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Iscrizioni al nuovo anno scolastico: bocciati gli indirizzi tecnico-professionali

istruzione professionale 350 mindi Paola Bucciarelli - A fine gennaio, ha fatto scalpore la lettera che il Presidente degli Industriali di Cuneo ha scritto alle famiglie che si accingevano a iscrivere i figli alla scuola superiore.
Il Presidente Mauro Gola ha consigliato ai genitori dei ragazzi che stanno frequentando la terza media, di iscrivere i propri figli a scuole ad indirizzo tecnico professionale perché le aziende del cuneese nei prossimi anni avranno bisogno di un gran numero di lavoratori tecnici e di operai specializzati.
Quindi, le famiglie dei giovani sono state invitate a fare una scelta razionale e responsabile, preferire gli studi tecnico professionali, a scelte emotive ed ideali come il proseguimento degli studi superiori nei licei.
Questa lettera è stata diffusa da un gran numero di giornali nazionali, visto che ormai in Italia vige un grosso consenso all’idea: “più studi e meno trovi lavoro”.

I dati sulle iscrizioni

Il 7 febbraio scorso sono stati resi noti dal Ministero dell’ Istruzione i dati sulle iscrizioni.
Da questi dati è emerso che gli studenti italiani continuano a preferire i licei. Scelgono tali tipi di studi più del 55% dei ragazzi italiani.
Il liceo scientifico continua ad essere quello più gradito ma si conferma anche la ripresa del classico.
Basta scorrere i numeri di questa indagine per capire che gli adolescenti italiani prediligono proseguire gli studi nei licei e, inevitabilmente, nelle università per avere maggiori e migliori carriere lavorative.
L’orientamento di quasi mezzo milione di studenti di terza media e relative famiglie è evidente. Gli studi tecnico professionali non riescono ad essere attrattivi perché non garantirebbero un futuro lavorativo dignitoso.
Qualcosa non funziona!

Il rapporto della Fondazione Agnelli

Per poter capire il motivo di questo giudizio è sufficiente leggere i dati della Fondazione Agnelli: i professionali e i tecnici sfornano disoccupati!
A partire dai dati dell'Anagrafe nazionale degli studenti del Miur e delle Comunicazioni obbligatorie del Ministero del Lavoro, il rapporto della Fondazione Agnelli analizza gli esiti sul mercato del lavoro di quasi 550 mila diplomati tecnici e professionali nel triennio 2011- 2014.
Solo il 30% va all'università e l'indice di occupazione è appena al 40%. Per il 34% si tratta di un lavoro non coerente con gli studi.
Leggendo con attenzione il report si può vedere anche come la riforma Fornero dell'apprendistato e quella del Jobs act hanno impattato su queste tre generazioni di diplomati. Con l'entrata a regime della riforma Fornero il numero dei contratti di apprendistato cresce per i diplomati del 2013, rispetto al 2012, ma si arresta con l'arrivo del Jobs act nel 2014.
Il Jobs act, infatti, grazie al sistema degli sgravi contributivi, vede innalzare in maniera sostanziale il numero dei contratti a tempo indeterminato, a scapito degli apprendisti. Senza però ridurre la quota di forme contrattuali più precarie.
Sul totale dei diplomati tecnici e professionali dei tre anni scolastici analizzati, ben il 50,2% ha un lavoro precario, solo il 22,2% ha un contratto a tempo indeterminato e il 27,6% è apprendista. Dati significativi poiché, dopo il diploma, il 70% ha scelto di entrare subito nel mercato del lavoro. Solo il 30% ha proseguito gli studi all'università o agli Istituti tecnici superiori (Its). Ben il 27,4% è un Neet che né studia né lavora.

La riforma degli istituti tecnico-professionali

La Ministra dell'Istruzione Valeria Fedeli commentando i dati del rapporto ha detto: "Ad aprile 2017 abbiamo varato la riforma dell'istruzione professionale, dal prossimo settembre avremo nuovi indirizzi coerenti con i diversi ambiti del Made in Italy e stiamo qualificando ulteriormente la nostra Alternanza scuola lavoro".
Troppo facile liquidare tutto con l’ennesima riforma degli indirizzi di studio. Ormai tutti i Ministri appena mettono piede al Ministero di viale Trastevere si sentono in diritto di scrivere la loro riforma della scuola. Negli ultimi due decenni questo modo di fare ha creato una gran confusione con indirizzi attivati un anno e poi abbandonati nel giro di un ciclo. E’ il caso proprio della riforma dei professionali varata ad aprile scorso.
Il Consiglio superiore della pubblica istruzione (Cspi), organo consultivo del Ministero, ha chiesto di rinviare la riforma di almeno un anno. La tempistica è troppo stretta per l'avvio a settembre dei nuovi percorsi di istruzione professionale.
Per il Cpsi, infatti, gli istituti professionali, in molte regioni si troveranno nelle condizioni di non garantire alle famiglie che intendano iscrivere i figli nell'anno scolastico 2018/19 sia una scelta consapevole sia la possibilità di conseguire all'interno del percorso di studi la qualifica triennale. Occorrono ulteriori provvedimenti ministeriali che dovranno essere emanati nei prossimi mesi. Così come non è possibile stipulare i necessari accordi con gli uffici scolastici regionali per le scuole che vorranno attuare i nuovi corsi. Inoltre, le necessarie attività di formazione del personale saranno difficilmente realizzabili in tempo utile. Mentre il cambiamento del paradigma didattico e l'introduzione di un progetto formativo individuale richiedono un forte investimento in organici e in risorse .

Una Costituente della scuola

Insomma, i cambiamenti nella scuola andrebbero fatti con cautela, attenzione e in maniera più condivisa possibile in modo da garantirne la continuità nel tempo. Inoltre, dopo tutte le pseudo riforme degli ultimi anni, un intervento riformatore avrebbe bisogno di una vera e propria Costituente che parta dal basso, che veda l’impegno di tutte le forze che hanno a cuore la scuola e il Paese. Tale Costituente dovrebbe guardare alla Costituzione e all’attuazione dei principi affermati negli articoli 33 e 34.

22 febbraio 2018

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