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Morsillo: dagli avvenimenti, argomenti per costruire a sinistra

  • Scritto da  Giovanni Morsillo

S.Giovanni 350 mindi Giovanni Morsillo - Mi sembra importante fare un punto (sintetico) su quanto emerge dai fatti politici italiani degli ultimi giorni. Scrivo quindi in prima persona, poiché sostengo punti di vista e valutazioni soggettive, sulle quali si è svolta una discussione collettiva e che quindi non rappresentano una posizione dell'ANPI provinciale, ma sulle quali auspico un confronto, naturalmente libero e franco come sempre.

Trascurando le troppo note questioni in ambito governativo, vorrei invitare ad una riflessione su quanto accade a sinistra, rispetto ad una azzardata liquidazione non solo delle organizzazioni, quanto delle stesse sensibilità "di sinistra", ossia della lettura sociale dei problemi che lavoratori e cittadini affrontano a causa delle ricette allegre sperimentate negli ultimi (lunghi) tempi.

1) Landini viene eletto segretario di una CGIL che si dimostra in grado di compiere atti unitari. Ciò di per sé non è un fatto necessariamente positivo, ma nello specifico lo diventa, eccome! Lo diventa perché, ad esempio, si sceglie la rappresentanza rispetto all'apparato, la partecipazione rispetto alla delega fredda, il Sindacato rispetto al solo patronato. Attenzione: chiariamo subito che non intendo etichettare come semplice "apparato, burocrazia, ufficio tecnico" chi non era d'accordo con la candidatura di Landini: stiamo solo ragionando su come la (legittima e benvenuta) battaglia interna per la direzione della CGIL veniva con ogni evidenza letta - strumentalmente o in modo genuino - all'esterno dei suoi Congressi, peraltro assai partecipati sia nei numeri che negli interventi.

2) La manifestazione unitaria di CGIL, Cisl e UIL a Roma del 9 Febbraio non solo riesce e mobilita una partecipazione vasta e varia, ma, pur con le contraddizioni che presenta, rimette a tema una serie di argomenti (che non citiamo per brevità) da troppo tempo elusi o comunque non adeguatamente affrontati.

3) Il 2 Marzo oltre duecentomila persone, di ampia e varia collocazione politica, partecipa alla manifestazione popolare ed istituzionale (erano presenti molti sindaci e personalità istituzionali, a cominciare dal sindaco di Milano Sala) sul tema del contrasto al razzismo. Questo quando la Lega e Salvini la fanno da padroni nella compagine che sostiene il Governo Conte - e anche al di fuori - proprio sventolando le parole d'ordine più biecamente xenofobe e maleodoranti di odio razziale e non solo.

4) Le primarie del Partito Democratico, a mio personale avviso assai discutibili in termini di effettiva pratica democratica, e tuttavia percepite come momento di reale espressione di volontà da parte degli interessati, ha raccolto una partecipazione decisamente di massa, ed ha espresso un voto che si presta a varie letture, salvo un punto fermo: esiste un'area che non si è sentita rappresentata ma che non crede che tutto sia perduto.

Questi elementi (ovviamente non esaustivi del panorama), che a me sembrano fortemente correlati, possono essere messi in relazione anche di altri, quali la vicenda De Magistris, le vicende che si svolgono a sinistra del Pd, ecc. ecc. Ma preferendo non essere troppo dispersivo, limitando a quelli citati l'osservazione, e mi pare si possano azzardare alcune valutazioni.

Intanto, che la presunta "fine della sinistra", con tutti i de profundis ancora una volta giaculati dai soliti scienziati del disfattismo, non è affatto così certa. Per mio conto, se intendiamo per "sinistra" non solo la rappresentanza ma prima ancora l'organizzazione e la trasformazione in politica dei bisogni concreti dei lavoratori e dei poveri, essa non può darsi per morta finché tali bisogni, e le contraddizioni sociali che comportano, saranno vivi e operanti.

Vero è, però, che tali bisogni non hanno trovato alcuna sponda politica per troppi anni, ossia da quando la crisi economica è stata risolta in senso classista, con le nuove opportunità di ristrutturazione capitalistica offerte dalla globalizzazione, resa possibile dalle nuove tecnologie comunicative. Le delocalizzazioni assieme al depotenziamento delle Istituzioni rappresentative non hanno trovato le sinistre in genere (e non solo in Italia) in grado di determinare una alternativa alla società liberista e consumista che si imponeva.

Il balbettio e l'approssimazione pragmaticista (di teoria nemmeno a parlarne) da parte di chi ha via via occupato con l'illusione del "nuovo" i centri direzionali dello Stato e della politica ha progressivamente svuotato di funzione reale i partiti, senza sostituirli con altre forme organizzative democratiche dotate di poteri decisionali.

Il discorso sarebbe lungo, ma fermiamoci qui.

Quello che mi interessa osservare è che i quattro punti sopra accennati a mio avviso dimostrano che quei bisogni chiedono ancora (e non potrebbe essere altrimenti) di essere organizzati, rappresentati, trasformati in politica. Che non vuol dire affatto limitarsi alla denuncia, né al posizionamento "contro", in un'eterna ed estenuante logica di opposizione. Vuol dire, invece, disegnare una idea (progetto, se preferite) di società alternativa, ossia diversa dallo schema venduto per unico o migliore possibile, e concretamente passare alla lotta per la sua realizzazione.

Ma questo esige alcune condizioni. Intanto il disegnatore (progettista) non può essere un Unto del Signore pressoché assolutista: se società dev'essere, dovrà essere progetto collettivo, elaborato con il confronto delle idee e delle esigenze, non con la conta delle preferenze "al buio".

In secondo luogo, non si può pensare alla politica come campagna elettorale, perché in questo modo si istituzionalizza un malinteso, un equivoco: la politica cesserebbe, non si trasformerebbe ma verrebbe sostituita dal marketing elettorale. La politica ha invece bisogno di strumenti di comprensione della fase storica, in sostanza di teoria (non di astrattezza, di teoria!) che produca soluzioni conoscendo origine e caratteristiche dei problemi, uscendo finalmente dalla concezione emergenziale del "giorno per giorno" e affrontando le questioni come prodotto di un unico flusso che chiamiamo ristrutturazione capitalistica.

Se si arriva a sostenere che l'onestà sia un progetto politico, vuol dire che si è perso davvero il discrimine fra pre-requisiti, requisiti, programmi e strumenti politici.

In conclusione (che non conclude un bel niente) dovremmo prendere atto del fatto che se le destre peggiori o meno peggiori vincono le elezioni è perché i ceti dirigenti delle sinistre hanno da tempo accettato di giocare sul terreno dell'avversario, ossia sul lastricato neoliberale e neoliberista, comunque del mercato indiscriminato come unica possibilità (finanza, banche di affari, compatibilità), entro la quale è forse ancora possibile ritagliare qualche strapuntino per qualche tribuno, ma certamente non impensierisce chi ha in mano le leve del vapore.

"Che fare?" si chiedeva un tizio più di un secolo fa... Le nostalgie non governano i processi storici, gli slogan nemmeno. Allora serve mettere in campo non solo i capi carismatici (se ce ne fossero, s'intende) ma le teste in grado di ragionare con le masse (che esistono, benché disperse dalle partite IVA e dalla destrutturazione dei diritti del lavoro, con buona pace dei vari Bauman, anche de noantri), di isolare le cause dei problemi con metodo razionale, senza la fregola elettorale, e lavorare su periodi medio-lunghi, riportando non l'emergenza, ma la prospettiva al centro dell'interesse.

Risposte parziali e frantumate non possono risolvere il complesso problema della ristrutturazione del sistema di produzione e di scambio che invece pone problemi talmente enormi da non poter essere affrontati in chiave nazionale, nemmeno da grandi Paesi come gli USA o la Cina, quali l'avvelenamento ambientale, il consumo di suolo e di risorse, le migrazioni, la crisi del welfare e così andando.

Ma solo un pensiero di carattere scientifico, ossia capace di ragionare sui dati e non sulle ansie dell'elettorato, può produrre programmi e più in generale cultura politica in grado di far uscire la società dal pantano del mercatino dell'usato elettorale.

In sostanza, mi pare sia ora di scongelare il pensiero politico e rimetterlo "a valore", non come surroga "tecnica" alle incapacità ed ai limiti della politica, ma come elemento essenziale, integrato della - ed integralmente utilizzato dalla - società che, pur non essendone pienamente consapevole, lo produce.

L'autoreferenzialità del ceto politico sarà anche un ovile comodo e accogliente per qualche mercante capace di imbonire il "popolo" (ottimo sostituto della "ggente"), ma come vediamo e sappiamo benissimo non è in grado di produrre alcuna soluzione alle "quistioni" che la fase presenta.

Saremo in grado di produrre questa visione e far virare le rispettive organizzazioni di riferimento verso un'idea così pericolosa per i gruppi dirigenti? Dopo tutte le illusioni spontaneiste, ovviamente fallite miserevolmente una dopo l'altra, si aprirebbe una stagione di serietà e di coinvolgimento. Ma non è facile. Anzi.
Si può discutere insieme di questi argomenti?

 

 

 

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