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Mancette elettorali agli insegnanti

cartello scuola pubblicadi Paola Bucciarelli - Mancette elettorali al mondo dell’istruzione! Il 4 marzo si vota. Apparentemente il Governo e la maggioranza che lo sostiene sembrano voler ricucire lo strappo con il mondo della scuola. Il Governo vuole arrivare al 4 marzo con la firma del contratto, vuole, quindi chiudere la legislatura recuperando in un settore su cui ha scommesso tanto, senza raggiungere gli obiettivi sperati. Dai precari ai dirigenti scolastici, sono tantissimi coloro che hanno contestato la riforma della “Buona Scuola”.

Tante questioni aperte

Purtroppo, sono tante le questioni che restano aperte nel mondo dell’istruzione, dell’università e della ricerca e il Governo non ha nessuna intenzione di pensare seriamente a risolverle. La conferma ci arriva dalla legge di Bilancio approvata a ridosso di Natale e la partita del rinnovo contrattuale pressoché in stallo.
Se analizziamo la legge di Bilancio approvata il 23 dicembre 2017, ci accorgiamo che arrivano più fondi per la formazione degli insegnanti: 60 milioni in tre anni.
Si tratta di soldi destinati alla valorizzazione dell'impegno in attività di formazione, ricerca e sperimentazione didattica, nonché alla valorizzazione della diffusione nelle istituzioni scolastiche di modelli per una didattica atta lo sviluppo delle competenze.
A parte le critiche che stanno sommergendo la didattica per competenze, questo è un provvedimento che riguarda solo il personale docente a tempo indeterminato. Ancora una volta i precari e il personale A.T.A. non hanno diritto a una formazione gratuita nell’ambito dell’istituzione presso cui lavorano.
Anche per gli studenti disabili arrivano fondi in più: 75 milioni nel 2018, per i servizi di supporto per l'istruzione degli alunni con disabilità o in situazioni di svantaggio. Dunque, non vengono aumentati i posti in organico di diritto: l’anno prossimo ci saranno ancora docenti specializzati e vincitori di concorso sul sostegno che lavoreranno precariamente. Di conseguenza alunni disabili non avranno continuità didattica.

Un magro bottino

Per la ricerca, come riporta il “Sole 24 ore”, aumentano i fondi (anche se non di molto) a disposizione degli enti di ricerca per stabilizzare i tantissimi precari (si stima un 40% di tutto il personale). La legge di Bilancio riconosce agli enti la facoltà di bandire, nel triennio 2018-2020, specifiche procedure concorsuali volte alla stabilizzazione e destinate anche ai titolari di assegni di ricerca in possesso di determinati requisiti (quindi non solo contratti a tempo determinato).
Questo il magro bottino ottenuto dai ricercatori a seguito di una lotta durata mesi e culminata nell’occupazione della maggior parte delle sedi del C.N.R. nel mese di dicembre 2017.
Il personale, in mobilitazione dal 1° dicembre, aveva chiesto l'apertura di un tavolo con le organizzazioni sindacali, per la definizione degli aventi diritto secondo il decreto legge 75/2017 - con tempi e procedure certe e definite - e per l'utilizzo di tutte le risorse finanziarie consentite e disponibili per stabilizzare tutto il personale precario e per mantenere in servizio tutti coloro con contratti in scadenza sino al termine delle procedure di stabilizzazione.
Solo dall’analisi di questi provvedimenti della legge di Bilancio, si evince che i soldi per il comparto istruzione e ricerca sono ben pochi e la stessa cosa si può dire per il rinnovo del contratto. Il Governo vuole accontentare tutti i lavoratori del settore con delle piccole mancette.
Prima che la legge di Bilancio venisse approvata, si insinuava che gli 85 euro sarebbero stati vanificati perché, aumentando l’importo del reddito, avrebbero cancellato il diritto al bonus di 80 euro: c’era il rischio di dare 5 euro di aumento! Evitato con una norma ad hoc questo rischio, ora se ne presenta un altro, quello che la cifra non sia interamente disponibile; ecco spiegata l’insofferenza dei sindacati.

Una trattativa in stallo

l rischio che l’aumento contrattuale venga rivisto al ribasso per gli insegnanti rimane. A dimostrarlo c’è il fatto che la trattativa iniziata il 9 novembre è in stallo.
Al momento le risorse per assicurare questo incremento stipendiale non sono sufficienti. Ci si ferma a 73 euro lordi al mese da spalmare in tre anni.
C'è poi la questione arretrati. Anche in questo caso le parti sono lontanissime: il Governo dovrebbe sborsare 2000 euro di arretrati per ogni insegnante, ma si ferma a 450 euro.
Per accrescere le risorse, i rappresentanti sindacali chiedono di fare rientrare nello stipendio tabellare i 200 milioni che servono a premiare ogni anno i docenti migliori e la Card del docente (da 500 euro netti all'anno) pari a circa 383 milioni. In questo caso, l'aumento arriverebbe a 70 euro netti, ma la ministra dell'Istruzione Valeria Fedeli è contraria a questa proposta, perché farebbe crollare completamente la “Buona Scuola” nei suoi contenuti principali: bonus merito e bonus formazione.
Comunque non è solo una questione di soldi. La battaglia che ai sindacati confederali interessa forse di più è quella relativa alla parte normativa.
Gli aumenti, seppure esigui, andranno accompagnati dalla revisione della cosiddetta parte normativa del contratto: diritti e doveri, relazioni sindacali all'interno della scuola, formazione e orario di lavoro, perché non sono pochi coloro che temono che dietro gli aumenti si "nasconda" un incremento dell'orario di lavoro dei docenti ben superiore agli aumenti salariali stessi.
Nel frattempo, al di là dei problemi salariali, è partito, da parte di sei insegnanti, una ex preside di Roma e un docente universitario, l’appello per la difesa della scuola pubblica.
Nato dal basso, in poco tempo si è diffuso in maniera virale sulla rete, raggiungendo qualche migliaio di firme.

Il rischio di svuotare la pratica educativa

“L’ultima riforma della scuola è l’apice di un processo pluridecennale che rischia di svuotare sempre più di senso la pratica educativa e che mette in pericolo i fondamenti stessi della scuola pubblica". Inizia così l'appello suddetto, firmato da tante personalità del mondo della cultura (Salvatore Settis, Massimo Cacciari, Tomaso Montanari, Umberto Galimberti, Nadia Urbinati, Michela Marzano, gli storici Giovanni De Luna e Adriano Prosperi, il sociologo Alessandro Dal Lago, il pedagogista Benedetto Vertecchi, il vicepresidente emerito della Corte Costituzionale Paolo Maddalena e tanti altri).
Un documento di critica alla “Buona Scuola”, ma anche la richiesta di una moratoria, o almeno di una pausa di riflessione, sui punti più controversi: i test Invalsi, l'alternanza scuola-lavoro, l'insegnamento delle materie in inglese, l'ennesima riforma dell'esame di Stato.
In buona sostanza, l'appello è che si ritorni al ruolo della scuola auspicato nella nostra Costituzione.

11 gen ‘18

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