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Sinistra senza pensiero e identità non sa che fare

distopie 350 mindi Fausto Pellecchia, L’inchiesta, 18 giugno 2019 - Distopie di sinistra. In tutto l'Occidente soffia un vento di destra. In Italia l'intesa intermittente tra M5S e Lega paralizza l'autoproclamato governo del cambiamento. Di fronte ad un esecutivo populista e xenofobo, che chiude i porti ai migranti e governa a colpi di propaganda, le forze progressiste sembrano totalmente impreparate nel ruolo di opposizione.

Il recente “appello agli intellettuali” di Massimo Cacciari è più un grido d’allarme, una nobile sollecitazione per la ricostruzione di una cultura politica all’altezza dei tempi nuovi, che non l’indicazione di un percorso alternativo. L’orizzonte è costituito da «una cultura in grado di coniugare pathos e logos, una cultura che percepisca l'uomo come fine e non come mezzo, che consideri l' "altro da sè" una risorsa importante giammai una minaccia. Nell'età delle interconnessioni – prosegue Cacciari- non c 'è niente di più assurdamente anacronistico dei muri e dei silenzi colpevoli. È solo nelle DIVERSITÀ che si può cogliere il vero senso della BELLEZZA e l'essenza di un impegno costruttivo che non è mai discriminante ma sempre inclusivo, totalizzante e interdipendente.» Già! Ma come rilanciare questi sacrosanti principi nel contesto socio-culturale dell’Italia di oggi? Quali i binari politici che dovrebbero guidarne la diffusione nella prassi?

Il Pd, dopo aver spianato la strada alle destre, per mesi ha continuato a far opposizione da destra difendendo provvedimenti invisi come il Jobs Act o la riforma Fornero. Il 3 marzo scorso è stato incoronato il nuovo segretario Nicola Zingaretti che dovrebbe sancire la fine della parentesi renziana aprendo ad un nuovo centrosinistra, più civico, progressista ed includente rispetto al passato. Intanto il M5S si sta facendo divorare dall'alleato di governo che gli ha drenato la metà dei consensi alle elezioni europee del maggio 2019. Il Pd zingarettiano lancia qualche segnale di sopravvivenza, ma appare ancora ingessato dai veti incrociati delle correnti interne e dalle incrostazioni del suo recente passato renziano. Negli ultimi anni, infatti, in nome di una sedicente “responsabilità istituzionale”, era diventato fedele esecutore delle politiche d’austerity e di generale compressione dei diritti richiesti dall’Europa. In nome di un generico “riformismo”, si sono sostenuti i grandi piani di privatizzazione, deregolamentazione dei mercati, precarizzazione della vita dei cittadini, riduzione degli spazi alternativi alle logiche di consumo. La “svolta” zingarettiana è dunque costretta a ripartire da un difficile azzeramento di linea politica, per il quale non ha ancora trovato una narrazione convincente. Le pavide prese di distanza dallo scandalo Lotti-Csm costituiscono una drammatica conferma del permanente assedio dei renziani alla nuova segreteria.

Ma se si volge lo sguardo a sinistra, il panorama è ancor più ingombro di macerie fumanti. Un interminabile, verboso dibattito autoreferenziale, che si compiace di marcare divisioni e distinzioni bizantine e capziose, ha lasciato campo libero all’ ideologia xenofoba e razzista della Lega. Ogni tentativo federativo su pochi, decisivi punti programmatici è sospettato di complotto e di tradimento. Dal canto suo, il M5S si limita ad ingoiare, se non ad emulare ed inseguire, l’egemonia del sovranismo salviniano: un’ideologia chiusa e incivile, persino inumana, che usa un linguaggio derisorio e beffardo contro le più elementari regole della convivenza democratica. Così mentre la sinistra si divide all’infinito sull’ordine del giorno della “rivoluzione socialista” – che si vuol far credere imminente-, una destra prefascista, che tiene sotto ricatto elettorale il “qualunquismo” del M5S, miete consensi anche nel centro e nel meridione d’Italia.

È ben vero che molti elettori di sinistra appaiono disposti a rimangiarsi il proprio voto al M5S nel caso nascesse una proposta coerente, credibile ed ambiziosa, che abbandoni le chimere del neocentrismo. L’ultimo che abbia provato a costruirla è stato il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, il Masaniello anti-Sistema- un po' populista, un po' municipalista – che senza il sostegno di nessun partito ha vinto due volte le elezioni locali contro centrodestra, centrosinistra e M5S. Il primo dicembre scorso ha lanciato il progetto autoproclamandosi come l'Anti-Salvini con l'obiettivo di sancire un'opa sul M5S in crisi, soprattutto al Sud. L'idea per le Europee era quella di lanciare un Terzo Spazio, alternativo sia ai nazionalisti xenofobi che ai tecnocrati difensori di Maastricht. Voleva andare oltre la sinistra radicale, ma è stato costretto a sfibranti trattative con essa. Con De Magistris, infatti, nella lista per le Europee, avrebbe dovuto esserci anche Sinistra Italiana – la vecchia Sel rinata dopo l'implosione di LeU, la quale, dal canto suo, era già morta un minuto dopo il voto del 4 marzo scorso – Possibile, Diem25di Yanis Varoufakis (vedi l’appello di Anna Falcone e Tommaso Montanari) , Rifondazione e vari movimenti ed esperienze civiche (je so pazzo) . Sembrava fatta, già circolavano ipotesi di nome, simbolo e candidature. All'ultimo momento, si aggrega alla coalizione anche Potere al Popolo, che a Napoli ha un rapporto intenso col sindaco de Magistris. Ma ancora una volta si innescano le consuete dinamiche divisive della sinistra: Si e Diem25 mettono veti su PaP per le sue posizioni euroscettiche e settarie e PaP , dal canto suo, lancia proclami contro il nuovo ciclo della Cgil di Maurizio Landini. Mesi di trattative segrete e di elucubrazioni mentali: alla fine de Magistris – incapace di esercitare una leadership forte – molla tutto, saluta e rimane a fare sindaco di Napoli. Niente lista, abbiamo scherzato.

 

Ma il teatro dell’assurdo continua, fedele alla propria vocazione autodistruttrice. Dopo altre settimane di incontri in segrete stanze di dirigenti senza popolo, si prefissa l'impresa di presentare una sola lista rossoverde a sinistra del Pd zingarettiano: una sinistra Arcobaleno bis, 11 anni dopo. Ma i Verdi, alla fine, si defilano preferendo una propria lista ecologista insieme a Possibile. Mentre i sindaci di Federico Pizzarotti – dopo aver rotto con un sms coi Verdi – si rifugiano in una coalizione con + Europa di Emma Bonino.

Nel frattempo, nasce La Sinistra con la fusione tra Rifondazione, SI e Altra Europa. I sondaggi la quotano intorno al 2/3 per cento. Di certo, non è un'operazione che scalda i cuori degli elettori, ormai esausti nell’assistere a strane alchimie a poche settimane dal voto. Potere al popolo non partecipa, Diem25 nemmeno, De Magistris resta a Napoli a fare il sindaco con una credibilità da leader nazionale forse andata a frantumi per sempre. Con la sinistra radicale ai minimi termini e un M5S in palese crisi, sembra che tutti giochino per Zingaretti, il quale appare tuttavia ostaggio dei renziani. Le sue prime uscite pubbliche sono state per la Tav in Val Susa e in difesa delle privatizzazioni, oltre a schierarsi contro la patrimoniale proposta da Landini.

Malgrado nel Paese riprendano le opposizioni di piazza (dal movimento femminista a quello ambientalista di Fridays for Future ai tanti comitati territoriali, fino alle numerose “lenzuolate” antileghiste), non si intravede all'orizzonte una rappresentanza degna di questo nome.

Il 26 maggio l’elettore progressista – ormai smarrito, affranto e scoraggiato – si è visto costretto a votare secondo la logica del “meno peggio”. Chi è rimasto ancora fedele al M5S, malgrado la sua subalternità alla Lega, chi si è piegato alle sirene del Pd zingarettiano, chi ha perseverato nel voto per la sinistra marginale, chi – forse la maggioranza – ha deciso di astenersi. Una diaspora con pulsioni suicidarie. Un disastro da cui si uscirà soltanto dopo anni di lavoro sociale e, soprattutto, culturale nel Paese. Sinistra anno zero. Nel frattempo, l'Italia è sempre più in balia del vento xenofobo e reazionario di Salvini che sta spingendo pericolosamente il Paese ai margini dell’Europa.

 

 

 

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