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I conti con il fascismo. Chi ha saputo farli e chi no

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Festa della Liberazionedi Aldo Pirone - Di fronte al manifestarsi d'innumerevoli episodi di rigurgiti fascisti legati all’ondata crescente del nazional sovranismo, alcuni eminenti intellettuali di sinistra e progressisti vanno scrivendo e lamentandosi del fatto, come scriveva ieri su “Repubblica” Corrado Augias, che “In definitiva, i conti veri con il fascismo noi non li abbiamo mai fatti…”. A chi si riferisca quel “noi” non è ben chiaro. A se medesimo in forma di plurale maiestatis? A una parte non effimera degli italiani? Ai politici cialtroni che occupano la scena? Alle grandi firme del giornalismo che trattano le vicende politiche come un gossip su chi vince e chi perde? Agli intellettuali in gran parte silenti? No. La sua opinione, chiamarla analisi sarebbe troppo, è che la letale dimenticanza risale alle origini della Repubblica. E chi ebbe questa grave colpa sui conti inevasi? Ovviamente Togliatti. Più precisamente, dice il nostro, “a cominciare dalla famigerata amnistia per crimini compiuti durante la guerra civile voluta nel 1946 da Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia”. Certo “lo scopo – specifica Augias – era la pacificazione dopo quegli anni terribili ma i reati amnistiati erano così numerosi con una successiva circolare raccomandò interpretazioni restrittive”.

Ora, l’atto di Togliatti non può certo essere portato ad esempio della volontà di non fare i conti con il fascismo. E poi da parte di uno che i conti li aveva fatti a fondo, sia sul campo della lotta e sia con lo studio e gli scritti (Lezioni sul fascismo come regime reazionario di massa - 1935). Semmai, al contrario, quell’atto politico fu mosso proprio dalla preoccupazione di continuare a farli quei conti. In proposito si può solo sollecitare l’intellettuale Augias a studiare meglio e di più ciò su cui intende cimentarsi: i conti mancati. A cominciare da quella poderosa letteratura storica e storiografica (Gobetti, Gramsci, Salvatorelli, Togliatti, per dire dei maggiori) che con il fascismo seppe fare i conti fornendo le armi dell’analisi e dell’interpretazione, indispensabili all’azione politica vincente durante la Resistenza che fu, innanzitutto, guerra di Liberazione nazionale contro gli occupanti tedeschi e i loro manutengoli fascisti; i quali senza l’appoggio nazista non sarebbero esistiti. Altro che “guerra civile”! Una messe di approfondimenti interpretativi utile ancor oggi, se letta criticamente, per capire quel che sta accadendo nelle viscere della società italiana e quel che si dovrebbe fare per sgretolare le basi di massa dell’attuale nazional-sovranismo xenofobo e razzista. Libri e letture dimenticate, alcune condannate perfino alla damnatio memoriae, il cui oblio ha trasformato in queruli lagni i lamenti degli intellettuali d’élite che non hanno ancora capito le cause sociali del fenomeno nazional-sovranista e, soprattutto, come si combattono.

Ma torniamo al fatto citato da Augias. L’amnistia Togliatti decretata il 22 giugno ‘46 riguardava i delitti compiuti durante la guerra e dopo la Liberazione “commessi nelle singole parti del territorio nazionale dopo l'inizio in esse dell'amministrazione del Governo militare alleato o, riguardo al territorio rimasto sotto l'amministrazione del Governo legittimo italiano, per i delitti suddetti commessi dopo l'8 settembre 1943”. Non solo fascisti, dunque. Tali delitti non dovevano superare la pena detentiva, prevista dal codice penale di allora, pari a 5 anni di prigione. (art. 2 del Decreto). Erano escluse da simile beneficio le “persone rivestite di elevate funzioni di direzione civile o politica o di comando militare, ovvero siano stati commessi fatti di strage, sevizie particolarmente efferate, omicidio o saccheggio, ovvero i delitti siano stati compiuti a scopo di lucro”. (art. 3)

L’intento del Decreto, che sollevò naturali, comprensibili e giuste critiche e proteste in larga parte del mondo partigiano, era quello di porre le basi di una pacificazione con chi aveva scelto di stare con la Repubblica sociale di Mussolini in modo da rendere reale ciò che l’Unità aveva titolato a tutta pagina all’indomani della vittoria repubblicana nel referendum di appena 20 giorni prima: “La Repubblica nasce come il nuovo Stato di tutti gli italiani”. Il segretario del PCI non era un ingenuo e aveva ben presente le basi di massa e di consenso aveva avuto il fascismo (ridottesi ma non scomparse durante la guerra) e come si dovesse ancora lavorare nel profondo della società italiana per scardinarle, recuperando alla vita democratica anche chi era stato fascista in buona fede; e quindi pure tra quei giovani che avevano combattuto nella RSI. Ma non all’insegna afascistica e qualunquista del “chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato”, come testimonia l’impegno personale e diretto nell’elaborazione della nostra Costituzione progressista e antifascista. Niente a che vedere, perciò, con la bolsa retorica sui “ragazzi di Salò” che prese piede, anche grazie alla correità di certa sinistra sedicente “riformista”, nella cosiddetta “seconda Repubblica”. Luciano Violante volle allora, 1996, spingere la sinistra e l’antifascismo a domandarsi perché tanti ragazzi presero parte alla repubblica di Mussolini, mentre avrebbe dovuto domandare a quegli ex ragazzi perché continuavano a pensarla ancora come nel ’43-45.

Tuttavia l’errore di Togliatti, in contraddizione col suo stesso pensiero sullo spessore delle radici del fascismo nella società italiana, fu di non capire che la permanenza delle sinistre al governo, che era la sola garanzia per una gestione oculata di quell'amnistia, non poggiava su solide basi (anche per ragioni internazionali) e che la stessa costituzione materiale della magistratura dell’epoca non garantivano per nulla, come poi avvenne, un’applicazione corretta di quel Decreto. Infatti, esso si trasformò ben presto, una volta rovesciato il quadro politico con la relegazione della sinistra socialcomunista all’opposizione, in uno strumento di perdono generalizzato di tutti i caporioni fascisti responsabili di crimini efferati e di collaborazionismo con i nazisti. Anche con successivi per successivi interventi legislativi dei governi a guida DC.

La vicenda della seconda Repubblica, nata all’insegna del berlusconismo e dello sdoganamento politico degli eredi del fascismo, rivelò, un quarto di secolo fa, che una parte grande degli italiani si era elettoralmente nascosta prevalentemente dietro la DC e il suo antifascismo moderato, esimendosi dal fare i conti con se stessa e il proprio passato fascista. Bastava loro che la classe dirigente cattolico democratica, sebbene antifascista, fosse però diga contro i comunisti. Se con l’espressione “fare i conti” s’intende il farli con quella parte degli italiani e con quella parte del paese reale, con le sue miserie morali, con il suo guicciardinismo, con il suo opportunismo, con la sua disponibilità alla demagogia e al trasformismo, insomma con il brodo di coltura delle pulsioni fascistiche, ebbene quei conti hanno cessato di farli proprio molti di quegli intellettuali e politici progressisti - non del tempo di Togliatti - che oggi si lamentano; non riuscendo a raccapezzarsi del perché e del per come quelle pulsioni hanno messo radici nelle periferie sociali, proprio tra quel popolo che il fascismo e i suoi orpelli aveva sempre combattuto.

E di questa incapacità a capire, Corrado Augias, tra gli altri, ne dovrebbe sapere qualcosa.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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