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Abolizione delle tasse universitarie: iniziamo da qui?

aula universitaria 460 mindi Paola Bucciarelli - Abolizione delle tasse universitarie: iniziamo da qui!

La proposta

Il 7 gennaio scorso, Pietro Grasso, leader di Liberi e Uguali ha presentato la proposta di abolire le tasse universitarie nel corso dell’assemblea nazionale della sua formazione politica.
L’idea ha suscitato un vespaio di polemiche tra i vari partiti. Al di là delle diatribe politiche il Presidente Grasso ha il merito di aver posto al centro del dibattito di questa campagna elettorale il tema della Università in modo deciso, e con cifre precise.
Infatti, la sua proposta di «abolire le tasse» porterebbe a immettere nel sistema circa 1,3 mld di euro, che non sono pochi rispetto al finanziamento attuale. Le altre formazioni politiche non mi sembra si siano sbilanciati a proporre somme di tali entità, anzi hanno già fatto scivolare nel “dimenticatoio” il tema università e ricerca.
Tuttavia è necessario evidenziare quanto la spesa delle tasse non è l’unica priorità in un sistema da anni in sofferenza.

Il report europeo: l’università italiana è gravemente malata

A tal proposito basta leggere sul “ Sole 24 ore”, il rapporto della European university association (Eua), un’organizzazione di atenei europei che ha svolto un’indagine su 34 paesi del Vecchio continente per rivelare lo stato dell’arte dei finanziamenti all’istruzione accademica.
Da questo rapporto emerge che negli anni della crisi, il sistema universitario italiano è diventato un malato in codice rosso. Le cause risiedono neI calo di iscrizioni e nei tagli drastici al personale accademico e in particolare ai finanziamenti.
Alla discesa italiana si contrappone la crescita nel resto d’Europa di paesi come Germania e Francia.
Il gap tra Italia da una parte e Francia - Germania dall’altra fa si che i nostri atenei vengano collocati nel gruppo dei paesi «in declino e sotto pressione».
I Paesi che registrano un calo di finanziamenti sono 19, dalla Finlandia alla Grecia, con un grado di instabilità che varia a seconda del rapporto tra studenti iscritti e fondi incassati. In sette casi, come il Regno Unito e l’Ungheria, il sistema viene considerato «in pericolo» perché l’aumento delle iscrizioni non è corrisposto a una crescita di fondi a ritmo simile. I restanti 12 vengono ricompresi fra quelli «in contrazione» perché il taglio ai finanziamenti si è affiancato a una diminuzione degli studenti iscritti ai vari dipartimenti. Come l’Italia, appunto, evidenziata tra i sistemi «in fase di aggravamento» insieme a Spagna e Lettonia.
Oltre alla diminuzione di capitali e matricole, i tagli alle università hanno mietuto vittime su un altro pilastro del sistema: il personale,le risorse che lavorano negli atenei con funzioni di didattica, ricerca e amministrazione.

I tagli all’istruzione sono una scelta politica

Da più parti si è rilevato che la colpa di tale situazione sia da imputare alla grave crisi economica mondiale tra il 2008 e il 2011. Ciò è vero solo in parte. L’Italia è tra i Paesi che hanno disinvestito in istruzione terziaria nonostante un modesto tasso di crescita: l’esatto contrario della strategia adottata da economie come Germania e Danimarca, dove i finanziamenti all’università sono cresciuti a un ritmo maggiore di quello del Pil. Si è trattato di una scelta politica che a partire dalla Gelmini si è sempre deciso di confermare.
Il taglio degli investimenti non si limita alla “sola” tenuta del sistema universitario e all’ accesso agli studi, ma si ripercuote anche sull'attività di ricerca e sviluppo, non a caso classificata dalla Commissione europea come “al di sotto degli standard Ue”.
Senza contare la fuga all’estero di tanti, troppi, ricercatori, costretti a migrare - sempre secondo la Commissione - per «l’assenza di prospettive di carriera o in cerca di retribuzioni migliori» di quelle che ci sono in Italia.

Dare attuazione alla Costituzione

Pertanto, dalla discussione pubblica di questi giorni emerge che se c’è un settore dove lo stato deve investire, immediatamente, è proprio l’istruzione pubblica. Il nostro Paese pagherà altrimenti molto amaramente i continui tagli economici all’ università, alla ricerca e all’istruzione più in generale.
Si rischia di arretrare nella trasmissione della conoscenza alle future generazioni, si rischia di arrivare nel periodo della ripresa economica più stabile e duratura senza tanti giovani ben formati che ci potrebbero permettere di vincere le tante sfide globali che ci aspettano.
Nel 70esimo anniversario della promulgazione della nostra Costituzione è ora di dare piena attuazione all’articolo 3 che recita: «lo Stato deve rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». E dove si esercita a 20 anni il pieno sviluppo della persona umana se non in un’aula universitaria?

 
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