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Reddito di sopravvivenza e distribuzione ore di lavoro

lavorare tuttidi Donato Galeone* - La maggioranza del Parlamento italiano approvando il Bilancio dello Stato 2019, con l'emendamento che “proroga di un anno” la misura del REI” - definito reddito di inclusione – che personalmente definirei “reddito di sopravvivenza” in attesa di lavoro, mentre tante altre persone e innovatori, politici del cambiamento, lo definiscono “reddito di cittadinanza” quale sostegno - “sempre di sopravvivenza” - variabile dipendente dal rifiuto per tre volte, dicono e ripetono, del posto di lavoro offerto dai Centri per l'Impiego da ristrutturare e potenziare su tutto il territorio nazionale o dalle Agenzie Lavoro, riconosciute dalle istituzioni regionali, per la ricollocazione lavorativa.

Conosceremo tra qualche giorno o settimane il decreto del Governo sul come sarà articolato, nella sua operatività il tanto propagandato nuovo sostegno al “reddito minimo del cittadino italiano” pur conoscendo il come è disciplinato il “REI” - reddito di inclusione al lavoro -
del D.lgs 15 settembre 2017, n.147 successivamente modificato dall'art. 1 commi 190 - 191 e 192 della legge 27 dicembre 2017, n.205 (Legge di Bilancio 2018) – prorogata di un anno dalla Legge di Bilancio 2019 - che è la nuova misura unica di contrasto alla povertà, condizionata alla prova dei mezzi del sopravvivere e all'adesione a un “progetto personalizzato” di attivazione lavorativa.
Sappiamo, anche, che buona parte del merito sul “reddito minimo garantito -REI-” deve essere attribuito ad un Gruppo - Alleanza per la Povertà” - di 35 Organizzazioni della società civile costituitasi nel 2013 (www.redditoinclusione.it) che – con CGIL-CISL-UIL e aggregando consensi e interessi condivisi – formulava al Governo “proposte sociali utili” da alimentare con adeguato sostegno pubblico.

E finalmente - il 1° dicembre 2017 – entrava in vigore il “Reddito di inclusione” (REI), più volte richiamato. Ma il REI rappresentava e rappresenta, ancora, solo un primo piccolo passo - dalle risorse scarse - verso l'estendersi delle povertà; con prestazioni da importi modesti e requisiti stringenti richiesti; può e potrà coinvolgere appena la metà dei poveri, mentre la realizzazione dell'attivazione dei progetti lavoratori – nei territori – è stato ed è nella realtà di sottosviluppo e declino economico locale un grosso e irrisolvibile problema – a breve nei 18 o prorogabili 12 mesi – nella comunicazione all'INPS della sottoscrizione dei progetti lavorativi personalizzati.
Non è probabile - a mio avviso, penso, certa - la motivazione ragionata dell'emendamento approvato con il Bilancio 2019 che, necessariamente, ha favorito la proroga della deroga del “reddito di inclusione” (REI) a tutto il corrente anno 2019 - anno di attesa e di avvio - del propagandato “reddito di cittadinanza"?
Poiché, tutti noi, viviamo nella cultura umana e nella storia economica e del lavoro tra i Paesi del terzo millennio, come l'Italia, ad alta diseguaglianza sociale, con bassi tassi di crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) e con crescente debito pubblico, dovremmo considerare che negli ultimi venti anni, quasi tutta la ricchezza prodotta - tra profitti e rendite - è andata soltanto al 10% del popolo, mentre il resto del popolo - classe media inclusa e lavoratori occupati - hanno subito una forte perdita di potere d'acquisto in beni e servizi, tendente a ridursi, verso l'azzeramento, con l'estensione delle sopravvivenze in povertà relativa e assoluta (Nicola Cacace: “Cambiare marcia per creare lavoro”).

I requisti e il valore del reddito di inclusione (REI) anticipatore del reddito di cittadinanza.
Conosciamo, anche per il 2019, che i requisti economici del “nucleo familiare del cittadino povero” in attesa di lavoro sono:
1- un valore ISEE in corso di validità non superiore e 6 mila euro;
2- un valore ISRE (indicatore reddituale della ISEE diviso in scala di equivalenza) non superiore a 3 mila euro;
3- un valore del patrimonio immobiliare, diverso della casa di abitazione, non superiore a 20 mila euro;
4- un valore del patrimonio mobiliare (depositi, conti correnti) non superiore a 10 mila euro (ridotto a 8 mila euro per la coppia e a 6 mila euro perimpresa lavorare 350 260 min la persona sola).

Sono passati esattamente cinque anni - 27 dicembre 2013 – da quando sostenevo, e ritengo ancora oggi, che “la lotta alla povertà può avere un graduale successo se operiamo non solo nella dimensione del sostegno economico immediato con il DARE PRIMA A CHI STA PEGGIO, ma innanzitutto ed essenzialmente, giorno dopo giorno, con lo INSERIMENTO NEL LAVORO elevato a dignità della persona, tanto nelle professionalità riconosciute ed equamente compensate al fabbisogno personale e familiare, quanto nella partecipazione ai risultati gestionali delle attività produttive, chiaramente, nell'esercizio effettivo delle ore di lavoro e dei diritti costituzionali vigenti in Italia sin dal primo gennaio 1948”.

Ecco, allora, che “proprio l'Italia” del terzo millennio, con il dramma della disoccupazione, sopratutto giovanile - nonostante la conquista delle 48 ore di lavoro del 1919 rispetto alle 10 ore giornaliere e alle 60 ore settimanali di inizio '900 e alle 40 ore settimanali medie definite nella seconda metà del secolo scorso - è il Paese europeo che ha l'orario annuo di lavoro quasi del 30% superiore all'esercizio effettivo di lavoro di quello tedesco: 1.725 ore annue contro 1.371 (dati OCSE 2015).Tutto ciò significa che l'Italia è il paese europeo con 4 milioni di occupati in meno rispetto alla Germania: tasso di occupazione italiano del 57% e quello tedesco del 74 %.
Nicola Cacace entra nel merito su il cambiare marcia per creare lavoro e osserva che “l'orario di lavoro cala dovunque, tranne in Italia” e che “in Italia dove tutti mettono i problemi della occupazione al primo posto, l'assenza di un dibattito serio sul tema degli orari di lavoro è indice di basso livello culturale della classe dirigente, politica, sindacale ed imprenditoriale”.

Ivano Alteri, con il suo articolo pubblicato da questo stesso giornale con il conosciuto slogan ”lavorare meno lavorare tutti” richiama la proposta di legge sui “contratti di solidarietà espansiva” tra gli strumenti normativi sulla “riduzione dell'orario di lavoro” presentata dal Consigliere Regionale dell'Emilia Romagna, Piergiovanni Alleva, prevedendo che se 4 lavoratori accettano si crea 1 posto di lavoro.
A mio avviso, per prassi e pratica contrattuale nazionale, integrata ai livelli territoriali e aziendali - più che per legge regionale o nazionale - la “antica quanto attualissima questione della riduzione e distribuzione dell'orario di lavoro” non potrà non combinarsi equamente tra salario e produttività media del sistema oltre che tra salario e produttività nei “vari punti del sistema” considerato che il sistema produttivo locale o di comparto settoriale tende ad espandersi ed innovarsi tecnologicamente sui territori in modo non uniforme e neppure omogeneo.

Quindi, appare evidente, che il passaggio dal reddito di inclusione o di cittadinanza verso la collocazione a lavoro potrà avvenire - solo ed essenzialmente - superando ogni ostacolo, tra i tanti, di creare lavoro, tra cui quelli principali sono sia la “emersione delle opportunità imprenditoriali nella nuova realtà economica” che lo sblocco dell'arresto di un processo storico della “riduzione degli orari di lavoro” che ha, di fatto, consentito nella seconda metà del novecento, la quasi piena occupazione produttiva.

*già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio
Roma, 11 gennaio 2019

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