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Spaventose protezioni e rassicuranti minacce

lasvegasstrage h260 mindi Fausto Pellecchia - L’effetto delle notizie quotidianamente diffuse dai media su (reali o potenziali) attentati terroristici, nonché le ondate dei flussi migratori a seguito delle conflitti che dilaniano i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, unitamente all’incertezza prodotta dalla lunga crisi socio-economica in Italia e in Europa, sembra esasperare il timore per radicali sconvolgimenti delle nostre abitudini di vita ad opera dell’occulta invasione di soggetti estranei e potenzialmente incompatibili con i nostri codici culturali. Domina l’opinione pubblica un’abile strategia mediatica che mescola e confonde la criminalità comune delle rubriche di “cronaca nera”, soprattutto quando vi siano coinvolti profughi e migranti, e gli atti di terrorismo politico, stabilendo improbabili nessi causali.

Esemplare è il caso della strage di Las Vegas al concerto country al Mandalay Bay hotel, che l’ISIS ha prontamente rivendicato come attentato terroristico, arruolando l’autore, Stephen Paddock, un pensionato affetto da turbe psichiatriche, tra le fila del suo esercito. Del resto, il Presidente Trump, assecondando le torbide correnti dell’America profonda (e della potente lobby dei fabbricanti di armi), ha continuato a rivendicare il valore intangibile del II emendamento della Costituzione statunitense (che sancisce il diritto al porto d’armi per tutti i cittadini), il cui senso era comprensibile nel contesto pionieristico del XIX secolo. Una prova ulteriore del paradosso che trasforma la ricerca di protezione, attraverso la diffusione capillare dei mezzi di autodifesa, nella più temibile delle minacce per la sicurezza, come documenta il numero esorbitante delle vittime di violenza privata. Le proposte avanzate dalla destra anche in Italia di ampliare i casi di legittima difesa anche per la proprietà privata si collocano nel medesimo solco dell’americanizzazione del diritto penale. A questo dato, si aggiunga che l’enfasi sugli stupri e sulle rapine compiute da extracomunitari è usata spesso per oscurare analoghi crimini commessi- in percentuale infinitamente più cospicue- da cittadini europei bianchi e perfettamente acculturati (quando non appartenenti alle stesse milizie di tutela dell’ordine pubblico).

«stato di emergenza» e «sicurezza». cosa sono?

Di qui la frequente invocazione dello «stato di emergenza» che fa scivolare le democrazie occidentali sul piano inclinato dello «Stato di sicurezza» («Security State» , come dicono i politologi americani). Il termine «sicurezza» è diventato una parola d’ordine del discorso politico contemporaneo, nel quale le «ragioni di sicurezza» hanno preso il posto di ciò che un tempo veniva nominato, con espressione non meno enigmatica, «ragione di Stato». polizia a LosAngeles min
Nel modello di Thomas Hobbes, che ha così profondamente influenzato l’intera filosofia politica occidentale, il contratto che trasferisce i poteri al sovrano presuppone la paura reciproca e la guerra di tutti contro tutti: lo Stato si costituisce come lo schermo tutelare che, espropriando la naturale potenza dei singoli, pone fine alla paura e al caos del conflitto permanente.

Nell’attuale «Stato di sicurezza», questo schema si rovescia: lo Stato, cioè – svanita definitivamente ogni missione storico-politica - si fonda durevolmente quasi soltanto sulla paura e deve, ad ogni costo, perpetuarla, dal momento che da essa trae la sua funzione principale e la sua permanente legittimazione. Michel Foucault, del resto, ha già mostrato che, quando la parola «sicurezza» apparve per la prima volta in Francia, nel discorso politico dei fisiocratici, prima della Rivoluzione, non si trattava di prevenire le catastrofi e le carestie, ma di lasciarle accadere per poter in seguito governarle e orientarle nella direzione che si riteneva più favorevole.
Analogamente, la sicurezza di cui si fa questione oggi non mira a prevenire gli atti di terrorismo (cosa, del resto, assai difficile, se non impossibile, poiché le misure di sicurezza sono efficaci solo a posteriori, e il terrorismo opera, per definizione, con una serie di atti imprevedibili) ma a stabilire una nuova relazione tra gli uomini, che autorizza un controllo generalizzato e senza limiti – donde la particolare insistenza sui dispositivi che permettono il controllo totale dei dati informatici e comunicativi dei cittadini, ivi compreso il prelievo integrale e la schedatura dei personal computer.

Il «terrore» e la fine della «sovranità poplare»

La democrazia politica si espone così ad un rischio di secondo grado, che paradossalmente sorge proprio dall’espansione smisurata dei meccanismi di difesa preventiva contro i rischi possibili. Questo rischio è, in primo luogo, rappresentato dall’attuale tendenza verso una relazione inscindibile tra terrorismo e «sicurezza»: se lo Stato ha bisogno della paura per legittimarsi, allora, al limite, bisogna che il terrore divenga condizione permanente e ineliminabile. Non meraviglia perciò che i Paesi occidentali attuino una politica estera che alimenta quel medesimo terrorismo che si deve combattere all’interno, intrattenendo fitte relazioni commerciali (anche di armi) con Stati che sono diretti finanziatori di organizzazioni terroristiche.
Un secondo punto importante è il cambiamento di statuto politico dei cittadini e del popolo, che era ritenuto un tempo il titolare della sovranità. Nello «Stato di sicurezza», si assiste ad una progressiva depoliticizzazione dei cittadini, la cui partecipazione alla vita politica si riduce per lo più ai sondaggi elettorali. Questa inquietante deriva era stata già teorizzata dai giuristi nazisti che definivano il popolo come un elemento essenzialmente impolitico, al quale lo Stato ha il compito di assicurare protezione e crescita. Secondo questa teoria, c’è un solo modo di rendere politico questo elemento naturaliter impolitico: attraverso la valorizzazione della discendenza e della razza, che lo distingue dallo straniero e dal nemico. Non si tratta qui di confondere «Stato nazista» e «Stato di sicurezza» contemporaneo. Ma, se si depoliticizzano i cittadini, questi non possono uscire dalla loro passività se non quando vengano mobilitati attraverso la paura contro un nemico straniero, che non sia soltanto avvertito come estraneo ma anche come potenzialmente inassimilabile. Di questo si alimenta l’odierno neo-razzismo contro i migranti e i mussulmani che invadono il “sacro suolo della patria” e, mentre “rubano il lavoro” degli autoctoni, “sfruttano” le tutele securitarie del loro “stato sociale” ecc. trump donald 350 260

Cosa sono verità e certezza giuridica nella sfera pubblica?

Un terzo elemento prognostico consiste nella trasformazione radicale dei criteri che stabiliscono la verità e la certezza giuridica nella sfera pubblica. Mentre nello Stato di diritto un crimine non può essere accertato se non mediante un’inchiesta giudiziaria, sotto il nuovo paradigma ci si deve accontentare di ciò che ne dicono la polizia e i media al suo seguito – cioè, due istanze che, diversamente da quanto sostiene il Ministro Minniti, sono state sempre considerate di scarsa affidabilità. Ciò significa che lo «Stato di sicurezza» ha interesse a che i cittadini – dei quali deve assicurare la protezione- restino nell’incertezza su ciò che li minaccia, poiché l’incertezza e il terrore si alimentano a vicenda. Nello «Stato di sicurezza», le formule indeterminate – come quella contenuta nel nuovo “Testo unico di pubblica sicurezza” in cui diviene perseguibile «ogni persona al cui riguardo esistono serie ragioni di pensare che il suo comportamento costituisca una minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza» - da sempre considerate dai giuristi come estranee al principio della certezza del diritto, diventano la norma.


Mantenimento di uno stato di paura generalizzato, depoliticizzazione dei cittadini, rinuncia a ogni certezza del diritto: tre caratteri dello «Stato di sicurezza» che costituiscono altrettante minacce. Ciò significa, da una parte, che lo «Stato di sicurezza», in cui stiamo irresponsabilmente scivolando, realizza il contrario di ciò che promette: l’ansia di sicurezza- che vuol dire etimologicamente sine cura - alimenta piuttosto in permanenza paura e terrore. Si tratta dunque, in verità, di una nuova forma dello Stato di polizia: mettendo in ombra il potere giudiziario, esso generalizza il margine di discrezionalità della polizia che, in uno stato d’emergenza diventato la norma, agisce sempre più come il vero sovrano . Mediante la depoliticizzazione progressiva del cittadino, diventato potenzialmente terrorista o criminale, si esce dal dominio finora conosciuto della politica per transitare in una zona incerta in cui il pubblico e il privato si mescolano e si confondono. Ed è proprio qui, del resto, che - come Kafka aveva lucidamente profetizzato- le aule dei tribunali e i luoghi istituzionali confinano direttamente con il boudoir delle maîtresses e le camere da letto.

 
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