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Il registro elettronico non è neutro. Quali implicazioni?

registro elettronicodi Daniela Mastracci - Si fa di tutto per non far fare lezione; il rapporto docente-discente è ridotto a brandelli di tempo strappati, essi, alle innumerevoli attività collaterali. Il registro elettronico tiene il conto di quante ore effettive di lezione si siano svolte a fine anno, in ciascuna disciplina. E’ un’arma a doppio taglio: da un lato il conteggio può essere utilizzato come argomento per dimostrare la inefficacia dell’insegnamento, partendo dal presupposto che più ore di lezione sono condizione di maggiore preparazione degli allievi, e minor numero, al contrario, sarebbero causa di minore preparazione. Così come ovviamente maggiore o minore rapporto umano, relazione personalizzata, attenzione alle individualità diverse presenti nella classe. Ovvero si può argomentare a vantaggio dell’ipotesi di aumentare il numero delle ore di lezione, andando cioè in direzione inversa a quanto si va invece facendo da ormai venti anni.

Ma da un punto di vista esterno, e meramente quantificatore, si può utilizzare l’argomento rovesciandolo: minore preparazione perché è minore il tempo in classe? Questo rapporto causa-effetto potrebbe essere interpretato come il segno di scarsa produttività degli insegnanti, di inefficacia, inefficienza, scarso utilizzo della didattica digitale, che è capace di razionalizzare il tempo, laddove la persona umana con i suoi umani limiti non riesce a fare. La rendicontazione del registro elettronico potrebbe rivelarsi come la giustificazione per un’ennesima accusa di ritardo nella innovazione, incapacità del corpo docente, incompetenza, e così via. Questo porterebbe ad accrescere l’imposizione di corsi di aggiornamento sulla didattica digitale. Quest’ultima dequalifica ancora di più il docente e impoverisce i già esigui contenuti. Tale impoverimento è poi alibi per mortificare economicamente. E’ alibi per sostenere la “chiamata diretta”, ovvero l’assunzione diretta da parte del dirigente scolastico a seconda delle esigenze più particolari di ciascuna scuola, come si dice, con tanto di elogio funebre delle graduatorie di merito e del punteggio relativo. Sarebbe alibi per smantellare il contratto a tempo indeterminato. Quindi anche a scuola introduzione conseguente del jobs act. E il presupposto, o punto di vista, di questa interpretazione non è altro se non l’adagio “il tempo è denaro”, dunque va messo a valore e profitto. Questo adagio si accompagna a “il mondo sta cambiando velocemente”, “la realtà è complessa”, “non si può mica pensare di avere a disposizione lo spazio e il tempo come un tempo, come prima (?)”. “Tutto scorre”, verrebbe da aggiungere, così da ammantare di cultura a 360° gli slogan di questa politica finanziaria (ci permettiamo di coniare una nuova categoria)

La realtà molteplice, gli stimoli già ampliati a da ampliare ancor di più (con la scusa di potenziare le capacità intrinseche di ciascuno) impongono restrizione del tempo destinato alle singole attività (specie quelle dedicate alla conoscenza, di per sé ritenuta obsoleta e “pesante”), perciò a ciascuno spetta il compito/dovere di velocizzare, e ciò è fattibile se alleggeriamo contenuti, se usiamo tecnologie che ci vengono in aiuto proprio su questo fronte.

Cerchiamo di dimostrare che la rendicontazione delle attività dei docenti, così pedissequamente registrata dal registro elettronico, potrebbe rivelarsi l’ennesimo sistema per sminuire il lavoro dei docenti, laddove essi non riescano ad efficentare la didattica, a razionalizzare e ottimizzare i tempi, ristretti, a disposizione, ad essere cioè al passo con i tempi, che devono essere spesi per attività molteplici, funzionali alla ben riuscita della didattica stessa rispetto al mondo veloce contemporaneo. I docenti riescono a lavorare bene con minor numero di minuti a disposizione? Se dalla rendicontazione, incrociata con i programmi stilati a fine anno scolastico, si dovesse evincere che tale efficacia didattica non ci sia stata, quale soluzione? Non si interviene allargando i tempi delle lezioni, anzi, questi si vanno ridimensionando sempre di più. Si deve intervenire, così suona il martellamento riformistico, ottimizzando i minuti, utilizzando le piattaforme informatiche e tutte le applicazioni didattiche che, ad esempio Google, ci mette a disposizione. Ovvero il presunto insuccesso dei docenti sarebbe risolto con un intervento massiccio di aggiornamenti digitali. Nonché accompagnato da una ulteriore demagogica campagna denigratoria da parte di una società ormai abituata a ritenere i docenti un peso sociale inutile. Ma se proviamo ad immaginare le conseguenze nel lungo periodo di tali scenari, non pensiamo che la didattica digitale potrà un giorno definitivamente mandare in pensione la docenza? La sua funzione, così tanta legata alla tecnologia, non potrebbe essere del tutto sostituita da impiegati, che garantiscano giusto il funzionamento dei computer e delle piattaforme? Questi poi sarebbero nelle mani delle multinazionali, perché così sono adesso, e non si vede all’orizzonte alcuna alternativa, o almeno analisi critica del fenomeno della monopolizzazione della “conoscenza” da parte di colossi poi non più controllabili, né tanto meno governabili.

Da ultimo ci viene da aggiungere che i docenti immettendo nel registro elettronico tutto quanto essi facciano durante le loro lezioni, sono già controllabili: essi sono visibili rispetto a chi gestisca il registro elettronico, ma i docenti non altrettanto possono vedere chi vede loro. È il moderno Panopticon: anticamera di un controllo a distanza che non ci pare affatto fantascienza.

Il registro elettronico non è neutro. Ci interessa analizzarne le implicazioni?

 
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