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Dobbiamo imparare di nuovo ad ascoltare

  • Scritto da  Arianna Rossi

animafragile 350 mindi Arianna Rossi - Anima Fragile

L’essere umano.
La creatura più complicata che sia mai esistita, scienziati, filosofi, psicologi e studiosi di ogni tipo tentano da secoli di spiegare il funzionamento del corpo, del cervello, del cuore e dell’anima ma essi non sono definibili con una formula scientifica né con una massima perché fare questo equivarrebbe a cercare di trovare un ordine all’universo.
Il nostro mondo è abitato da circa sei miliardi di persone, sei miliardi di teste più o meno pensanti, sei miliardi di sconosciuti inseriti inconsapevolmente in una ragnatela sociale e umana, collegati tra loro da fili sottili, trasparenti, FRAGILI.

Ogni gesto, ogni azione, ogni parola che un uomo compie è volta a mantenere l’equilibrio sottile che lo caratterizza in qualsiasi momento della sua vita ma egli è contemporaneamente burattinaio di sé e delle persone che lo circondano, legate a lui e tra loro dallo stesso identico filo. Un filo che può essere reciso da uno scherzo di troppo fatto ad un compagno indifeso, da una parola offensiva di un genitore arrabbiato, da una mancata risposta ad una richiesta di aiuto.
Ma come si può nella realtà attuale riscoprire il valore di un gesto o di una parola? Com’è possibile trasmettere l’importanza sia della nostra vita che di noi stessi quando tutto è diventato un accessorio insignificante?

I cellulari e i computer sono diventati i compagni di vita delle persone, gli specchi in cui riflettersi e ammirarsi non per come si è davvero ma per come la società vorrebbe che si fosse. La tecnologia è diventata la nuova droga, il nuovo modo per evadere dal mondo reale e in un tempo che ha preso a scorrere troppo velocemente, la vita procede a ritmi raddoppiati e quella rete in cui è già difficile orientarsi diventa una matassa indistricabile.
Oggi quello che rendeva un essere umano tale sta diventando sempre più invisibile, tutto è diventato un mezzo per liberare quella bestialità e disumanità che restava nascosta dentro di esso, eclissata da quello che di buono c’era ma che fortunatamente esiste ancora.

Nulla ci sconvolge più, né un padre che getta una bambina da un ponte, né due gemelli che si lanciano nell’ignoto, né una ragazza che si butta sotto la metro perché obesa, né una figlia che sceglie il suicidio alla vita incolpando i genitori.
Perché?
Perché quando apriamo i giornali o le testate sul web leggere notizie del genere non ci provoca più nessuna emozione? Perché il sangue non ci commuove pFestivaFilosofia 6 350 miniù?
Perché questa è diventata la nostra normalità, perché tutti pensiamo che non esista via d’uscita, che l’unico modo per nascondere le nostre debolezze sia quello di mettere a tacere il nostro cervello definitivamente, che l’unico modo per porre fine al nostro dolore sia quello di porre fine alla nostra stessa esistenza.
I gesti estremi come quello di Beatrice, la ragazza di Torino che ha deciso di morire sulle rotaie perché considerata grassa o dei due cinquantenni di Tivoli, gettatisi da un ponte perché sconvolti dalla morte della madre, non sono altro che la manifestazione di quanto fragile sia diventato l’essere umano, di quanto esso non sia più in grado di gestire le proprie emozioni e le proprie paure poiché le ha rese sconosciute, ignote ed estranee ai suoi occhi.

Esse sono state fagocitate da emozioni virtuali, cediamo all’overdose di parole vuote, prive di personalità e sentimenti, prive di pensiero. Preferiamo sballarci di tecnologia piuttosto che di sentimenti, siamo diventati dipendenti dagli schermi neri, le nostre crisi di astinenza non sono più provocate dalla mancanza dell’antidoto che metteva a tacere i nostri mostri interiori e nascondeva quella che prima era la nostra fragilità, ora ci facciamo di dosi di egocentrismo e arroganza, mossi dalla presunzione di essere migliori degli altri e quando non riusciamo ad essere degni del mondo che abitiamo, quando siamo considerati inadatti dalla comunità in cui viviamo, preferiamo porre fine alla nostra lunga agonia, tagliando VOLONTARIAMENTE quel filo che ci lega e che allo stesso tempo ci tiene in piedi.
In una società che vuole renderci degli automi insensibili ed anaffettivi, dobbiamo ricordare che cosa era bello, dobbiamo tornare a sentire il brivido che la lettura di una poesia può dare, l’aumento del battito del nostro cuore che un bacio può provocare, il rossore sulle guance per uno sguardo, la gioia indescrivibile data da un abbraccio, gli occhi lucidi per un tramonto, la sicurezza generata da una carezza.

Dobbiamo imparare di nuovo cosa vuol dire ASCOLTARE le voci delle persone che ci circondano perché è tra le loro parole che può nascondersi un grido d’aiuto, cosa vuol dire osservare le azioni di tutti perché quelle azioni celano altro, dobbiamo imparare a dare importanza a ciò che facciamo perché un nostro gesto anche il più insignificante, può sia distruggere che salvare una vita.
Non vascorossi 350 260 minè necessario nascondersi dietro uno schermo né scaricare frustrazione, paura, rabbia su un compagno un po’più insicuro di altri, non è necessario lasciarsi cadere nell’ignoto per spegnere i nostri pensieri ma è indispensabile lanciarsi per permettere alle nostre ali di aprirsi e volare, è necessario toccarsi per comunicare, per prendere consapevolezza del nostro corpo perché esso è la dimora della nostra anima e della nostra personalità, non è lo strumento per fare e per farsi del male ma è lo strumento per conoscere se stessi e gli altri.

La fragilità fa parte della nostra umanità, non deve essere considerata una debolezza ma deve diventare la nostra forza, il giusto mezzo per creare legami, l’elemento per sentirci parte dello stesso mondo, la caratteristica che ci rende meravigliosamente UGUALI.

Di questi temi si parlerà nel corso del Primo Festival di Filosofia in Ciociaria che si terrà nell’affascinante Castello dei Conti di Ceccano (Frosinone) dal 13 luglio al 15 luglio prossimi.

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