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Le ragioni inconfessabili del razzismo dall’alto

giovanimigrantisultrenoi 350 260di Fausto pellecchia da L’Inchiesta del 14 giugno 2017 - Alcuni atti recenti delle istituzioni italiane sembrano confermare con spietata esattezza la tesi sostenuta dal filosofo Jacques Rancière sul razzismo come “passione dall’alto”[Il razzismo viene dall’alto, Il Manifesto, 26 settembre 2010] suscitata in primo luogo dallo Stato, ma alimentata anche dalle critiche di una sedicente “sinistra” pronta a mobilitarsi contro i particolarismi comunitari e a trasformare il principio sacrosanto dell’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge in omologazione eurocentrica e xenofoba dei costumi e dei simboli etno-antropologici.

Il razzismo come strategia dell'azione politica

Sta di fatto che, tanto le strategie dello Stato nell’affrontare il problema dei flussi migratori con misure di emergenza, quanto l’interpretazione critica che in esse coglie un cedimento, per fini elettoralistici, a rozze ideologie razzistiche, sottendono un comune presupposto: il razzismo sarebbe, infatti, essenzialmente un pregiudizio popolare, una reazione emotiva e irrazionale degli strati culturalmente più arretrati della popolazione, “incapaci di adattarsi al nuovo mondo mobile e cosmopolita”. Questa convergenza fa sì che una serie di leggi e decreti con chiari effetti discriminatori [si veda la recente legge Minniti-Orlando approvata il 12.04.2017, che ha ulteriormente inasprito le disposizioni contro gli “immigrati irregolari” della Bossi-Fini (2002) e del “Pacchetto sicurezza” (2009)] vengano giustificati come necessarie misure congiunturali, dettate dall’aumento della microcriminalità e dai disordini provocati dai flussi migratori, come estremo baluardo legale contro il pericoloso dilagare di un razzismo di massa.
In verità questa argomentazione è perfettamente rovesciabile, dal momento che il nuovo razzismo appare innanzitutto come strategia dell’azione politica condotta dalle istituzioni s e opportunamente “argomentata” e amplificata sui media dalle élites intellettuali, i cui effetti ideologici si propagano rapidamente sulle popolazioni, come è attestato dalla diffusione delle intossicazioni razzistiche sui social network.
La diffusione del razzismo e della xenofobia come fenomeno di massa è, anche e soprattutto, la conseguenza di una strategia politica degli Stati, basata sulla creazione dall’alto di identità fluttuanti, sempre passibili di nuove divisioni (e di incerti confini) tra appartenenza e non appartenenza, inclusione ed esclusione, che la legislazione si incarica volta per volta di riconfigurare mediante “decreti d’urgenza”, di natura puramente emergenziale. Nonostante i flussi migratori – troppo spesso determinati dalle sciagurate politiche estere dell’Occidente- siano ormai un dato epocale che investe le società avanzate da almeno un quarto di secolo, si emettono sempre nuovi e instabili criteri intenti a opporre migranti economici vs rifugiati politici; regolari e irregolari; leggi restrittive sullo jus soli vs “i privilegiati” dello jus sanguinis; cittadini residenti vs apolidi; migranti inoccupati (e schiavizzati) vs disoccupati in cerca di occupazione, ecc.

La tumultuosa globalizzazione dell’economia ha radicalizzato la natura dello Stato moderno in “stato di polizia”

In realtà, la demarcazione mobile e provvisoria tra il “dentro” e il “fuori” del diritto è il dispositivo con il quale lo Stato cerca invano di venire a capo di ciò che Michel Foucault ha individuato come la frattura bio-politica fondamentale. Anche la forma politica degli stati democratici è infatti sottesa da una scissione che attraversa e divide la popolazione nel momento stesso in cui deve costituirsi come corpo politico unitario in rapporto alle istituzioni, seguendo i limiti mutevoli sanciti dai canali della rappresentanza. È come se la variabile costruzione giuridico-istituzionale che dà a quel corpo la forma di soggetto politico presupponga già sempre un’alterità non integrabile e irrappresentabile (e tuttavia coessenziale alle logiche identitarie del potere), rispetto alla quale lo Stato definisce la legittimità del proprio intervento. Si tratta di una differenza interna o di un resto sovra-numerario, costituito da frazioni eccedenti della popolazione amministrata, che possono non essere rappresentate e/o gestite conformemente ai principi fondamentali del proprio ordinamento. Questo resto viene evocato per legittimare la violenza discriminatoria delle istituzioni come argine provvisorio contro la possibile minaccia “sovversiva” di coloro che sono esclusi dall’insieme a cui di fatto appartengono (immigrati irregolari, apolidi, disoccupati senza fissa dimora ecc.) o di coloro che non appartengono di fatto al medesimo insieme in cui pure sono già inclusi (gli sfruttati, i precari, i disoccupati, i giovani alla ricerca di occupazione, gli strati sociali impoveriti dalla grande crisi). In questo senso, il temuto dilagare del razzismo popolare, le “guerre tra poveri” e le violenze discriminatorie “tra ultimi e penultimi”, sono innanzitutto la conseguenza e l’effetto di un razzismo dall’alto, prodotto dall’impossibilità dello Stato di suturare la frattura bio-politica su cui si fonda.
La tumultuosa globalizzazione dell’economia degli ultimi trent’anni è stato il detonatore di un nuovo razzismo top down, che ha radicalizzato la natura dello Stato moderno in “stato di polizia” a protezione del libero mercato capitalistico-finanziario. Infatti, diventati progressivamente impotenti nel governo dei processi economici interni - quando non agiscono piuttosto come passivi esecutori delle logiche predatorie della libera circolazione dei capitali – gli Stati hanno tuttavia conservato quasi intatto il potere di controllo sulla circolazione delle persone. Per questo, la funzione securitaria e il mantenimento dell’ordine pubblico, innalzati a suprema “ragione di stato”, si avvalgono della costruzione fantasmatica dell’invasione migratoria come potenziale minaccia per la vita delle persone e dei codici simbolici che ne costituiscono la forma. L’inevitabile conseguenza è l’innesco del corto-circuito securitario come permanente “stato di eccezione” sul piano legislativo: per consolidare e rafforzare il proprio potere di controllo e di selezione nella circolazione delle persone, è necessario provocare e incrementare sentimenti di insicurezza e di paura collettiva, che suscitino e favoriscano sempre più la domanda sociale di procedure straordinarie di “pubblica sicurezza”, a fronte di una progressiva riduzione della sfera dei diritti personali. È in questa logica che va collocata la discriminazione razziale prodotta e instillata dallo Stato nella popolazione che è chiamato a gestire, e che i “populismi reazionari” cavalcano abilmente, proiettando il conflitto politico tra “Noi” e “Loro”- piuttosto che in direzione anti-elitaria o anti-establishment - verso i bassifondi della scala sociale, in termini di chiusura e di esclusione etno-antropologica. [Cfr., Mudde C. e Kaltwasser C.R., Exclusionary vs. Inclusionary Populism: Comparing Contemporary Europe and Latin America, Government and Opposition, (2013), n.48, pp 147-174]

 
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