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Quanto ci costa aver dimenticato la Riforma sanitaria 833 del 1978?

sanità prevenzionedi Angelino Loffredi - Qualche settimana fa ho letto e riflettuto su alcuni dati presentati dal Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti in occasione del lancio della campagna “Ottobre rosa“.
Praticamente si tratta di una serie di iniziative, ancora non ben programmate, tendenti alla prevenzione del cancro attraverso la mammografia di screening per le donne fra 45 e 74 anni. E’ un invito alla diagnosi precoce non solo del cancro al seno, ma anche di quello alla cervice uterina e al colon retto. C’è un dato che va rilevato: nel 2016 la mammografia di screening è stata effettuata su 142 mila donne permettendo di diagnosticare 980 tumori, di cui 662 maligni. Per quanto riguarda l’esame alla cervice uterina sono state individuate 417 lesioni ad alto rischio degenerativo mentre per quello che riguarda l’esame del colon retto sono stati rilevati 3900 adenomi e 491 carcinomi.

Debbo riconoscere che “Ottobre rosa“ è un iniziativa da non sottovalutare e da seguire anche perché prova a muoversi nell’ottica della prevenzione. Sarei tentato di scrivere che è qualcosa che va controtendenza, che rovescia i canoni oggi dominanti, perché in linea con gli indirizzi dati dalla legge 833/78, la dimenticata Riforma sanitaria.

Questa legge, riprendendo l’articolo 32 della Costituzione afferma la tutela della salute come bene primario della società, pertanto chiede prima la prevenzione poi l’accesso alla cura, per tutti, secondo i principi di equità, universalità e solidarietà. Questi indirizzi e lo stesso articolato non sono stati mai eliminati, rimangono in vigore, almeno sulla carta. Sono stati purtroppo devitalizzati attraverso una serie di interventi successivi, a cominciare dalla legge 502/92 che apriva alla aziendalizzazione e alla frammentazione anteponendo l’economicismo al diritto. Il dato più sconcertante e completamente oscurato dalle fonti di informazione, vede la spesa ospedaliera arrivare al 90% mentre quella riguardante l’attività di prevenzione e di assistenza territoriale tocca a malapena il 10%.

Le conseguenti dinamiche concorrenziali, tipiche del mercato libero hanno portato dunque alla mercificazione della salute e mortificato la sanità pubblica a favore di quella privata, facendo smarrire anche una visione d’insieme del sistema. Oggi prevale anche un grande inganno: si esternalizzano i servizi per contenere (dicono) le spese mentre, ad un attento esame, le stesse aumentano riducendo la qualità e la quantità delle prestazioni ai pazienti e intensificando le forme di sfruttamento dei dipendenti di questo comparto privato.

In questa desolante situazione gli unici che ci guadagnano sono coloro che appartengono a questo nuovo ceto emergente, composto di proprietari di cooperative impropriamente definite sociali e di grandi imprese sanitarie, perché vigorosamente aumentano solo i loro discutibili profitti.

La mancanza di prevenzione come si manifesta in provincia di Frosinone? In tanti dolorosi modi che da settimane provo a riportare. Mi limito per ora a riportare alcuni sintetici dati rilevati dal Rapporto Epidemiologico della Regione Lazio 2017. Dallo stesso emerge che in provincia di Frosinone ce la passiamo malissimo. Per non annoiare il paziente lettore mi limito a riportare qualche sintetico dato. Se infatti togliamo dall’indagine i dati riguardanti la provincia romana, la nostra provincia svetta sulle altre per quanto riguarda il numero delle Sclerosi Multiple accertate (844), l’Ipotiroidismo, l’ Ictus (921), l’Infarto delle donne (178).
Letti questi drammatici dati una domanda dovrebbe essere posta a tutti coloro che ambiscono a cariche pubbliche, politiche o amministrative: esiste una correlazione fra malattie e territorio ? Certamente si, ma se non si investe in ricerche e indagini certamente non lo sapremo mai.

 
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