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«Qui niente poveri o disabili»: è il biglietto da visita di alcune scuole

alternanzascuolalavorodi Nadeia De Gasperis - Quando un ragazzo accoltella una insegnante, dove vanno rintracciate le cause? Questa è la domanda che abbiamo posto ad alcuni docenti di ordine e grado diversi non più di un mese fa, ma la cronaca si è arricchita di nuovi episodi, rintracciabili in video divenuti “virali”, così si dice quando uno strumento si fa veicolo di una malattia. Ma cosa e chi è malato? La scuola? I ragazzi? Le famiglie?

Qualcuno, dondolandosi comodamente sulle certezze di un’amaca, ci rivela che ad essere violenti sono i figli dei poveri. Redarguito reagisce offendendo ancor più i lettori vittime di fraintendimento. Stupidi e poveri. “I figli dei liceali, frequentano i licei”e tanto basta a salvarli dalla barbarie. Eppure ricordo un film di De Matteo, che vede due famiglie della medio-alta borghesia alle prese con una cruda realtà, il crimine di cui si sono macchiati i loro figli, che hanno picchiato a morte un clochard, così per gioco. Il regista ci mostra la famiglia come miniatura della società. Per aver protetto troppo i loro figli, si trovano al cospetto del dilemma più duro “cosa faresti se tuo figlio si macchiasse di un crimine efferato?

Ma a scanso di equivoci, e fuor di metafora, la cronaca ci racconta come con una prosa da censura, alcune scuole prestigiose e selettive, si autopromuovono con spot del calibro “qui niente poveri o disabili”.
Una delle insegnanti che abbiamo intervistato, che lavora nel sostegno, ci ricorda che le scuole meno inclusive sono proprio i licei, dove perfino un DSA (deficit specifico dell’apprendimento) diventa nota di disturbo.
In fondo le statistiche stesse ci raccontano che il bullo alfa, il capobranco insomma, è di solito di estrazione sociale alta.
Leggo di un insegnate che racconta di come la sua scuola sia riuscita a recuperare alcuni soggetti che si atteggiavano a bulli, facendoli incontrare periodicamente con bambini down e anziani di una casa di cura. Il ragazzo maturava una sensibilità insospettabile. Ma certo, aggiunge, non tutte le scuole possono permettersi di mettere in azione programmi extra-ordinari.
La gente si divide, qualcuno reclama maggiore rigidità, qualcuno invoca la galera, qualcuno difende i propri figli e condanna quelli degli altri. Le combinazioni ci sono tutte. E intanto nella società liquida, così definita da Bauman, i ragazzi faticano a tenersi a galla, qualcuno non sa neppure nuotare e qualcuno, pur navigando in buone acque, non sa che pesci prendere.
C’è chi dà la colpa ai social network. Una insegnante intervistata avverte “Sembrerà strano ma i nostri ragazzi, cd nativi digitali, di fatto usano Internet per poche applicazioni, sempre le stesse e senza nessuna consapevolezza; in un mondo sempre più digitalizzato tutto questo rischia di emarginarli in situazioni di “digital divide”.

Un ‘altra delle insegnati intervistate ci dice “Spesso dico ai miei colleghi che siamo rimasti tra gli ultimi presidi di “legalità” a cui le famiglie o i ragazzi possono rivolgersi. Attraverso l’attività educativa abbiamo modo di toccare con mano i disagi e le difficoltà quotidiane con cui le famiglie fanno i conti continuamente.” Mentre il preside in pensione ci ricorda come un clima che indulge alla scostumatezza, alla arroganza alla irrisione di valori che fanno la dignità della persona, perfino alla noncuranza di quelle più fragili e indifese. A mio avviso sta qui la verità l’esempio semplice semplice del papà col suv parcheggiato sul marciapiedi che aspetta suo figlio, non è da sottovalutare.
Così si derubrica un atto di violenza a pubblico ufficiale, ma prima ancora verso un altro essere umano, a goliardia. Pulire i giardinetti e svuotare i cestini non educa alla cultura del rispetto e il rispetto è garantito da una precisa collocazione di ruoli di cui la scuola non ha più traccia.
“In questa realtà, ricca di contraddizioni, le forme di violenza e di intolleranza emergono come crisi profonde, ferite, lacerazioni, dissidi nelle relazioni interpersonali, più frequentemente proprio nei luoghi dove la qualità dei rapporti dovrebbe sostanziare l’esperienza della vita umana: nella famiglia e nella scuola.
Perché? Difficile dare una risposta univoca. È possibile ipotizzare, tuttavia, che occorre ripartire proprio dagli spazi dell’educazione e dell’amore, con volontà individuali e collettive.” Aggiunge il nostro preside.

Mi sento di condividere un’ultima considerazione che vi riporto, ossia che la scuola è situata in un territorio che deve farsi carico dei suoi problemi. Dialogare, pianificare con essa l’azione educativa richiede coerenza, continuità, chiama in causa una intera comunità educativa e se il docente è stato assurto a mera figura impiegatizia non sarà facile che svolga bene il suo ruolo.
Così voglio concludere, con un pensiero di una ragazza del liceo, alla quale una insegnate intervistata ha girato la nostra domanda
”Il futuro è nelle nostre mani, dicono, Siamo rovinati, penso. Non vedo più ragazzi che cantano guardando il mare, che fotografano solo con gli occhi qualcosa come un tramonto. Quelli che nelle notti d’estate guardano il cielo, quelli che si emozionano. Siamo attaccati al dettaglio più stupido, pronti a giudicare e a pensare che siano sempre gli altri, gli adulti a sbagliare. Tutto ci è dovuto e, guai a chi pensa il contrario. Di chi è la colpa? Nostra.”

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