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L'8 marzo '18 sceglie la lotta

8marzo2018 mindi Nadeia De Gasperis - Se l’esperienza del Brancaccio, in termini elettorali, non ha portato i suoi frutti, ha dato invece a noi della redazione di unoetre.it una importante possibilità, qualcosa che era già nostra consuetudine, ma che ha assunto forse connotati nuovi, il confronto con le donne e gli uomini del nostro territorio, tra questi le associazioni di donne dei centri antiviolenza, che ci hanno raccontato, con la voce rotta, la loro impotenza, l’enorme distacco che ancora esiste tra legislazione e pratica concreta di questa.

La difficoltà a suggerire a una donna di denunciare quando questa teme di non essere abbastanza tutelata per farlo. Le vittime che non hanno un lavoro o che dovendo scappare non possono lavorare, uscite di casa non hanno nessun mezzo per poter ricominciare. Non avendo alcuna forma di sussistenza crea un ulteriore “attaccamento” all’aguzzino.

Forse il fallimento della sinistra va rintracciato nell’avere incontrato la realtà del territorio troppo tardi, e di non avere cercato come prime interlocutrici proprio le donne, ma piuttosto di averle in molti casi “usate” come “quote” da “spendere” per acquisire consensi, di averle dimenticate in campagne elettorali tutte concentrate sugli uomini. Non parlo di quel centro travestito da sinistra, che sta combattendo una battaglia interna tutta al maschile, quella dei “caminetti” in cui gli “angeli del focolare”, non sono contemplati. Non parlo della destra che le ha usate come “cartelloni” elettorali, parlo di quella sinistra un po’ misogina che dovrebbe interrogarsi sul ruolo delle donne.

L’intera scena globale è segnata da movimenti di critica, di resistenza al potere, che vede le donne protagoniste. Lo vediamo in America con Trump, ma anche negli altri Paesi contro le misure nazionaliste xenofobe e discriminatorie. Lo abbiamo visto con le donne combattenti curde, che nasce come struttura contro la violenza maschile, e si è trasformato in un esercito di liberazione, diventando decisivo nella lotta di liberazione della regione dall’Isis.
Donne che partendo dalla forza dei modelli organizzativi autogestiti hanno saputo portare quei modelli nei luoghi preclusi al mondo femminile, affermando valori, conquistando spazi e rappresentanza. In Italia, la libertà delle donne è ancora un “imprevisto” per gli uomini, e il frutto della violenza non sta nel riaffermarsi dell’ordine patriarcale ma proprio nella sua dissoluzione e questo può essere combattuto solo insieme, con un lavoro culturale, relazionale, educativo, sentimentale, simbolico. E soprattutto farlo guardando verso tutti coloro che subiscono ingiustizie.

La violenza colpisce le donne a causa dell’omofobia, del razzismo e della xenofobia. La donna uccisa e presto dimenticata perché prostituta, quella uccisa e presto dimenticata perché transessuale e per una equazione con numeri immaginari, considerata prostituta, quella che arriva sulla nostra terra e oltre la pelle dai vestiti le tiriamo via anche le speranze.
Non ci serve la vittimizzazione delle donne. Va condotta una battaglia che rivendichi il diritto a un welfare sociale, alla salute, una battaglia per l’ambiente. Le donne sono state le prime nelle rivolte della Terra dei fuochi, protagoniste nelle vertenze lavorative, la capacità di lottare non solo per salari, orari e condizioni di lavoro più equi, alle prese con ostacoli burocratici, ridotto accesso all’istruzione, distanza salariale con gli uomini, deboli tutele sul fronte di maternità, in uno dei peggiori Paesi dove essere donne lavoratrici.

Le donne si prendono in carico le ragioni degli “utenti”: malati, disabili, anziani, bambini.
Le donne protagoniste nelle lotte per la nascita dei consultori, ora alle prese con la complessità dei problemi sanitari. Le donne sono le prime a d8marzo18sciopero 460 minover rinunciare alle cure. Le donne mettono il territorio al centro della loro azione, con la loro capacità di “prendersene cura”, con la consapevolezza, che manca alla sinistra, che tutte le lotte da quelle ambientali, a quelle per il lavoro, per la scuola o per la sanità pubblica, riescono a trovare unità, non in luoghi astratti, ma come protagoniste della comunità locale.
Si fa molta fatica, a inserire nuove parole nel lessico comune quando fanno riferimento ad un universo culturale e sociale fatto di stereotipi.

Qualche giorno fa il direttore di unoetre.it mi ha chiesto se preferissi essere chiamata vicedirettore o vicedirettrice. Ho risposto che non aveva importanza, contava di più la mia identità, quello che sento di essere, il contributo di donna che potrò portare al giornale, ma con questo, proprio in virtù della mia libertà di scegliere rivendico e difendo fermamente il diritto di ogni donna di scegliere se essere chiamate o meno con un nome coniugato al femminile.

Il termine femminicidio, così tanto osteggiato per anni e finalmente in uso anche nei media non significa semplicemente “uccisione di femmina da parte di maschio” ma l’uccisione di una donna in quanto donna, magari perché rivendica spazi di autonomia e autodeterminazione. Così come “violenza sulle donne” non è solo “violenza sulle donne da parte di uomini” ma è la più estesa violenza maschile che indica tutta una serie di forme e livelli di violenza che si esprimono attraverso comportamenti e stereotipi di genere, ruoli sociali, discriminazioni, ineguaglianze e soprusi che le donne, tutte, possono subire, a volte anche da altre donne pregne di cultura maschilista.

La violenza è anche quella culturale che intima alla Casa internazionale delle donne, da 30 anni un centro di elaborazione politica e culturale del femminismo, cuore pulsante dell'associazionismo femminile a Trastevere, “vi concediamo un mese di tempo per gli arretrati”.
Voglio concludere mutuando quello che la scrittrice Arundathi Roy scrive riferendosi alla disparità tra poveri e potenti, “Noi siamo molte, loro sono pochi. Hanno bisogno di noi, più di quanto noi abbiamo bisogno di loro. Un altro mondo non solo è possibile, ma sta arrivando. Nelle giornate calme lo sento respirare.”

 
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