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Senza Risposte

Cassino piazzaDiaz 350La città nella notte della politica
Fausto Pellecchia (L’Inchiesta, 11.o4.2019) - Ci sono evidenti ragioni strutturali che suggeriscono di considerare le prossime elezioni amministrative di Cassino come un osservatorio micrologico della post-politica che contrassegna la situazione italiana e internazionale. La millantata fine delle ideologie e il conseguente annientamento delle forze organizzate che le incarnavano, ha lasciato il posto all’incontrastata mitologia dell’individualismo neoliberale: nel regime macroeconomico e sociale del capitalismo finanziario assunto ormai come immodificabile, ciò che può davvero cambiare è solo il destino dei singoli. A patto però che, reciso ogni legame sociale (con i colleghi sul posto di lavoro, con la classe, con la comunità di appartenenza, ecc.), l’individuo si consideri una monade isolata, perseguendo una solitaria lotta per accaparrarsi una fetta quanto più possibile ampia dei beni di consumo che il mercato gli promette come ultima sua felicità e realizzazione. È il trionfo della “ragione cinica”, del calcolo ottuso e privo di prospettive che si congeda dall’idea di una possibile partecipazione collettiva a un destino comune. Al suo posto v’è lo sgravio da ogni responsabilità verso il resto dell’umanità, il ripiegare sull’interesse esclusivo per la micro-prassi del contesto immediatamente vitale: uomini e donne tutti in lotta e in reciproca concorrenza, senza nessun legame che li istituisca come un corpo comunitario, unito da conoscenze, saperi, speranze, sentimenti e tradizioni. È questo il panorama post-ideologico che fa da sfondo al risorgere impetuoso delle istanze autoritarie che costituiscono i lineamenti di un nuovo fascismo.

La frustrazione che finisce inevitabilmente per colpire quei ceti e quegli strati della popolazione che, in questa corsa al soddisfacimento consumistico e alla realizzazione personale, restano indietro -scoprendo l’illusorietà delle mitologie che li avevano ammaliati- si converte immediatamente in risentimento e in avversione. In assenza di una narrazione d’insieme che dia un senso alla propria marginalità, sono sempre più portati a sfogare il proprio avvilimento prendendo di mira i marginali, i più deboli, gli immigrati. L’assenza di una prospettiva complessiva che canalizzi la rabbia sociale finisce per dare corpo a una guerriglia particolaristica, frazionata, in cui i grumi d’insoddisfazione possono sciogliersi solo colpendo obiettivi concreti, ben individuabili per il fatto di avere una carnalità diversa, evidente, inequivocabile, per essere portatori di una dissomiglianza che investe pelle, lingua, religione. Le opposte e potenzialmente solidali oppressioni si scagliano le une contro le altre, sviando la propria rabbia dal potere che le tiene tutte sotto il proprio tallone.

Se guardiamo alle parodie di programma elettorale delle varie formazioni concorrenti (quasi sempre risolti in una sequela di slogan generici, calibrati sulla sprovveduta credulità di un elettore politicamente analfabeta), non si coglie alcuna traccia di una visione progettuale per la città nel suo complesso e, tanto meno, di proposte concrete che ne definiscano i mezzi, le risorse da attivare e le modalità di realizzazione. Che fare di questa città e del suo territorio a partire dalla crisi occupazionale dello stabilimento FCA? Puntare sul terziario avanzato, bonificando e valorizzando le periferie? O non piuttosto sul turismo e sui beni culturali e ambientali, coinvolgendo tutti gli operatori del settore con piani coordinati? Sviluppare le infrastrutture per le nuove tecnologie informatiche? Concentrarsi sui trasporti lungo l’asse Roma-Napoli e sui collegamenti con la costa tirrenica e con le città del Molise e dell’Abruzzo? E soprattutto, quali sono le tappe prioritarie in questi processi di trasformazione? Dove e come reperire le risorse per gli investimenti? Questioni sulle quali si stende un imbarazzante non liquet, a copertura di una trionfante “post-verità” elettoralistica.

Già in questo quadro è facile scorgere un oggettivo vantaggio delle formazioni di centro-destra che, navigando da sempre sulle onde della “ragione cinica”, veleggiano con il favore delle correnti ideologiche, basandosi essenzialmente sulla cattura di vaste clientele mediante rinnovati “specchietti per le allodole” e un più oculato calcolo distributivo dei privilegi. La ricomposizione delle componenti più cospicue (FI e Lega) sul nome di Claudio Lena costituisce il sigillo di patto unitario faticosamente raggiunto.
Sul fronte concorrente che, convenzionalmente continua a proclamarsi di centro-sinistra o di sinistra, le cose non cambiano sul piano dell’ inconsistenza post-politica. Concluse felicemente le primarie di coalizione – avversate da tutti come un indigesto spauracchio e poi imposte in extremis dai dirigenti regionali - il fronte appare tuttavia segnato da antiche divisioni interne: il distillato autoreferenziale in funzione dei “capi” e “caporali” che se ne contendevano la guida, ora prepara strategie clandestine o aperte dissidenze per evitare la coalescenza e il rimescolamento forzoso sotto l’egida unitaria di Vincenzo Salera. Intanto quel che resta della sinistra extra-consiliare -che si è sistematicamente e orgogliosamente sottratta ad ogni confronto con il rassemblement del PD e dei suoi cespugli - concentra i suoi sforzi nella preparazione di una lista sotto la guida “idraulica” di Renato De Sanctis, che ha finalmente capitalizzato la sua solitaria propaganda anti-Acea, condotta in aperto dissenso con altre associazioni provinciali avverse al monopolio della multiutility romana.

In nessuno dei programmi finora diffusi dai candidati-chiave del centro-sinistra, i grandi temi che agitano la comunicazione politica nazionale trovano una qualche eco significativa. A parte qualche retorico, devoto richiamo ai sacri principi della giustizia sociale e ai diritti del lavoro, si oscilla tra una radicale spoliticizzazione in nome della “buona amministrazione” e le astratte utopie (intrinsecamente velleitarie e perciò distopiche) di welfare per gli strati popolari. Un calcolato opportunismo ha suggerito, ad esempio, di censurare ogni cenno al problema dell’immigrazione, alla gestione locale dell’accoglienza e dell’integrazione o all’ammodernamento dei servizi comunali (a cominciare dalla Biblioteca) e dell’edilizia pubblica, mediante il coinvolgimento tecnico-scientifico dell’Università di Cassino. Ed anzi, da qualche parte, è rispuntato un vecchio anticlericalismo, travestito da apologia del bene comune, che punta l’indice accusatorio verso l’Abbazia di Montecassino, con l’indecente proposta di gabelle comunali di accesso – dimenticando che sia la strada per Montecassino, sia la stessa Abbazia appartengono al demanio dello Stato: le mura e la custodia dei beni librari e artistici sono affidate in mera concessione ai monaci benedettini (poco più di una decina) che ancora vi abitano. Il martirio di Cassino sembra dunque destinato a durare a lungo, nella lunga notte della post-politica e della post-democrazia.

P.S. Nelle ultime 48 ore, la fibrillazione del quadro delle alleanze e dei candidati ha prodotto ulteriori scissioni e nuove candidature, lasciando tuttavia intatta l’oscurità delle motivazioni.

 

 

 

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