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Riso amaro

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Elezioni europee 2019 350 260 mindi Aldo Pirone - Da sempre la composizione delle liste elettorali è, parafrasando Gobetti, una sorta di autobiografia della nazione. In questo momento primaverile c’è una fioritura di candidature per le prossime elezioni europee che è l’ennesima rivelazione di come e quanto siano decaduti la politica italiana, la democrazia e i partiti che ne dovrebbero costituire l’architrave. Tra tanta malinconica miseria, che deprime uno spirito pubblico già molto abbattuto e incattivito di suo, ci s'imbatte, a volte, in qualcuno o in qualcosa che occupa lo spazio che l’animo esacerbato, avendo esaurito ogni indignazione, riserva a se stesso per non morire: il riso. Un riso amaro, però, privo di ogni allegria, più che altro una smorfia, tra il disgusto e il dolore, che deturpa il viso invece di farlo distendere.

Nei giorni scorsi a suscitare questa ilarità dolorosa è stata la notizia che ad aggiungersi alla folta e debordante schiera di clown, saltimbanchi, prestigiatori e domatori di fiere elettorali che occupano il circo partitico, è arrivato pure Francesco Alberoni candidato nella lista dei fascisti d’antan di Fratelli d’Italia. Se ne sentiva la mancanza. Pronuba la signora Meloni in cerca disperata di persone da mandare in trincea per combattere la santa battaglia nel nome di “Dio, Patria e Famiglia” in grado di competere con la nuova destra ruspante che va raccogliendosi numerosa e travolgente nel nazional sovranismo di Salvini. C’è un che di sottilmente comico in questa gara a chi è più retrogrado e fascista fra destre elettoralmente contigue in cui l’una, quella meloniana, si sforza di mostrare le sue genuine e storiche, nonché sommamente riprovevoli, ascendenze storiche e quella salviniana protesa inglobare tutto nel culto del “capitano”.

L’Alberoni, editorialista del Corriere della sera per quasi trent’anni e poi de Il Giornale di patron Berlusconi, è noto da quattro decenni per le sue analisi sociologiche sull’innamoramento e sull’amore. La sua fortuna per lui, e sfortuna per noi, iniziò, infatti, nel 1979 quando pubblicò un suo celebre libro sul tema. Fu, si disse allora, un segno dell’incipiente riflusso politico e intellettuale che avrebbe avvinghiato così strettamente il paese da non lasciarlo più.

In ossequio all’amore, che come si sa non ha confini né limiti, il nostro Francesco fa sapere, attraverso interviste al “Fatto Quotidiano” e a “Repubblica” di domenica scorsa, che a lui questo intenso sentimento non l’ha abbandonato mai e l’ha sempre nutrito, trasversalmente, verso tutti, a destra e a sinistra. “Avrei anche votato per Salvini, che è mio amico” dice, se non si fosse imbrancato con i grillini e “in Europa non fosse andato a cercare alleanze tra gruppi fascisti e neofascisti. Al fianco di Marine Le Pen non ci posso stare”. Invece con la Meloni, politicamente erede diretta e orgogliosa di Mussolini e Almirante, sì. E perché? Perché “Meloni rappresenta una destra democratica che in Europa ha stretto alleanze con forze conservatrici di centro”. Cioè con quel bel democratico del polacco Kaczyński!.

Cupido non ha mai abbandonato Francesco e le sue frecce l'ha sempre lanciate in ogni direzione. A Berlusconi scrisse “tempo fa, senza ricevere risposta”. Allora per farlo ingelosire “ho cercato anche Renzi quando era Presidente del Consiglio, e non mi ha mai richiamato”. Il che è stata una delle poche cose giuste fatte dallo statista di Rignano.

Alberoni dice che lui non è ideologico, l’eros lo porta a votare chiunque lo contraccambi in quel momento. La chiama “opzione migliore”. I suoi innumerevoli innamoramenti nelle urne manco li ricorda; è sempre stato come quelle fanciulle che nutrono solo amori platonici. Infatti, non è mai stato ricambiato ed è rimasto politicamente zitello, finché, sulla soglia dei novant’anni, non è arrivato un rospo che si fece baciare. Per il suo stato d'innamoramento permanente l’incontro è stato come un viagra che, però, com’è noto, rianima solo le parti basse.
La testa, confusa, è rimasta quella di sempre.

 

 

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