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Spesa in Istruzione: spendiamo poco e male

Pubblicità Pon 350 mindi Paola Bucciarelli - In un articolo di qualche settimana fa (9 febbraio 2018), mi ero occupata del tema della dispersione scolastica. Ora, riprendo questo argomento partendo da una delle conclusioni del mio articolo: la mancanza di una risposta sistematica al fenomeno della dispersione scolastica.
In quell’articolo affermavo che ciò che manca è un coordinamento e un sostegno continuo e coerente da parte dello Stato e del Ministero dell’Istruzione (MIUR), oltre che degli enti locali. Le istituzioni hanno deciso di seguire la strada della sperimentazione frammentata in mille progetti.

Cosa sono i P.O.N.?

Questa mia affermazione è confermata dall’uscita, il 15 marzo scorso, di due bandi del Programma Operativo Nazionale ( P.O.N.) da parte del Miur: 280 milioni per 6650 istituti scolastici in Italia.
I due avvisi P.O.N. «Per la scuola, competenze e ambienti per l'apprendimento» 2014-2020 sono destinati a progetti di inclusione sociale e lotta al disagio (130 milioni di euro), e a progetti di potenziamento delle competenze di base in chiave innovativa (150 milioni di euro).
Con il primo avviso, le scuole statali di ogni ordine e grado, di tutta Italia, potranno presentare progetti per attività extracurricolari per un totale di 220 ore (6 ore a settimana in più) che consentiranno di tenere gli istituti scolastici aperti nel pomeriggio, il sabato, durante i giorni di vacanza, a luglio oppure a settembre. I progetti potranno riguardare laboratori di creatività, musica, arte, scrittura, teatro, educazione alimentare, ma anche le iniziative per il contrasto al bullismo e alla discriminazione razziale e di genere.

Le scuole, per il primo avviso, a seconda se superino o meno i mille studenti, potranno avere dei finanziamenti fino a 45mila euro. Le domande di partecipazione, con i relativi progetti, potranno essere presentate entro il 9 maggio prossimo.
Il secondo avviso finanzia con 150 milioni di euro il potenziamento delle competenze di base per tutte le scuole del primo e del secondo ciclo, con moduli da 30 o 60 ore. Sarà possibile attivare moduli di italiano, italiano per stranieri L2, lingua straniera, matematica, scienze.
I finanziamenti andranno da un minimo di 20 mila euro per le scuole dell'infanzia a un massimo di 45 mila euro per le scuole del primo e del secondo ciclo. In generale, i progetti consentiranno agli istituti un monte di ore aggiuntivo pari a 210 (circa 6 ore in più a settimana). I progetti potranno essere presentati entro l’ 11 maggio.
È evidente da questi pochi dati elencati che stiamo parlando di risorse esigue, disperse in mille rivoli e incapaci di raggiungere gli obiettivi prefissati.
Questi P.O.N. sono operazioni finanziarie che avvengono per lo più utilizzando fondi europei. Per le scuole sono solo uno sforzo di pianificazione e progettazione, che non sempre riesce per mancanza di competenze interne. A causa di ciò, le scuole si vedono costrette ad affidarsi al privato (cooperative, agenzie, consulenti...) snaturando, in maniera subdola, il sistema di istruzione pubblica.

Il rapporto OCSE sull’Istruzione

Ciò è tanto più grave, se si pensa che l’ultimo rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) denuncia come il fenomeno migratorio stia modificando la composizione sociale dei paesi e stia cambiando rapidamente la composizione delle classi in tutti i paesi più industrializzati, che devono fare i conti con flussi in costante crescita.
Nel rapporto si legge altresì che: «L'istruzione può aiutare i migranti ad acquisire competenze in modo da poter contribuire all'economia del paese che li ospita; può anche contribuire al benessere sociale e psicologico dei migranti e sostenere la loro motivazione nel partecipare alla vita civile e sociale dei paesi». Per raggiungere questo obiettivo gli studenti devono prima di tutto “superare le avversità connesse con lo spostamento, la condizione socio-economica, le barriere linguistiche e la difficoltà di creare una nuova identità, tutto nello stesso momento”. Dunque, la scuola ha un ruolo fondamentale nel tenere coeso il Paese dal punto di vista sociale.
È un dato di fatto che gli studenti migranti tendano ad avere risultati scolastici insufficienti; ma anche tutti gli altri indicatori, dal senso di appartenenza, alla soddisfazione nei confronti della vita, segnano risultati peggiori rispetto alla media degli studenti non migranti. Tutto ciò aggrava il senso di frustrazione e di esclusione rispetto alla società nel suo complesso.

Sempre l’OCSE, sostiene che anche i cittadini italiani appartenenti ai ceti più deboli non se la passano meglio dei migranti: l’ascensore sociale è fermo e il sistema d’ istruzione non aiuta, non riesce a fare abbastanza, per gli alunni che provengono da contesti disagiati.
In Italia, soltanto il 20,4 per cento dei quindicenni provenienti da famiglie in situazione di svantaggio socio-economico riescono a ottenere risultati soddisfacenti nei test OCSE-PISA (Programma per la valutazione internazionale dello studente Programme for International Student Assessment).
La media OCSE si attesta sul 25,2 per cento. È evidente che il contesto culturale e socio-economico degli alunni influenza i risultati.
Gli errori delle politiche scolastiche degli ultimi due decenni
Allora dove sbagliano i governi di destra e sinistra che da venti anni cercano di rilanciare il ruolo determinante della scuola nella società? A mio avviso l’errore consiste nel pensare che basti tenere i ragazzi “parcheggiati”nelle scuole e portarli ad assolvere l’obbligo scolastico.
Non basta raggiungere gli obiettivi appena citati perché la maggior parte delle volte le conseguenze sono profondamente negative per il proseguimento delle vite di questi ragazzi e delle loro famiglie.

Dobbiamo portare i ragazzi non solo a terminare gli studi, ma a metterli nelle condizioni di trovare un lavoro, renderli autonomi, indipendenti dalla famiglia di origine (l’81% vive con i genitori), farli uscire dalla povertà (i giovani, non più gli anziani sono la fascia più fragile), farli partecipare alla politica, intesa come cittadinanza attiva nella comunità. Pertanto, l’Italia investe poco nell’istruzione e, inoltre, spende male.
Quando si fanno interventi, sia come politiche nazionali sia come strategie locali, questa complessità va tenuta insieme.
Il problema è noto, ma perché non riusciamo a risolverlo? Il motivo risiede nel fatto che le riforme scolastiche andrebbero sperimentate prima di attuarle su scala nazionale e le ricadute andrebbero previste prima di estendere le sperimentazioni a tutto il Paese.
Tale criticità è stata rilevata anche dall’OCSE, non solo nei confronti dell’Italia: dal 2006 al 2015 solo una riforma dei sistemi di istruzione su dieci è stata testata prima di essere implementata su scala nazionale. Invece, ex ante nessun Governo lo ha fatto, oppure lo ha fatto in maniera insufficiente, considerando che una riforma va sperimentata per almeno 10 anni prima di applicarla a tutto il territorio nazionale.
Così, bisognerebbe fare un salto di qualità nella valutazione dei progetti. Non il classico monitoraggio degli interventi, dove si dice quanti corsi sono stati fatti, quante aule, quanti alunni coinvolti, quanti sportelli psicopedagoci. Questi numeri servono, ma sapendo che tutto questo è un mezzo per portare al fine: cambiare in meglio la vita degli studenti e delle loro famiglie. Questa domanda troppo spesso nemmeno ce la si pone.
L’ unica domanda da porsi è qual è il cambiamento di medio-lungo termine che vogliamo raggiungere e quali sono gli strumenti più efficaci per raggiungerlo. Dobbiamo iniziare dal reale cambiamento che vogliamo portare. Il cambiamento reale a cui miriamo è istruire, educare,gli studenti affinché siano cittadini consapevoli, capaci di costruire una società più democratica e accogliente per tutti.

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