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"Quale Italia vuole l'attuale classe dirigente?"

MinistraFedeli 350 260di Daniela Mastracci - "Quale Italia vuole l'attuale classe dirigente?" E nel caso specifico della scuola, parlo proprio di una SOLA classe dirigente che, del tutto in continuità negli ultimi venti anni, esattamente dal Testo Unico di Luigi Berlinguer del 1997 fino ad oggi, ha programmato e sta realizzando la distruzione della scuola pubblica, l'impoverimento culturale dei nostri figli e studenti, diretti verso un mondo del lavoro cui la cultura non "serve" ovvero non è asservibile ai metodi lavorativi odierni e del futuro, perciò essa è espungibile dal curriculo scolastico: tutto teso alla mera acquisizione acritica di competenze e saper fare.
Facciamo caso al punto: giovani già usati come lavoratori durante gli anni scolastici, impegnati, forse, ad essere formati in questa o quella tecnica lavorativa; ignoranti, però, di quel sapere che permetterebbe di capire cosa sta accadendo loro e al loro mondo. Senza sviluppare criticamente analisi e, a seguire, elaborazioni, i giovani saranno soltanto degli esecutori di progetti che vengono da altri, su piattaforme che vengono da altri, dentro un sistema di monopolio assoluto dei mezzi di produzione e delle conoscenze. Asserviti al sistema e ignoranti dei processi che esso tiene ben nascosti, ignoranti di diritti, perché abituati a non averne, si appresteranno ad essere manovali, precari, sottopagati e ricattati. Non avranno strumenti né allenamento mentale a capire cosa ne è di loro. Tutti al servizio dei poteri finanziari, che hanno innervato di sé la politica, hanno studiato bene il modo perché si producesse ciò che, appunto, sta accedendo
Credo necessario prendere atto di una opinione pubblica divisa tra che vorrebbe ancora una scuola ascensore sociale e chi invece così la considera una zavorra di cui liberarsi al più presto. Conosco genitori che hanno a cuore la crescita culturale dei loro figli, genitori che a loro volta hanno conosciuto tante cose che invece i loro genitori non conoscevano. La scuola ha portato la gran parte degli italiani a conoscenze che prima non si potevano raggiungere. Erano solo per pochi, un sapere elitario, patrimonio particolare di classe sociale medio alta. La capacità economica era il discrimine fra conoscenza e non conoscenza.
Ebbene la scuola pubblica e gratuita ha ridotto le differenze culturali, ha allargato la platea dei cittadini preparati a vivere la loro vita come protagonisti perché grazie alla conoscenza hanno saputo comprendere il mondo e partecipare con consapevolezza ad esso. La conoscenza non lascia in balia di altri la propria vita. E se le difficoltà economiche hanno privato tanti di conoscenza proprio in quella fascia sociale la scuola ha operato la più grande democratizzazione. Accade ancora che genitori accorati si preoccupino della conoscenza per i loro figli, perché pensano che potrebbero avere un futuro migliore del loro che invece sapere non avevano. Questi genitori amano la scuola perché vedono in essa il vero strumento di emancipazione dei loro figli, altrimenti assoggettati ad un futuro già scritto, di precarietà, povertà, sofferenza sociale. I genitori lo sanno bene che non c’è lavoro, e anche se i nostri governanti fanno di tutto per screditare la scuola, essi la considerano invece la sola salvezza, hanno fiducia nella scuola, la ritengono ancora un ascensore sociale capace di superare gli ostacoli al pieno sviluppo e realizzazione dei loro figli.chitaglialascuola h260
Dall'altra parte però ci sono i genitori che non ci credono. Genitori che sostanzialmente non hanno bisogno della scuola pubblica, o che hanno aderito plasticamente alla campagna denigratoria contro i docenti, che altrettanto aderiscono alla ideologica vulgata delle nuove tecnologie miracolose salvatrici dei propri pargoli assetati di futuro. I governi hanno assecondato questo sentire comune anti docenti, lo hanno prodotto anche con la penalizzazione economica che agli occhi di benestanti mamme e papà declassa gli insegnanti a impiegatucci che hanno soltanto il compito di certificare l'inequivocabile superiorità culturale dei figli rispetto a compagni a priori svantaggiati data la loro provenienza sociale. Ovvero ci si aspetta che i “prof” certifichino differenze e guai alla scuola se si prova a metterle in discussione e superarle. Il professore deve garantire lo status quo. Anche perché in quello status ci sta tutto il peso economico della famiglia, tale che abbia consentito ai figli stage, viaggi studio, corsi privati su qualsiasi cosa, certificazioni d'ogni tipo, ad ampliare un curriculum certo non affidato alla scuola pubblica.
A tutti costoro si deve aggiungere una opinione pubblica generalizzata che vede con fastidio non tanto la scuola, quanto gli insegnanti. Contro di loro è insorta una campagna mediatica che li dipinge come dei lavoratori privilegiati. Fa addirittura scandalo che vengano pagati in estate, durante le loro regolari ferie. Da quelli che “lavorano solo 4/5 ore al giorno”, a quelli che “sono sempre a casa durante le feste natalizie e pasquali”, a quelli che “hanno tutto il pomeriggio per sé”, magari “fanno un secondo lavoro, oppure le lezioni private”… e sopra ogni dispregio l'opinione comune che in fondo fanno un lavoro tranquillo, senza fatica, stanno là a interrogare e mettere voti (brutti, a volte) ai loro splendidi figli. Cosa vuoi che conti oggi come oggi, uno squattrinato professore di scuola. Dei poracci, sono. Io genitore attento che ci metto ad alzare il telefono e chiamare l'avvocato pronto a difendere il mio ragazzo dalle grinfie e dalle parzialità di quel docente? E siccome “il cliente c’ha sempre ragione” (tali sono gli studenti nella scuola-azienda che s’è messa sul mercato dell'offerta formativa, la dirigenza prende magari le parti della famiglia scortata da avvocato contro il malcapitato di turno reo di voler ottenere risultati migliori. Egli/ella ancora non sa che della sua capacità di valutazione i governi si sono liberati già da un bel po’: da quando si adottano le.griglie di valutazione che hanno come sotto testo: l’insegnante è parziale, non sa valutare con oggettività e allora ci pensiamo noi supertecnici della oggettività e imparzialità e forniamo griglie entro cui il reo di pensiero critico (letto: soggettivo) dovrà stare mettendo i freni alle sue bizzarrie individuali. Il malcapitato non sa che se prova a difendersi con le griglie, sarà appunto prova di parzialità, cui può solo seguire l'errore materiale, l'allineamento descrittore – voto impreciso e perciò, caro lei è stato tratto in inganno, perché vede avrebbe senz’altro voluto mettere la X su quest’altro numero, vero?
I professori non proprio aggiornati sulla valutazione vengono aiutati con i modelli (griglie) prestampati quasi abbiano un Bes (bisogno educativo speciale) riconosciuto: hanno bisogno di interventi atti ad aiutarli facilitandone i compiti, strumenti compensativi alla loro scarsa competenza, insomma aiuti speciali.
Il gioco denigratorio si serve di tanti strumenti. Nella inconsapevolezza però degli stessi docenti. Alle famiglie sono consegnati figuri contro cui ironizzare, compatire, ma intanto attaccabili e ricattabili.
Se la docenza è tale luogo di scontro, di discarica di rabbia, di invidia sociale, di sufficienza, di rimovibilità e, tanto più se la scuola si dota di tecnologie che offrono percorsi “didattici” più adeguati ai tempi, che ne è del maestro e del professore? E con lui/lei della scuola pubblica in toto? Uno spreco di soldi pubblici che prima ce ne liberiamo, meglio è.
Con queste premesse, quanti italiani saranno pronti a difendere il liceo a 5 anni contro la feroce decurtazione a 4?

 

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