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Farah, una protagonista reale del cambiamento

Farah 350 260 mindi Nadeia De Gasperis - Quanto coraggio ci vuole a essere donne e quanto ce ne vuole a essere donne nel corpo di bambina?
Le cronache ci raccontano di Sana, ragazza pakistana che voleva sposare un italiano ed è stata uccisa dal padre e dal fratello, sgozzata, di Nada, che scappa per non sposarsi a 11 anni, una ragazza di origini kosovare che si era ribellata al matrimonio combinato dalla famiglia. Si è parlato della vicenda della tredicenne che stava per essere venduta dal padre per 15mila euro, caso accaduto a Firenze. E prima ancora c’era stata Rashida, quindicenne di Torino, destinata dai genitori a diventare la sposa bambina di un uomo più grande di lei di dieci anni. La giovane di origini egiziane ad aprile era stata allontanata dalla famiglia, su provvedimento del Tribunale dei Minori, e inserita in una comunità.

E poi questa giovane donna, la giovane studentessa residente a Verona, Farah. Ma Farah è libera. La giovane pakistana residente a Verona, portata con l’inganno dalla famiglia in patria e fatta abortire, è stata liberata e sottratta a chi la stava trattenendo ed è ora al sicuro, in compagnia di rappresentanti delle autorità italiane. La giovane era riuscita a inviare l’ultimo messaggio al fidanzato di Verona, anche lui di origini pakistane, ma cittadino italiano, adottato da una famiglia veronese. La ragazza aveva inviato anche a una compagna di classe un messaggio audio via WhatsApp, in cui ha raccontato di essersi fidata dei genitori tornando in patria e di essere stata tenuta legata per otto ore prima di abortire.

Quanto può essere fiero questo giovane uomo del coraggio della sua compagna? Leggendo la storia di Farah sento la necessità di chiamare una donna che lavora in una struttura che offre sostegno a studenti che vivono condizioni di disagio economico o di altra natura, e tra questi ci sono ragazzini pakistani, indiani, marocchini. Li seguono nei compiti ma poi offrono loro una merenda, la possibilità di stare con altri ragazzi e anche di pregare, ognuno come vuole, ognuno nella sua religione. Le chiedo di raccontarmi la storia della giovane donna che è molto brava a scuola, vorrebbe continuare a studiare ma il padre vuole che ritorni al suo Paese di origine, un matrimonio combinato l’aspetta.

Mi dice con la voce rotta dalla commozione che non ha più notizie di lei, è partita e non si è fatta più sentire. Da lì si snodano diverse storie, con la sua voce “accogliente” e dolce mi racconta della sua sorellina che a 15 sembra destinata allo stesso futuro e poi del ragazzino marocchino che ama la letteratura, Foscolo, Leopardi, ma il suo destino è quello di fare il venditore ambulante. “una bocca in meno da sfamare”. Così, mi dice. Ogni situazione è stigmatizzata dalla gente, dai media, dai politici, con un “è la loro cultura” ma in questo modo non usciremo mai dalle logiche relativiste e neutre, non prenderemo mai di petto il problema, affrancandoci di far rientrare il reato del matrimonio forzato delle minori come un punto cruciale da inserire nel nostro piano nazionale. Chissà se negli altri paesi dicano di noi che ormai sia un fatto culturale, lanciare da un balcone moglie e figlia. O in branco violentare una giovane eritrea.

Continuo, chiedendole, “dimmi cosa provi di fronte a queste situazioni?” “Un grande senso di impotenza, sono sempre combattuta se spronare ad essere audaci o frenare questo senso di libertà pensando che possano correre qualche rischio ribellandosi alla volontà della famiglia.”
“Ho comprato dei romanzi al ragazzo che ama studiare la letteratura, ma non lo so se faccio bene. Mi sono pentita di aver insistito con la ragazzina pakistana a continuare negli studi. Forse tutto questo non serve a niente.”

Il problema è lasciato all’associazionismo, Il telefono azzurro, Terre Nostre e poi il dibattito mediatico a personaggi, come la Santanchè, che viene puntualmente invitata ai dibattiti sulla cultura islamica, a sproloquiare sul tema.
Ma le operatrici dei servizi hanno davvero gli strumenti per garantire effettiva protezione e la consapevolezza di essere solo all’inizio di un percorso complesso e poco, troppo poco esplorato, quando si denuncia? Dobbiamo davvero solo sperare che altri Paesi introducano il divieto dei matrimoni forzati o possiamo proteggere queste donne da luoghi dove queste pratiche ancora trovano legittimazione culturale e giuridica?

Quale è l’integrazione, imporre la nostra cultura? E lo spieghiamo ai nostri giovani uomini, quanto è forte e bello il coraggio di una giovane donna che si ribella ai soprusi, da qualunque parte del mondo provenga? E quanto orgogliosi si possa essere di loro? Ma luoghi come la casa delle donne nel nostro Pese, chiudono, e si abdica alla sorellanza, chissà se basterà ripartire e imparare dal coraggio di una giovane, giovane donna, quando resiste, e si può dire Salva.

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