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Sanità laziale, debito, sprechi e disservizi

  • Scritto da  Luciano Granieri

sanità malasanità 350 260di Luciano Granieri* - Sanità pubblica, debito, sprechi e disservizi, elementi di una stessa strategia. Il pronto soccorso di Frosinone assomiglia ogni giorno di più ad un girone infernale. Fuori, il piazzale è intasato dalle ambulanze ferme in attesa di ricevere indietro la barella trattenuta per mancanza di lettighe su cui adagiare i malati in attesa di trattamento. Dentro impera un quadro di indegna disumanità, fatto di malate e malati in promiscuità con gli occhi spaventati e dispersi, in attesa che qualche medico, o infermiere possa, non dico curarli, ma quanto meno ascoltarli. Lo stesso personale sanitario in servizio, numericamente insufficiente, in preda a stress, rimbalza da una barella all’altra, da una sedia ad un’altra, con gli occhi fuori dalle orbite per cercare di trattare quanti più pazienti possibile. Uno sforzo che, per quanto encomiabile, resta insufficiente perché insufficiente è il personale sanitario.

Cittadinanzattiva Tribunale per i diritti del malato di Frosinone, ha redatto una serie di proposte (vedi qui) utili a decongestionare il pronto soccorso dell’ospedale Fabrizio Spaziani . Fondamentalmente tali proposte si basano su tre direttrici: la prima riguarda l’assunzione di ulteriore personale sanitario; la seconda è inerente ad un miglior coordinamento dei punti di primo soccorso, per lo più gestiti dai medici di famiglia, allo scopo di renderli funzionali al trattamento diretto delle patologie meno gravi (codici verdi); la terza concerne una maggiore dotazione di posti letto allo scopo di agevolare e rendere più brevi i tempi di ricovero.

In realtà la bolgia del pronto soccorso non riguarda solo l’ospedale Fabrizio Spaziani di Frosinone, ma coinvogle gran parte degli ospedali del Lazio. Dal San Camillo, al Pertini, al Santa Maria Goretti di Latina, le scene sono le stesse di Frosinone. Dunque il problema investe inevitabilmente la gestione della Regione Lazio, e del commissario Zingaretti.

Un pronto soccorso in crisi è sintomo forte di un ospedale in crisi. E non potrebbe essere diversamente perché, in nome di un commissariamento decretato per rientrare di un debito abnorme, contratto per lo più dalla gestione di Francesco Storace, nell’era Zingaretti si sono persi 3.600 posti letto, chiusi 16 ospedali con una diminuzione del personale pari al 14% per il blocco turn-over. Ribadisco: senza il personale i pronti soccorso non funzionano.

Ma siamo sicuri che un depauperamento così deciso del servizio ospedaliero pubblico regionale riesca a realizzare un’economia di esercizio significativa tanto da portarci fuori dal commissariamento? Voglio ricordare che l’annuncio dell’uscita dal regime commissariale ci viene propinato da Zingaretti ogni volta che è in vista qualche tornata elettorale. L’ultima dichiarazione in merito rivelava che la fine del commissariamento si sarebbe realizzata nel dicembre 2018. Ipotesi ovviamente caduta nel vuoto.

E’ peraltro facile rientrare dei soldi tagliando i servizi, ma così il sistema muore, i pazienti muoiono. Altresì la salvaguardia della salute dei cittadini è un diritto costituzionalmente riconosciuto per ottemperare il quale i concetti prettamente economici di credito e debito non dovrebbero minimamente essere contemplati. Ma anche volendo affrontare la questione sul campo strettamente economico ,che brutalmente non tiene conto del servizio erogato, i conti non tornano.

Lo stazionamento della ambulanze vuote fuori dal pronto soccorso in attesa di vedersi restituita la barella, ha un costo notevole, siamo sicuri che assumere personale sanitario per rendere più PRONTO il SOCCORSO liberando immediatamente le ambulanze costi di più? Ancora, e qui vengo ad un caso strettamente legato all’ospedale di Frosinone, i pazienti ricoverati con frattura del femore, con altri traumi ossei, o neurologici che hanno necessità di riabilitazione motoria post operatoria sono costretti a rimanere in ospedale in attesa che si liberi un posto presso i centri di riabilitazione privati accreditati. Infatti le strutture interne all’ospedale dedicate alle cure riabilitative sono state chiuse per mancanza di personale.

Mediamente la degenza di attesa è di dieci giorni. Calcolando che un giorno di ricovero costa mille euro, ogni malato incide sul sistema sanitario pubblico per diecimila euro solo per attendere che si liberi un posto nella struttura riabilitativa privata. Moltiplicando il tutto per una decina di pazienti al mese si arriva ad un costo di circa 100mila euro , un milione e duecentomila euro l’anno. Con tutti questi soldi, comprensivi anche dei risparmi sui costi di convenzione e di trasporto della ambulanze dall’ospedale alla clinica privata, non si riuscirebbe a gestire una struttura riabilitativa all’interno dell’ospedale considerato che ci sono diverse palazzine della Asl in disuso?

Rimanendo alla Asl di Frosinone, la mobilità passiva, cioè il costo dei malati che decidono di curarsi in altra Asl, incide mediamente per quattro milioni l’anno. E’ così malsano ipotizzare l’utilizzo di quei quattro milioni per dotare l’ospedale di personale numericamente e professionalmente adeguato in modo da evitare che i pazienti vadano a curarsi da un’altra parte?

Attenzione! perché la mobilità passiva investe tutto il Lazio. Il saldo fra i malati che decidono di trasferirsi in un’altra regione e quelli che invece arrivano qui da fuori è in negativo per circa 225 milioni l’anno. Quanto personale e si potrebbe assumere con 225 milioni? Altro che blocco del turn-over. Dunque la gestione aziendale non è poi così efficace. Forse era meglio il vecchio SSN in cui la tutela della salute non rispondeva a dinamiche aziendali, ma doveva semplicemente essere assicurata a tutti nel miglior modo possibile? Sembrerebbe così, ma a questa narrazione manca un pezzo. Un elemento decisivo per capire quali sono i veri obiettivi del sistema .

Posto che la Regione commissariata non possa mettere soldi fino a che non rientrerà dei debiti, anzi per questa situazione è costretta a chiudere ospedali, a rendere i pronti soccorso dei luoghi di pena , come si spiega il finanziamento di duemilioni e seicentomila euro al Campus Biomedico di proprietà dell’Opus Dei? Oppure i 23 milioni elargiti al Policlinico Gemelli, anch’esso una struttura non propriamente pubblica ma di proprietà di una fondazione facente capo al Vaticano? Come si spiega la chiusura dei consultori pubblici e il contemporaneo finanziamento dell’ ospedale pediatrico Bambin Gesù, anch’esso di proprietà della Santa Sede? Fra l’altro una parte della mobilità passiva regionale è indirizzata proprio vero il Bambin Gesù ed il Gemelli,quindi verso uno stato estero.

La ragione è evidente. Riguarda la inarrestabile strategia ormai pienamente attiva volta alla privatizzazione della sanità pubblica e delle sue strutture. Il commissariamento, i debiti, la gestione allegra delle Asl, gli sprechi, sono dinamiche che fanno capo ad un unico obiettivo, quello di dimostrare che il pubblico è inefficiente e sprecone, mentre il privato è virtuoso ed eccellente.

Come giustificare altrimenti la vendita da parte della Regione Lazio dell’Ospedale San Giacomo,in pieno centro storico, per la cifra in saldo 61 milioni di euro, ad una società privata che lo vuole trasformare in un polo alberghiero? Eppure quell’ospedale, se riqualificato e ristrutturato garantirebbe almeno 27.000 accessi l’anno .

Anche all’interno degli ospedali stessi molti servizi di estrema importanza, come il Cup ed il ReCup, sono affidati alla gestione privata, attraverso cooperative che vessano i propri dipendenti con stipendi da fame,privandoli dei più elementari diritti sul lavoro. A Frosinone è esternalizzato pure il servizio di consegna delle cartelle cliniche e il comparto amministrativo che s’incarica di redigere le buste paga degli infermieri spesso sbagliandole.

Analizzando la questione sotto quest’ottica si capisce come le decisioni della politica, e in questi caso anche del commissario Zingaretti , siano asservite agli interessi delle lobby finanziarie e ai centri di potere come il Vaticano, i quali hanno individuato nella messa a valore della tutela della salute un business enorme a cui non possono e non vogliono rinunciare.

Le proposte che abbiamo redatto saranno realizzabili solo se contemporaneamente si procederà alla ripublicizzazione completa del servizio sanitario, tornando ai principi di universalità della legge 833 del ’78, togliendo la sanità dalle voraci fauci della grande imprenditoria privata. Per fare questo però è necessaria la politica, è fondamentale che il sistema sanitario non solo torni ad essere completamente pubblico, ma soprattutto sia controllato dai cittadini i quali devono riappropriarsi del sistema di cura della salute di tutti. E’ una missione difficile, ma è l’unica che potrebbe evitare il tracollo di un sistema che fino ad oggi è considerato fra i più efficienti del mondo.

*Testo dell'intervento effettuato durante il convegno organizzato da Cittananzattiva TDM di Frosinone sullo stato del pronto soccorso dell'ospedale Fabrizio Spaziani.

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