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A scuola, in classe con il manager

manager a scuola 350di Daniela Mastracci - Non può non sembrare anomalo l’atteggiamento del governo e della ministra Fedeli. Non può non destare sospetto. Perché c’è dell’accanimento. C’è una reiterazione di interventismo. Quasi una nevrosi. Come se da un momento all’altro la scuola dovesse dare segni di risveglio? Forse sono maturi i tempi per tale risveglio? Quasi la stessa ministra ce ne stesse dando un avvertimento. Ancora tenue, nebuloso, soltanto un balbettio.

Ma si sta preparando una resistenza: questo sembrerebbe di poter evincere sia dall’accanimento “terapeutico” del governo, sia dalla impossibilità razionale che non ne risulti una contraddizione, così netta da far muovere i docenti verso un No deciso a queste politiche che stanno affossando la scuola pubblica. Si osa vedere troppo?
Proviamo a ragionare. Se il concetto viene meno, non può non spingere alla consapevolezza: “docente” cosa è? E “discente” cosa è? Non si possono usare i sostantivi se non dando ad essi il corrispettivo, logico, analitico significato. Ma ciò che pare è proprio che si usino sostantivi che, mascherati del loro logico significato, stanno invece servendo ad altro scopo: l’obiettivo di togliere docenti e discenti. Si è cominciato piano piano, ma il processo è stato seguito con accuratezza e scientifica diligenza: “doceo” vuol dire insegnare, trasmettere conoscenza, e magari cultura. “Disco” vuol imparare, apprendere la conoscenza. Ma la squalificazione dei docenti ha eroso il significato fino a farlo perdere del tutto, alla mercè dell’esperto esterno, qualificato, impeccabilmente insignito di titoli. Ci rimaneva oscuro però da chi fossero insigniti, di cosa fossero davvero esperti. Ma questo non importava perché è la parola “esperto” che semplicemente detta, comunicata, porta con sé l’aura delle competenze, indiscutibili, cui rimettersi senza indugio. E che ne è di discenti? A loro basta il clik sul computer, o sullo smartphone, tra gli ultimi benvenuti nelle classi “pollaio” di italica scuola pubblica. La conoscenza è superflua: essa è comunque a disposizione, è sotto mano. Certo un “sotto mano” ben diverso dalle massime morali del saggio antico! Ma sotto mano, allora perché compiere la fatica di imparare? Tanto poi si dimentica. Perché sudare l’apprendimento? Meglio sudare per eliminare calorie.

Dalla conoscenza alla competenza

Dalla docenza alla virtù nuovista del “facilitatore”, del mediatore, dell’accompagnatore, e chi più ne ha più ne metta.
Da un lato e dall’altro la relazione docente-discente si è come frantumata, liquefatta dentro il tempo liquido della scuola azienda, della factory dove imparare le nuove capacità e abilità che il mondo del lavoro determina. La scuola dove, ad un convegno con l’esperto esterno, ne segue un altro e poi un altro ancora. Dove mille attività distolgono dall’apprendimento, ma ciò non fa problema: è esattamente ciò che si vuole accada, sempre ammantato, mascherato, tale vuoto di conoscenze, con la urgenza di una scuola più vicina a quel mondo che cambia perpetuamente, per il quale le conoscenze sono zavorre che tengono legati a terra, quando invece i giovani del ventunesimo secolo, i nativi digitali, potrebbero volare alto, intraprendere chissà quale carriera e professione di nuova generazione (???)

Manager in classe: chi è costui?

E venne poi l’Alternanza scuola lavoro: il lavoro entra direttamente nella scuola. Perché aspettare che questi giovani così a loro agio su piattaforme digitali non si allenino ancor più e meglio? Non sperimentino sul campo? Non imparino di più con le nuove metodologie del learning by doing? Mettere in pratica il know how è una eccellente opportunità. E i docenti diventano tutor: anche su di loro pesa il know how, ma nel loro caso è un know how e un learning by doing tutto da imparare. Ebbene i docenti sono discenti. La relazione doceo-disco svanisce, evanescente come tutto il mondo che cambia. La scuola così cosa diventa? La domanda non è d’obbligo? E ancor di più date le ultime comunicazioni della ministra Fedeli a proposito del manager in classe: chi è costui? Da dove viene? Chi lo stipendia? Perché viene? Che dovrebbe fare? Dove sarà codificato il suo ruolo? E da ultimo: che cosa farà il docente? Sarà ancora la voce che dovrebbe insegnare? Che dovrebbe trasmettere cultura e con essa emancipazione?

Un veicolo, ma non più di cultura. Il veicolo che educa al mantenimento dello status quo: tale è il mercato del lavoro odierno e tale deve continuare ad essere. Insegnare potrebbe aprire menti e cuori, potrebbe irrompere critico nel mondo attuale. Potrebbe rendere gli studenti esaminatori del presente. Decisori del futuro. Ma ciò va esattamente contro la conservazione dello status quo. Allora delegittimare i docenti, educare alla flessibilità delle competenze, da altri scelte e predisposte, da altri utilizzate dentro processi che altri, sempre, governano, è funzionale appunto a tale mondo. Con quale metodo agganciare e guidare se non con quello più antico e riconosciuto? Tutti diventano in-competenti, tutti diventano in-capaci, tutti meno esperti di altri, e perciò in dovere di imparare, e non certo di dire la propria, che vale poco o nulla, rispetto ai titolati di cui lo stesso mondo del lavoro ci benefica, come un buon padre ci fa il favore di consigliarci e guidarci. Ci sprona. E poi ci premia con il bonus premialità che fa del merito la virtù più ricercata.

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