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L'intervista di Napolitano e gli insulti di Salvini

salvini napolitano 350 260di Elia Fiorillo - La poetessa spagnola Concepcion Arenal, nell'800, scriveva: "Il suono delle risate passa. La forza dei ragionamenti resta". Se al posto delle risate mettiamo le frasi ad effetto, che a volte fanno anche ridere, abbiamo l'idea di un modo di comunicare di alcuni politici. E non solo di questi in verità. Il "ragionamento" su un fatto, su un'intervista, su un evento è soppiantato dalla battuta ad effetto che dovrebbe sintetizzare il tutto e dare a chi ascolta il "pensiero" di chi la pronuncia. Nessun tentennamento o titubanza nella dichiarazione al Tg di pochi secondi. Una mitragliata di parole e di concetti che lascia sbigottiti e fa nascere il dubbio di frasi imparate a memoria, costruite ad hoc in vista del mini evento televisivo. Oppure, di una rapidità di pensiero e quindi di parola che lascia esterrefatti, increduli. Niente a che vedere con i politici di una volta che pareva che soffrissero nella loro lentezza d'esposizione. I tempi cambiano ed anche i linguaggi, ma certe battute di dubbio gusto, certe semplificazioni non si possono giustificare.

"Napolitano non dovrebbe essere intervistato, pagato e scortato, dovrebbe essere processato". È Matteo Salvini che sbotta con un tvitter il suo pensiero sull'intervista che Giorgio Napolitano, presidente emerito della Repubblica, ha rilasciato a "La Repubblica" recentemente. In essa l'ex capo dello Stato ricorda la brutta storia dei bombardamenti sulla Libia ai tempi di Gheddafi. E attribuisce al governo Berlusconi, in carica nel 2011, la responsabilità della decisione. Pur riconoscendo all'allora capo del governo molte perplessità sulla risoluzione dell'ONU, che prevedeva gli interventi armati contro il leader libico, fino al punto da fargli ipotizzare le dimissioni da capo del governo. Per Napolitano, il fatto che Berlusconi abbia evitato "quel gesto per non innescare una crisi istituzionale al vertice del nostro paese, fu certamente un atto di responsabilità da riconoscergli ancora oggi". Secondo l'ex inquilino del Quirinale, comunque, quella decisione non poteva non essere presa dal governo, in armonia con il Parlamento, che approvò con maggioranze schiaccianti "due risoluzioni gemelle alla Camera e al Senato, con l'adesione anche dell'allora opposizione di centrosinistra.

La tematica Libia è parecchio delicata soprattutto in tempi di pre-campagna elettorale. Addossare a l'uno o all'altro schieramento politico dell'epoca la responsabilità della messa fuori gioco di Ghedaffi equivale ad individuare il responsabile dei disastri attuali dell'emigrazione proveniente da quel Paese. Ecco perché quando Napolitano parla di Libia gli occhi e le orecchie dei leader dei partiti si spalancano. Ghedaffi all'epoca, al di là dell'esecrabile dittatura, era il cemento che legava un popolo ed evitava quel frazionismo esasperato che oggi tutti vediamo. E che spinge migliaia di esseri umani ad abbandonare le proprie terre per viaggi della speranza che troppo spesso si concludono con la morte. No, nessun elogio del dittatore libico, ma una riflessione sui danni che una politica superficiale - o interessata a fini d'interessi economici - può portare.

La voglia dell'allora presidente francese Sarkozy di liberare la Libia da Gheddafi era tutta ideale o dietro c'era qualche interesse - petrolifero - inconfessabile? Per Giorgio Napolitano: "Non interessa ora indagare sui motivi che spinsero Sarkozy a iniziare in tal modo l'attacco alla Libia. Quella iniziativa intempestiva ed anomala fu superata da altri sviluppi". Le due risoluzioni ONU verso il colonello Gheddafi per far cessare le violenze contro i suoi oppositori che s'ispiravano alla cosiddetta "primavera araba".

Certo, l'intervento armato, l'imposizione della democrazia, eppoi? Proprio niente. Un dietrofront che la dice lunga sulla superficialità con cui tutti i paesi aderenti all'ONU si comportarono successivamente alle bombe ed alla "liberazione" della Libia. Lo dice in modo chiaro nella sua intervista "Re Giorgio", come veniva chiamato Napolitano ai tempi della sua presidenza per il decisionismo della sua azione al di là della moral suescion. "L'errore veramente grave fu non dare, in quanto comunita' internazionale, nessun contributo politico, di institution building, economico alla conduzione dell'operazione militare. Ci fu un quasi tirarsi fuori, e fu ciò che provocò il caos degli anni successivi". Caos che continua senza che la comunità internazionale si decida ad intervenire con anni di ritardo.

Sicuramente è più facile spararle grosse, senza "ragionare" e provare a cercare le ragioni per cui certe vicende sono avvenute. Ipotizzando, ovviamente, dei rimedi praticabili e non populisti-elettorali.

 
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