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Violenza: tra noia esistenziale e incomunicabilità

  • Scritto da  Raffaele Perruzza e Marco Mattacchione

a scuola studentessedi Raffaele Perruzza e Marco Mattacchione* - La violenza sugli insegnanti: tra noia esistenziale e incomunicabilità. Al giorno d’oggi, leggendo il giornale ed/o documentandosi in rete, non è affatto difficile venire a conoscenza di episodi di insegnanti aggrediti, picchiati e umiliati da studenti o dai loro genitori.

Molti sono stati i casi del genere, per citarne alcuni:
• un docente di Educazione Fisica di Avola picchiato dai genitori di un alunno rimproverato;
• una docente di Italiano accoltellata in classe da un 17enne a Santa Maria a Vico, nel Casertano, a causa di una nota assegnatagli;
• il vicepreside di una scuola media di Foggia preso a calci e pugni dal padre di un alunno;
• una docente di una scuola in provincia di Piacenza colpita ad un braccio da uno studente di prima media;
• lancio di chewing-gum masticate su un’altra professoressa sempre in provincia di Piacenza.

Tralasciando le motivazioni che potrebbero aver portato ad alcuni di questi episodi, le reazioni sono state inequivocabilmente scorrette ed a dir poco esagerate.
Questi eventi, tuttavia, possono essere la perfetta estremizzazione di un fenomeno che imperversa nel sistema scolastico (non solo italiano). La violenza sui docenti diventa sempre più frequente, ed i motivi sempre tesi tra l’inutile e lo sconsiderato: note, richiami, addirittura rimproveri.

 

Quali possono essere le cause scatenanti degli episodi di violenza sugli insegnanti?
In realtà, molteplici, per non dire che vi siano, nel dettaglio, solo casi l’uno diverso dall’altro. Ognuno di essi porta con sé sfumature differenti, che vanno quindi ad intaccare la visione generale e contestualizzata dell’accaduto.
In certi soggetti possiamo trovare, ad esempio, un certo squilibrio mentale, che porta quindi a decisioni irrazionali con conseguenze decisamente gravi.
Oppure possiamo partire dall’ambito virtuale. Cos’è che in particolare i social network hanno pian piano scrostato dall’essere umano? L’inibizione ed il pudore. Da dietro uno schermo di un computer, ci sentiamo tutti molto più sicuri, e per coloro che sono nati nell’era del digitale, si sta trasformando in un malsano bisogno di dover dire la propria a tutti i costi ed esibirsi in comportamenti spesso anche impropri della stessa persona nel contesto della vita quotidiana. E questi comportamenti sfociano spesso nella violenza, soprattutto verbale (siamo pur sempre dietro ad uno schermo), che può però ripercuotersi sulle vittime con conseguenze molto gravi. Sono gli effetti che il presunto anonimato e l’invisibilità fisica hanno sul carattere dei ragazzi (oltre che su tutte le altre persone, sia chiaro), che diventa quindi sempre più instabile, sempre meno controllabile perché meno disposto a compromessi perché troppo abituato ad essere realmente sé stesso nell’ambito virtuale.
Volendo però parlare nel generico e partire dalle basi per poi ampliare il discorso, vi sono varie idee fondanti sulla crescente quantità di certi eventi, tra le quali la più accreditata è senz’altro la perdita di quell’autorità che tempo addietro rendeva il professore tale, non semplicemente un “insegnante” (letteralmente “colui che insegna”, e quindi potenzialmente chiunque), ma una persona dotata di qualifica e, quindi, una carica, aldilà della persona detentrice della suddetta.

 

Ma come si perde autorità e potere?

Ad esempio, mostrando le proprie debolezze. Non si parla solo dell’essere o meno competenti, ma nel momento in cui la scuola subisce negli anni riforme piuttosto importanti, aggiornamenti consistenti (quali l’introduzione delle moderne tecnologie, la scuola portata nel social internettiano, e così via), dunque cambiamenti corposi, la vulnerabilità del corpo docenti è di gran lunga più esposta. Anche il solo atto di non saper utilizzare, ad esempio, il registro elettronico, può fare la differenza, e non soltanto a livello pratico.
Prima, un insegnante poteva tranquillamente essere incompetente e comunque farsi rispettare, poiché gli alunni erano tendenzialmente molto più cauti e c’era più possibilità di imporsi su di loro. Ora, invece, ci si fa molti meno problemi, perché disinibiti e perché sempre meno oppressi dall’aura autorevole degli insegnanti, specie quando non proprio idonei al loro mestiere.
Non volendo necessariamente dipingere la figura dell’alunno come un freddo manipolatore, bisogna comunque attestare di come sia psicologicamente stimolante (nel bene e nel male) l’idea di rapportarsi al proprio/a professore/essa in maniera più diretta. Questo processo di umanizzazione (intesa come un sempre maggiore distacco dall’aura autorevole che la carica di professore dovrebbe creare) porta inconsciamente l’alunno a non aver timore dei docenti sotto quel punto di vista. O comunque, questo timore non viene automaticamente scaturito, ma avviene con il diverso esperire del loro modo di fare (metodo, modi, capacità e conoscenze), qualora ad esempio l’insegnante si riveli competente e tosto al punto da “ristabilire le gerarchie”. O almeno così dovrebbe essere.

Ma chi viene in aiuto dell’alunno?

Esatto, sempre Internet. Questa enorme, mastodontica fonte di informazioni e conoscenze, accessibile a tutti. Ed è proprio questo un altro punto fondamentale. Ad oggi formarsi una cultura è infinitamente più semplice rispetto ai tempi passati, perché spesso lo si può fare gratuitamente, e ciò non fa che affievolire ancora di più quelle differenze tra insegnanti e studenti. Questi ultimi, infatti, ora come ora, hanno a disposizione i mezzi per informarsi ed acculturarsi più comodi che ci siano, e, con un uso responsabile e serio, potrebbero arrivare a conoscere dei particolari su determinati argomenti (anche scolastici) non inclusi nel programma o nel proprio libro. Ed anche qui, l’effetto sullo studente, oltre che pratico, con discussioni in classe molto più frequenti, che possono portare tanto a dibattiti interessanti quanto a vere e proprie guerre ideologiche (volendo fare un’iperbole), è anche e soprattutto psicologico.
Insomma, abbiamo visto che l’insegnante ha dunque infinitamente meno controllo sugli alunni, meno potere, e l’unico modo che ha per riconquistarlo sarebbe quello di irrigidire ulteriormente i modi, ma anche qui, i problemi non si fanno mancare.

Si può affermare che il problema di fondo sia l’incomunicabilità tra insegnante ed alunni dovuta ad un ampio distacco generazionale, ma non è raro vedere anche giovani professori alle prese con problemi di questo genere. Anzi, spesso e volentieri lo stesso fatto di essere di giovane età porta gli alunni a non prenderlo troppo seriamente. Perché questi nuovi professori, in molti dei casi, sono più vulnerabili, specialmente considerando il fatto che sono privi di un grande bagaglio di esperienze ed anche non del tutto coscienti di come funzioni il mondo del lavoro. E lo studente può approfittarsene. Inoltre, ciò non spiegherebbe la completa mancanza di empatia dei genitori.
Perché è un problema che riguarda tutti.

L’incomunicabilità è una delle grandi tragedie del nostro tempo. Non si parla solo dell’enorme paradosso di avere a disposizione una rete “vasta ed infinita”, velocissima ed in tempo reale, per poi essere totalmente incapaci di usarla a dovere, ma di come la società si stia lentamente perdendo in sé stessa.
Abbiamo di fronte a noi un mondo ben più grande di quanto potessimo immaginare 50, 60 o più anni fa, e semplicemente non ci siamo ancora abituati a questo drastico cambiamento. E dunque ci perdiamo in un miasma di sconforto, tra gli insegnanti persi in un lavoro duro e con addosso la responsabilità di portare avanti un sistema scolastico sempre più intriso di insidie e di gran lunga indebolito ed i bulli che, destinati a non avere un futuro (così i media dicono), semplicemente si annoiano. Si annoiano perché non riescono ad impegnarsi ed/od a tenersi impegnati in una determinata azione (come suggerirebbero gli studi della Carnegie Mellon University, uscito sulla rivista dell’American Psychology Association). E non si parla neanche dell’insignificanza delle azioni (come suggerirebbe Giacomo Leopardi), perché semplicemente chi si annoia non è perché fa qualcosa di insignificante, ma perché fa qualcosa di cui non comprende il vero significato, non riuscendo dunque ad impegnarvisi. Ed i media non fanno che alimentare questo senso di nichilismo.
Si potrebbe pensare che siano semplicemente gli effetti di pensare fin troppo alla crisi, ma in realtà non è necessario pensare la crisi e nemmeno prenderne coscienza per esserne influenzati. Perché le cause possono essere molteplici, e la crisi moderna fa più che altro da sfondo a tutte le vicissitudini ed a tutto ciò che ci avviene personalmente.
Ma sono tante le situazioni che rendono sempre più insopportabile la vita quotidiana nella scuola, nel quartiere e nella famiglia, e queste spesso inducono le persone che vi si trovano coinvolte a vario titolo a rivolgersi a servizi alternativi come quelli scolastici. Per lo più sono convinti che questi problemi, per loro incomprensibili, debbano aver origine da “un’altra dimensione”, di tipo psicologico. Questo lo si nota per esempio nella ricorrente lamentela degli insegnanti, che affermano di non riuscire più a insegnare e di essere invece costretti a farsi carico della missione (impossibile) di educare i giovani — in altri termini, l’istituzione scolastica è sempre più chiamata a porre rimedio alle carenze della famiglia, e gli operatori della scuola si trovano a svolgere un ruolo psicologico che non è loro.

E dei genitori cosa possiamo dire?

Semplicemente la rassegnazione che li colpisce è forse la più forte di tutte. Nei casi in cui si rivelano incapaci di impartire una sana educazione ai propri figli, non pensiate che siano disposti a farsi sempre carico delle proprie responsabilità. Scaricarle sull’insegnante è molto, ma molto più semplice. Immaginatevi un genitore con un lavoro che lo tiene molto impegnato, o, ancora peggio, entrambi i genitori con lavori ardui che li tengono fuori casa la maggior parte del tempo (perché la crisi porta anche a questo). Cosa volete che facciano, prendersi le proprie responsabilità in quanto genitori? Certo, ma per molti di loro si può sempre contare sugli asili nido, o sui babysitter, o su qualsiasi altra persona utile in quel momento. E con tutto il buon lavoro che questi nuclei o queste persone possono fare, la situazione non si risolverà comunque. Questi genitori perderanno il loro figlio, perché nella sua educazione mancherà sempre qualcosa, o ci sarà qualcosa di diverso. E dunque non riusciranno, in quella specifica fase adolescenziale, a comunicare. A volte invece fanno l’esatto opposto, viziando il proprio figlio, non impartendogli gli insegnamenti basilari dell’essere uomo e cittadino, non rimproverandolo mai, finendo per farlo diventare un tipo privo di senso del dovere, ma dandogli esattamente ciò che pensa di volere, e nel mentre incolpano chi non dovrebbe essere responsabile di questo enorme peso.
Quindi irrigidire i modi non aiuta, perché, come nel caso del docente di Avola, in un contesto dove non si viene educati ed abituati a poter anche essere nel torto, basta un semplice rimprovero per scatenare reazioni violente.

Volendo riassumere tutto e tirando le conclusioni: la violenza avviene perché il professore non ha più un’autorità tale da poter ottenere rispetto da questi studenti, che si annoiano perché a causa dei media, ed in particolare del web, non riescono a capire il senso di quello che fanno, e che non sono stati educati a dovere dai genitori che, persi tra le tante cose alle quali fa sfondo quell’enorme panorama desolante che è la crisi moderna, non badano a dovere i propri figli, o lasciandoli in balia di servizi esterni o di persone che semplicemente non sono le persone adatte ad educarli, o semplicemente educandoli male, agevolandoli, non preparandoli ad affrontare la vita in modo corretto.

E qui sorge una domanda conclusiva: ma com’è possibile per gli insegnanti ottenere il rispetto di ragazzi che non hanno mai imparato neanche a rispettare sé stessi?

*Raffaele Perruzza (Scrittura e fonti)
Marco Mattacchione (fonti)
della classe 4^B del Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Sora (FR)

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