IV, che esplicita con una denuncia politica che la libertà non è affatto uguale per tutti gli individui, essendo quella delle donne invasa e ostacolata dalla tirannia dell’uomo. Altrettanto importante, il VI chiede che tutte le cittadine abbiano pari accesso a tutte le cariche, posti e impieghi pubblici «secondo le loro capacità, e senz’altre distinzioni che quelle dei loro meriti e dei loro talenti». L’art. X è il più famoso: interamente riformulato rispetto al corrispondente dell’89, sostiene la libertà di opinione per tutti tanto più per la donna che «avendo il diritto di salire il patibolo» parimenti ha quello «di salire alla tribuna». Ai diritti politici e alla libertà di opinione è associata la libertà di concepire figli anche fuori del matrimonio: le ragazze madri, nubili o vedove, non devono più dissimulare la loro «colpa» e possono legalmente effettuare la ricerca della paternità (art. XI). L'ultimo articolo, il XVII, introduce un concetto di comunione dei beni nel rapporto matrimoniale, che Olympe riprenderà nella postfazione, in particolare nella proposta di un Nuovo Contratto Sociale. Questo prevede la comunione dei beni da dividersi in parti uguali in caso di separazione, il riconoscimento dei figli naturali, il divorzio.

 

Preambolo

Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della nazione, chiedono di potersi costituire in Assemblea nazionale. Considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna sono le cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi, hanno deciso di esporre, in una Dichiarazione solenne, i diritti naturali, inalienabili e sacri della donna, affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, ricordi loro senza sosta i loro diritti e i loro doveri, affinché gli atti del potere delle donne e quelli del potere degli uomini, potendo essere paragonati ad ogni istante con gli scopi di ogni istituzione politica, siano più rispettati, affinché le proteste dei cittadini, fondate ormai su principi semplici e incontestabili, si rivolgano sempre al mantenimento della Costituzione, dei buoni costumi, e alla felicità di tutti. In conseguenza, il sesso superiore sia in bellezza che in coraggio, nelle sofferenze della maternità, riconosce e dichiara; in presenza e sotto gli auspici dell’essere supremo, i seguenti Diritti della Donna e della Cittadina.

ARTICOLO I
La Donna nasce libera e resta eguale all’uomo nei diritti. Le distinzioni sociali possono essere fondate solo sull’utilità comune.DichiarazioneDirittiDonne 350 min

ARTICOLO II
Lo scopo di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili della Donna e dell’Uomo: questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e soprattutto la resistenza all’oppressione.

ARTICOLO III
II principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione, che è la riunione della donna e dell’uomo: nessun corpo, nessun individuo può esercitarne l’autorità che non ne sia espressamente derivata.

ARTICOLO IV
La libertà e la giustizia consistono nel restituire tutto quello che appartiene agli altri; così l’esercizio dei diritti naturali della donna ha come limiti solo la tirannia perpetua che l’uomo le oppone; questi limiti devono essere riformati dalle leggi della natura e della ragione.

ARTICOLO V
Le leggi della natura e della ragione impediscono ogni azione nociva alla società: tutto ciò che non è proibito da queste leggi, sagge e divine, non può essere impedito, e nessuno può essere obbligato a fare quello che esse non ordinano di fare.

ARTICOLO VI
La legge deve essere l’espressione della volontà generale; tutte le Cittadine e i Cittadini devono concorrere personalmente, o attraverso i loro rappresentanti, alla sua formazione; essa deve essere la stessa per tutti: tutte le cittadine e tutti i cittadini, essendo uguali ai suoi occhi, devono essere ugualmente ammissibili a ogni dignità, posto e impiego pubblici secondo le loro capacità, e senza altre distinzioni che quelle delle loro virtù e dei loro talenti. .

ARTICOLO VII
Nessuna donna è esclusa; essa è accusata, arrestata e detenuta nei casi determinati dalla Legge. Le donne obbediscono come gli uomini a questa legge rigorosa.

ARTICOLO VIII
La Legge non deve stabilire che pene restrittive ed evidentemente necessarie, e nessuno può essere punito se non grazie a una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto e legalmente applicata alle donne.

ARTICOLO IX
Tutto il rigore è esercitato dalla legge per ogni donna dichiarata colpevole.

ARTICOLO X
Nessuno deve essere perseguitato per le sue opinioni, anche fondamentali; la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere ugualmente il diritto di salire sulla Tribuna; a condizione che le sue manifestazioni non turbino l’ordine pubblico stabilito dalla legge.

ARTICOLO XI
La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi della donna, poichè questa libertà assicura la legittimità dei padri verso i figli. Ogni Cittadina può dunque dire liberamente, io sono la madre di un figlio che vi appartiene, senza che un pregiudizio barbaro la obblighi a dissimulare la verità; salvo rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.

ARTICOLO XII
La garanzia dei diritti della donna e della cittadina ha bisogno di un particolare sostegno; questa garanzia deve essere istituita a vantaggio di tutti, e non per l’utilità particolare di quelle alle quali è affidata.

ARTICOLO XIII
Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese dell’amministrazione, i contributi della donna e dell’uomo sono uguali; essa partecipa a tutte le incombenze, a tutti i lavori faticosi; deve dunque avere la sua parte nella distribuzione dei posti, degli impieghi, delle cariche delle dignità e dell’industria.

ARTICOLO XIV
Le Cittadine e i Cittadini hanno il diritto di costatare personalmente, o attraverso i loro rappresentanti; la necessità dell’imposta pubblica. Le Cittadine non possono aderirvi che a condizione di essere ammesse a una uguale divisione, non solo nei beni di fortuna, ma anche nell’amministrazione pubblica, e di determinare la quota, la base imponibile, la riscossione e la durata dell'imposta.

ARTICOLO XV La massa delle donne, coalizzata nel pagamento delle imposte con quella degli uomini, ha il diritto di chiedere conto, a ogni pubblico ufficiale, della sua amministrazione.

ARTICOLO XVI Ogni società nella quale la garanzia dei diritti non sia assicurata, nè la separazione dei poteri sia determinata, non ha alcuna costituzione; la costituzione è nulla, se la maggioranza degli individui che compongono la Nazione, non ha cooperato alla sua redazione.

ARTICOLO XVII
Le proprietà appartengono ai due sessi riuniti o separati; esse sono per ciascuno un diritto inviolabile e sacro; nessuno ne può essere privato come vero patrimonio della natura, se non quando la necessità pubblica, legalmente constatata, l’esiga in modo evidente, e a condizione di una giusta e preliminare indennità.

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