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La “Questione Meridionale”: una grande riforma necessaria mai realizzata.

  • Scritto da  Giuseppe Sarracino

sud 2 350 mindi Giuseppe Sarracino - La “Questione Meridionale”, la grande riforma democratica e sociale del Paese mai realizzata.
Non è simpatico citarsi, ma all’indomani della presentazione del rapporto SVIMEZ, anno 2015, sul Mezzogiorno, in un “articolo” pubblicato su di un giornale online, evidenziai che “Il Mezzogiorno sembra ormai scomparso dall’immaginario della nazione e come tale non è più un problema.” Il risultato elettorale di domenica 4 marzo propone, al contrario, quello che i grandi pensatori meridionalisti quali, G. Fortunato, F.S. Nitti, A. De Viti De Marco, G. Salvemini, M. Rossi Doria, L. Einaudi, hanno sostenuto, a cominciare dal 1861, ovvero “la esistenza due Italie, geografiche, economiche, sociali, che procedevano a velocità diverse”. A distanza di oltre due secoli la “Questione Meridionale” rimane la vera grande riforma democratica e sociale mancata del nostro Paese. Senza alcun dubbio la crisi, restituisce un Paese ancora più diviso e diseguale.

La scomparsa del Mezzogiorno dall’immaginario della nazione e dall’agenda politica dei governi è stato un errore non solo politico ma anche culturale. Lo stesso sottosegretario al Mezzogiorno è svanito dalle liste elettorali del PD, per poi essere ripescato all’ultimo minuto e candidato lontano dal sud, nel territorio di Sassuolo, e purtroppo non eletto. E’ un ulteriore conferma di quanto lontano è stato il Sud dalle politiche nazionali di questi ultimi anni. Gli elettori meridionali, contro ogni pronostico dei sondaggi, si sono recati a votare dimostrando che il voto può servire a dare uno scossone a quei partiti considerati appartenere all’establishment. In alcune regioni si sono avute punte di votanti del 71% come Basilicata o del 68% in Campania e 69% in Puglia addirittura superiori alle elezioni precedenti. Un forte campanello di allarme è stato il Referendum del 4 dicembre 2016, quando quartieri popolari come Scampia, Ponticelli, avevano votato in massa per il no, e certamente non per non abolire le poltrone del Senato o del CNEL, ma per manifestare la loro sofferenza contro un governo sentito lontano dai problemi delle periferie e del Mezzogiorno. Non tutti i problemi del Sud possono essere attribuiti ai governi degli ultimi anni, ma la gente aveva deposto molta fiducia nei governi a guida PD. In questi giorni assistiamo ad una lettura troppo superficiale e rapida delle ragioni del voto espresso dal Mezzogiorno.

Il Sud che continua a chiedere assistenzialismo e trova la risposta nel M5 Stelle e il nord ricco e produttivo che chiede sicurezza garantita a Salvini. A mio avviso i motivi che hanno spinto milioni di meridionali a votare in massa, con punte di oltre il 40%, a Di Maio, hanno radici profonde e trovano la loro ragione nel limite culturale della classe politica, che continua a considerare il Mezzogiorno, un peso piuttosto che una risorsa. Come non preoccuparsi di quanto sottolineato dalla SVIMEZ, che nel suo ultimo rapporto nel quale rileva il marcato dualismo generazionale del mercato del lavoro italiano che assume connotati sempre più gravi e “strutturali”. Infatti, su quattro persone tra i 15 e i 34 anni lavora solo un giovane e per quanto riguarda le giovani donne, ne risulta occupata appena una su cinque, sono dati che non hanno paragoni in Europa. Il migliore capitale umano viene lasciato drammaticamente al suo destino. La fuga dei “cervelli” non si arresta. Alla fine del 2016 le regioni meridionali hanno visto andare via altri 62mila abitanti: meno 9.300 residenti in Sicilia, 9.100 in Campania, 6.900 in Puglia. Inoltre le politiche di austerità, hanno determinato il deterioramento della capacità del welfare pubblico di controbilanciare le crescenti disuguaglianze indotte dal mercato. In particolare, un meridionale su tre è esposto al rischio di povertà, che nel Sud si attesta al 34,1%. Nelle regioni più popolate, Sicilia e Campania, il rischio di povertà arriva a sfiorare il 40%. Accanto ad una situazione sociale molto preoccupante occorre aggiungere che le situazioni che destano ulteriore preoccupazione riguardano le infrastrutture, le innovazioni e la preparazione tecnologica. Un Mezzogiorno molto lontano dall’Italia e lontanissimo dall’Europa.

Certamente le misure intraprese dal governo hanno determinato una maggiore occupazione anche nel Sud, il 2016 ha consolidato la ripresa, registrando una performance per il secondo anno superiore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese, ma si è ancora troppo lontani dalla consapevolezza che esiste una parte enorme di Paese, costituito da ben otto regioni, con una popolazione di 21 milioni e 700 mila abitanti, che vive alti livelli di emarginazione e di povertà. Nel 2016 circa 10 meridionali su cento risultano in condizione di povertà assoluta. La stessa SVIMEZ aveva posto l’attenzione sul fatto che come avviene in molti paesi europei, l’Italia, non può più rinviare l’avvio di specifiche politiche di sostegno dei redditi più bassi come il Reddito di Inclusione Sociale. Misura che ha l’importante vantaggio, rispetto ad altre proposte, di concentrare la spesa sui più poveri. E anche se il governo ha cercato di avviare tale misura, essa è insufficiente a coprire l'intera platea dei possibili beneficiari. Per il 2018, il sostegno monetario alle famiglie più povere sarà finanziato con 1.482 milioni, che saliranno a 1.568 milioni nel 2019, risorse certamente largamente insufficienti, di cui beneficeranno circa 500 mila famiglie rispetto a1.619.000 stimate, pari al 38% circa degli individui in povertà assoluta.

Di fronte a vaghe e fumose o inadeguate promesse di sviluppo, la gente del Sud ha preferito il programma del Movimento Cinque Stelle, che ha saputo coniugare il forte malessere contro la casta con una prospettiva di reddito. La novità politica su cui occorre riflettere riguarda il fatto che la maggior parte della gente del Sud non si è affidata alle solite promesse clientelari dei notabili, tipica politica fatta per oltre 50 anni dai partiti di governo, ma ha scelto di affidare le proprie aspettative a un movimento politico. Piuttosto è da chiedersi quanti dei voti ottenuti dai partiti che governano le Regioni e vivono nel sottogoverno, non siano frutto di clientele, familiarissimo e consulenze. In un Mezzogiorno dove la crescita della malavita organizzata continua imperterrita, dove si assiste all’uso clientelare di parte cospicua delle risorse destinate al meridione, le classi dirigenti regionali, non hanno saputo esprimere alcuna cultura di governo in grado di invertire la tendenza al peggioramento economico, sociale e culturale. Ciò è tanto più grave se pensiamo che tutte le Regioni sono governate dal centrosinistra con Presidenti del PD, De Luca, Oliverio, Pittella, Emiliano, e fino a qualche mese fa Crocetta. Il Governo Renzi aveva presentato le linee guida del famoso masterplan per il Mezzogiorno, nel quale erano elencate una serie di progetti e una massa enorme di finanziamenti ovvero di circa 112 miliardi di euro, tra fondi strutturali e quelli nazionali fino al 2023. “E’ questa la base finanziaria di partenza del Masterplan: uno sforzo d’investimenti mai realizzato in passato in un solo anno”. Il Masterplan “non è un esercizio accademico” ma uno strumento “mai realizzato in passato finalizzato a sbloccare anche per gli anni successivi gli investimenti nel Mezzogiorno".

La maggior parte di queste proposte sono finite nel dimenticatoio dei cassetti del governo. Il voto di domenica 4 marzo, impone la necessità di avviare una linea strategica rivolta al Mezzogiorno ma necessaria per tutto il Paese. Credo che la fiducia deposta dai cittadini nel movimento 5 Stelle, ponga seri rischi per la tenuta sociale, non solo nel Mezzogiorno, qualora tale movimento dovesse fallire. La gente del Sud non sarebbe più disponibile a ulteriori prove di partecipazione democratica. Dunque è nell’interesse dell’intera comunità nazionale, e non solo del Mezzogiorno, interrogarsi sulla natura odierna della Questione Meridionale e sui suoi possibili rimedi. La rigenerazione della sinistra e delle forze democratiche non può non partire dal Sud se vuole portare tutta l’Italia in Europa.

 
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