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'Fragile come una tela di ragno': Leonardo Sciascia e il potere

  • Scritto da  Tommaso di Brango

restiamo umanidi Tommaso Di Brango di Tommaso di Brango, docente di scuola media in provincia di Frosinone - Le fragili trame del potere in Leonardo Sciascia.
Il giorno della civetta è uno dei più importanti romanzi del secondo dopoguerra italiano. Con esso, infatti, Leonardo Sciascia contribuì significativamente a diffondere la conoscenza della mafia e della tremenda pervasività dei suoi meccanismi in un’Italia ancora assai refrattaria ad ammetterne addirittura l’esistenza.
Al centro della narrazione, la quale si svolge mescolando i caratteri del romanzo “giallo” e quelli del conte philosophique di illuministica memoria, c’è il capitano Bellodi, un ex partigiano originario di Parma impegnato nelle indagini relative all’omicidio di Salvatore Colasberna, un imprenditore edile freddato nell’immaginario paese di “C.” mentre prendeva l’autobus per Palermo. L’ufficiale, con al seguito il maresciallo Arturo Ferlisi - suo alter ego sicilianamente ironico e disincantato -, condurrà l’inchiesta avendo come bussola costante i valori della Costituzione nata dalla Resistenza, ma sarà costretto a prendere atto della propria sconfitta sia dal punto di vista giudiziario che, soprattutto, sul piano più propriamente ideologico.

Le indagini, infatti, andranno a sbattere contro il muro dell’omertà e delle alte protezioni di cui godono le locali cosche mafiose, che hanno commissionato il delitto Colasberna perché quest’ultimo aveva rifiutato la loro protezione. Ma a subire un violentissimo scossone - senza tuttavia infrangersi - saranno soprattutto i valori di Bellodi, costretto a misurarsi con la realtà di una Sicilia che, pur nella sua atavica arretratezza, mostra una vitalità e addirittura una moralità irriducibili agli stereotipi di cui pure, spesso, è stata (e viene tuttora) fatta oggetto. In proposito èFestival filosofia -programma molto significativo il dialogo tra Bellodi e don Mariano Arena, temutissimo capomafia di “C.” dotato di un proprio pittoresco ma assai suggestivo modo di intendere l’umanità («la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà»).

In questo frangente, infatti, il servitore dello Stato fermamente convinto dei valori della Resistenza antifascista e della Costituzione è costretto a riconoscere che don Mariano, pur essendo un volgare capomafia, è un vero uomo, a differenza - paradossalmente - di quei ministri e alti funzionari che invece, nell’atto stesso di servire la Repubblica, la tradiscono con le loro corruttele e i loro loschi traffici: « “(…) Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…”. “Anche lei” disse il capitano con una certa emozione. E nel disagio che subito sentì di quel saluto delle armi scambiato con un capo mafia, a giustificazione pensò di avere stretto le mani, nel clamore di una festa della nazione, e come rappresentanti della nazione circonfusi di trombe e bandiere, al ministro Mancuso e all’onorevole Livigni: sui quali don Mariano aveva davvero il vantaggio di essere un uomo».

Il cortocircuito ideologico di Bellodi viene del resto riverberato, sia pure e contrario, anche nella scena in cui due emissari della mafia, giunti a Roma per conferire con il loro onorevole di riferimento, assistono a un’interrogazione parlamentare sulla situazione dell’ordine pubblico in Sicilia. In quell’occasione, infatti, operando un rovesciamento pirandellianamente umoristico e grottesco, Sciascia fa sì che i due esponenti di Cosa Nostra, di fronte alla baraonda in corso nell’aula, ammettano la necessità dell’intervento della forza pubblica: «La campanella era impazzita. Scattando dalla destra come un grillo, il deputato dalla testa rasa si trovò al centro della sala: altri commessi corsero a trattenerlo. Gridò verso sinistra i suoi insulti. La parola cretino volò a nugoli, ad ondate, sfiorando la sua testa massiccia come le frecce degli indiani quella di Buffalo Bill. ‘Qui ci vuole un battaglione di carabinieri’ pensarono i due: per la prima volta nella loro vita ammettendo che i carabinieri potevano servire a qualcosa».

La denuncia della mafia, nel Giorno della civetta, è dunque, contemporaneamente, denuncia della fragilità del nostro apparato politico e istituzionale, i cui valori di riferimento sono messi costantemente alla prova dalla condotta di classi dirigenti del tutto inadeguate a esserne incarnazione sul terreno della storia.
Di tutto questo - e di molto altro - si parlerà col professor Toni Iermano (docente di Letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale) il 15 luglio a Ceccano, presso il Castello dei Conti. La lezione, intitolata Fragile come una tela di ragno: Leonardo Sciascia e il potere, avrà luogo nel contesto del Primo Festival della Filosofia in Ciociaria organizzato dall’Associazione R-esistenze, il quale prevede una tre giorni di lezioni gravitanti intorno al tema della fragilità.

 

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