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Riflettendo sulle 10.706 domande di Reddito di cittadinanza

illavoro prima di tutto 360 minDonato Galeone* - Si al lavoro e no a 520 euro per acquisto di solo pane. Il comunicato del Presidente del Comitato INPS di Frosinone, Pietro Meceroni, informa che alla data del 28 maggio 2019 sono state accolte 10.706 domande relative al “reddito di cittadinanza” che ogni famiglia beneficerà, mediamente di “520 euro mensili” appena sufficienti per acquistare il pane nei trenta giorni del mese. Una complessiva erogazione pubblica di 5.567.120 euro.

Sono passati 10 anni - esattamente dal maggio 2009 - che il Comitato Provinciale dell'INPS di Frosinone da me presieduto - segnalava gli “allarmanti” dati relativi alle ore di cassa integrazione richieste e autorizzate dall'INPS pari a 1.047.028 ore (marzo 2009) di cui 910.888 nella gestione ordinaria e 136.140 nella gestione straordinaria.

Sappiamo tutti che sono erogazioni assistenziali di sostegno al reddito già definiti: cassa integrazione, indennità di mobilità e, dal dicembre 2017, reddito di inclusione sociale e, poi, dal 2019 chiamato “reddito di cittadinanza”. Sono tutte, nel concreto, limitate erogazioni che dovrebbero, temporaneamente, integrare il “mancato reddito da lavoro effettivo” - chiamati anche ammortizzatori sociali - ma che tendono ogni giorno, in assenza di lavoro vero, a sostenere umanamente solo sopravvivenze, favorendo le crescenti povertà.

La segnalazione INPS allarmante di 10 anni fa – ricordo bene – venne accolta non solo in forma più che neutrale - tanto nella indifferenza delle istituzioni provinciale e regionale quanto dalle rappresentanze politiche - nonostante pressate da manifestazione popolari davanti alle sedi istituzionali locali e romane.

Se in provincia di Frosinone sono state accolte, al 28 maggio 2019, oltre 10.000 domande che richiedevano 780 euro quale reddito di cittadinanza per sopravvivere, in attesa di lavoro e sono state erogate mediamente circa 500 euro al mese rilevo, purtroppo e ancora, che dal 2009, quelle 10-15.000 famiglie non riuscivano, 10 anni fa, a sopravvivere con le casse integrazioni erogate dall'INPS.

Sottolineavo, non molto ascoltato, che la “questione sociale del sostegno al reddito” andava coniugato - adeguatamente e programmato - con la ripresa del lavoro produttivo vero, non solo a parole o annunciato da normative ed esigenze mercantili, prevedibili certo, con tagli alla occupazione, dopo le casse integrazioni, mediante aggregazioni o fusioni societarie – riferendomi - sia agli accordi FIAT- Chrysler nel comparto metalmeccanico e indotto dell'automobile in ristrutturazione a Cassino e sia al piano industriale chimico- farmaceutico nell'area di Anagni.

Alle due realtà produttive trainanti del basso Lazio che, dopo 10 anni, tendono appena a ridurre il disagio sociale che - sia pure nel contesto di una crisi generalizzata nazionale europea e mondiale – si dovrebbe convenire sulla indispensabilità di elaborare - con le parti sociali sindacali territoriali laziali - un programma funzionale e mirato di “politiche attive del lavoro” altrimenti, sarà illusorio la proclamata inclusione a lavoro e non solo per i beneficiari del reddito di cittadinanza, obbligati a sottoscrivere la ricollocazione in un posto di lavoro.

E anche la generalità dei giovani e meno giovani – non adeguatamente qualificati nelle competenze - sono e saranno a rischio di “occupazione possibile” con l'annunciato e graduale superamento, mediante programmati investimenti privati e pubblici, nella crisi complessa del basso Lazio, pur in presenza del cosiddetto trainante complesso FIAT, dal 2014, multinazionale FCA.

Una realtà produttiva, estesa su oltre 240 ettari di terreno agricolo, da “capitalismo finanziario itinerante” che nel febbraio 2014 – esattamente 5 anni fa e su questo giornale – la descrivevo – sottolineandola - holding FAC tra Fiat e Chrysler, nata a fine gennaio 2014. Un assetto societario, peraltro, nuovo rispetto alle società imprenditoriali multinazionali, in quanto, non aveva uno Stato di riferimento ma una pluralità di attività produttive e di filiali in vari Stati e per competere in un mercato mondiale.

Su questa linea azionaria societaria e produttiva mondiale anche l'annunciata proposta di fusione – poi ritirata – tra FCA-RENAULT doveva avere sede operativa a Parigi e sede legale in Olanda, già sede di FCA sin dal 2014.

Lo conferma - come scrivevo 5 anni fa - che la holding FCA è globale di “capitalismo itinerante” nel mercato globale dell'automobile è stata protagonsita, ancora oggi, sia verso gli azionisti di Renault, direttamente, che indirettamente verso Nissan, pur in presenza del governo francese, non solo quale azionista Renault e con la cauta o nulla attenzione del governo italiano.

Si doveva dare alla proposta di FCA - innanzitutto e subito - una risposta alle attese non solo dei consumatori europei – con offerte innovative di prodotto – nelle sostituzioni delle automobili, certamente in competizione tra i produttori mondiali, ma ancor più, doveva essere la riposta ai consumatori del costituendo terzo gruppo mondiale dopo Wolksvagen e Toyota.

Risulta chiara comunque – saltata al momento la strategica fusione azionaria FCA-Renault – che la ricostruzione globale imprenditoriale ricerca, sempre, le “convenienze profittevoli” da realizzare in luoghi diversi, con pluralità di prodotti innovativi e di riorganizzazione mondiale dei cicli di produzione, mediante una pianificazione di processo, integrato non sovrapponibile, che potrebbe essere, convenientemente, slegato dai territori operativi della multinazionale FCA – non solo in Italia – nella redistribuzione delle proprie fasi di ideazione, progettazione, produzione e vendita del prodotto.

Osservavo già nel 2013 - con la fusione Fiat-Chrysler - che la realtà produttiva FCA, coinvolgendo il basso Lazio nella complessa ed estesa operatività dei vari siti produttivi nel mondo, riproponeva - subito - la massima conoscenza del legame funzionale consolidato e dimostrato nelle produzioni metalmeccaniche indotte “oltre l'automobile” ponendo l'attenzione, alla “componente della dignità del lavoro e della persona umana” che nella concorrenza sia nazionale che nel mercato mondiale - non esiste - in quanto si tratta soltanto di vedere se la merce può essere venduta proficuamente e, cioè, con un corrispondente“guadagno di imprenditore e dell'azionista”tanto al prezzo di mercato corrente, quanto al di sotto di esso.

Se constatiamo, giorno dopo giorno, che il basso Lazio e la provincia di Frosinone sono coinvolte - quanto lo è il Mezzogiorno - da almeno 10 anni nel disagio umano e famigliare per “assenza di lavoro e di sviluppo territoriale” - appare essenziale e subito - rilevare tutte le criticità economiche locali “proponendo e programmando tra parti sociali intermedie associate” un graduale e condiviso “piano di crescita economica e posti di lavoro” che dica: “no” alle 520 euro di sopravvivenza per l'acquisto solo di un paio di chili di pane e “si” al lavoro.

* ex Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

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