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Urlano aiuto, ma senza gridare. Una mamma risponde

  • Scritto da  Arianna Rossi

salmo 350 260 mindi Arianna Rossi - Il Vangelo secondo Salmo.

Durante il concerto al Palalottomatica di Roma il rapper Salmo ha speso alcune parole su tutti coloro che non si sono risparmiati riguardo ciò che è successo ad Ancona, li ha definiti “instagrammisti” visto che ormai postare foto e storie è diventato lo sport preferito degli italiani. Essi comunicano attraverso l’immagine anziché farlo con le parole e quei pochi che lo hanno fatto si sono comunque espressi in maniera negativa, anteponendo il disprezzo alla riflessione.. “Ma si può morire per andare a vedere questo maiale, che schifo!”.

Sulla tragedia consumatasi alcuni giorni fa in occasione del concerto di Sfera Ebbasta sono state pronunciate tante, troppe PAROLE vuote perché ormai è questo che siamo diventati, opinionisti. Il nostro egocentrismo, la nostra arroganza e la nostra presunzione hanno raggiunto livelli talmente alti che emettere giudizi è diventato il nostro pane quotidiano, la linfa senza cui la nostra vita non va avanti.

Ma quella maledetta sera oltre a cinque ragazzi ha perso la vita anche una MAMMA, chi si è fermato a riflettere su questo? Quali sono state le parole utilizzate per raccontarla? “Lascia un marito e tre bambini di cui uno prende ancora il latte” e così una madre che si è recata ad un concerto per accompagnare sua figlia sacrificando la sua stessa esistenza per questo atto di amore è stata etichettata con la più antica definizione di DONNA che si possa ricordare: MOGLIE e MADRE.

Perché una madre di circa quarant’anni è stata così “sciocca” da portare sua figlia al concerto di un “maiale”? Perché se si apre la classifica di Spotify le prime cinque canzoni in lista sono pezzi rap? Perché il rap è la nuova forma di COMUNICAZIONE.
Le nuove generazioni si uniscono sotto un’unica voce, trovano comprensione in quelli che, anche se definiti pseudo-miti, riescono a penetrare quelle parti dell’anima il più delle volte nascoste perfino a se stessi.
Non bisogna sottovalutare il potere della parola e il rap è soprattutto questo PAROLA, LINGUAGGIO, COMUNICAZIONE perché oltre quei personaggi che si mascherano con un look bizzarro si nascondono dei ragazzi che come tutti hanno vissuto storie, momenti ed esperienze di vita sia terribili che bellissime ed hanno trovato nella scrittura il modo per esorcizzarle, per trasmetterle, per condividerle.

Molti si chiedono come sia possibile che i giovani di oggi ascoltino un certo tipo di musica ma se ci si fermasse un istante a pensare si troverebbe immediatamente la risposta, basta guardarsi intorno per capire che i ragazzi non usano la propria voce, non si ascoltano e non parlano, sono ammutoliti dalla società stessa, incapaci di avere un’opinione su qualunque cosa anche la più semplice. I codici hanno sostituito le corde vocali, il loro linguaggio non è altro che un codice morse che se decifrato in maniera attenta trasmette un unico e continuo messaggio che però non viene recepito: “Mayday”. La loro scuola, quella che per loro dovrebbe essere una seconda casa, il luogo in cui essi una volta si rifugiavano, si confrontavano, comunicavano è diventato un posto vuoto fatto di pareti insonorizzate in cui è inutile provare a parlare poiché non c’è nessuno pronto e capace ad ascoltare e in un mondo in cui si è circondati da gabbie nere e lucide, prigioni dei nostri occhi, dove le nostre emozioni sono annientate non appena si tenta di renderle umane, le parole di un rapper sardo di trentaquattro anni, con un nome quasi profetizzante (Salmo), rappresentano il filo di Arianna per uscire da un labirinto i cui muri sono fatti di superficialità, apparenza e SILENZIO.
Egli è stato definito, come tutti i suoi colleghi, un cantante incapace di trasmettere segnali positivi eppure in un momento in cui l’odio è la parola chiave per sopravvivere, in cui in Europa si lotta per farsi ascoltare, in cui si rischia ogni giorno di morire per la mitomania di qualche squilibrato, durante il suo live ha invitato circa un migliaio di giovani sconosciuti ad abbracciarsi e a ballare insieme lanciando un messaggio di unione, fratellanza e contatto, concetti di cui oggi non si ha più comprensione.

Il rap è la poesia del nostro secolo e i rapper sono i poeti della nostra epoca, sono catalogati come dei buffoni i cui testi sono solo un vomito di parole di cattivo gusto, oscene e disturbanti ma non è corretto racchiuderli tutti in un unico fascicolo contrassegnato dall’etichetta “SPAZZATURA” poiché come diceva De Andrè “Dal letame nascono i fiori” e la maturità di ognuno di noi deve essere nello scovarli, annusarli e raccoglierli e non nello schiacciarli perché diversi, una maturità che una mamma ha dimostrato trovando in quel mondo un modo per avvicinarsi a sua figlia e poter comunicare con lei, cercando di rispondere a quella richiesta di aiuto che tutti i ragazzi di oggi urlano ma senza gridare.

 

 

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