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'Tutto cambia perché nulla cambi': il caso delle maestre diplomate

maestreconscolari 350 mindi Paola Bucciarelli - “Tutto cambia perché nulla cambi”: il caso delle maestre diplomate.

Nel "Gattopardo" di Tomasi di Lampedusa c'è una frase emblematica: “tutto cambia perché nulla cambi”, vuol dire che se tutto cambia esteriormente, tutto rimane com’è.
Questa frase mi è tornata in mente leggendo le dichiarazioni di un deputato Cinque Stelle che ha perorato in Parlamento la causa dell’emendamento di maggioranza al cosidetto Decreto dignità il quale prevede l’ennesima stabilizzazione di maestre principalmente senza laurea.
«Questa è l’ora delle norme giuste, equilibrate, costituzionali e che non cadano davanti al primo ricorso. Fino ad oggi i politici hanno scritto le norme in maniera oscena e hanno diviso il mondo della scuola in categorie da aizzare l’una contro l’altra. Non cascateci più».

Una questione che certamente il governo M5S e Lega ha ereditato dai suoi predecessori, ma la cui soluzione non appare certo improntata a quello spirito nuovo e diverso dalla «vecchia politica» di cui M5S si è fatto paladino.
Queste quasi 50 mila diplomate, negli anni scorsi, si erano rivolte ai giudici per farsi assumere (e in alcuni casi avevano anche già ottenuto il posto con riserva). A dicembre è intervenuta la Consulta bocciando questi provvedimenti giudiziari.
Il governo attualmente in carica ha deciso allora con un decreto ad hoc di rinviare l’esecuzione della sentenza di 4 mesi. Poi, adesso, con l’ emendamento di cui sopra, in nome della continuità didattica, di garantire alle maestre diplomate di stare al proprio posto fino alla fine dell’anno come supplenti per poi salire in cattedra dal 2019 grazie a un concorso «farsa».

L’unica condizione, infatti, per superare il concorso è aver prestato almeno due anni di servizio negli ultimi otto: il che esclude i maestri laureati più recentemente che evidentemente non possono avere al loro attivo abbastanza supplenze. E pazienza se magari sarebbero stati più qualificati loro di molti semplici diplomati magistrali per insegnare. Per loro presto sarà bandito un nuovo concorso. Perché loro sì che devono essere selezionati.

In parte del mondo del precariato scolastico è esplosa la protesta. «Scateniamo l’inferno», scrive sui social Luisa Sarnataro, supplente storica napoletana in Graduatoria Gae (quindi non assunta) da tredici anni. Un’altra, dice: «Gente bocciata ai concorsi lavorerà e gente selezionata dai concorsi starà a casa».
«Il Governo del cambiamento ha mostrato la sua vera faccia: privilegia i furbi e l’illegalità mortificando il merito nella scuola pubblica», ha scritto un altro gruppo di docenti.

La rabbia è cresciuta quando gli insegnanti hanno ascoltato la gaffe del vicepremier Luigi Di Maio:
«I laureati magistrali sono stati salvati», ha detto. Laureati, li ha chiamati, non diplomati.
La Cgil ora scrive: «La soluzione è poco dignitosa e profondamente inadeguata per garantire il regolare avvio dell’anno scolastico. I diplomati magistrali restano in servizio con l’angoscia di essere licenziati di lì a poco».

La luna di miele tra il Ministro Bussetti con parte del mondo dei docenti sembra essere finita. La prima scelta fatta — consentire ai “deportati al Nord” della L.107 senza specializzazione sul sostegno di tornare a insegnare al Sud — ha tolto lavoro ai supplenti storici meridionali: «Una porcata dietro un’altra» , ora si legge.
A Milano e a Bologna, studenti e laureandi di Scienze della formazione hanno allestito sit-in davanti ai provveditorati. La settimana scorsa a viale Trastevere si è svolta la prima manifestazione precaria contro il Ministro del “cambiamento” e altre manifestazioni si sono svolte davanti il Parlamento.
Di fronte a queste giuste proteste, però, mi torna di nuovo alla memoria la frase: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» che, a ben vedere, nasconde un duplice significato, così importante al giorno d’oggi. Se vogliamo salvarci, è necessario un cambiamento. Ma il cambiamento non viene dall’esterno. Il cambiamento deve avvenire all’interno di ciascuno di noi.

È fondamentale per l’Italia una rivolta interiore, operata su se stessi, prima che sugli altri. Se le cose non vanno bene, è perché abbiamo imparato ad esteriorizzare la colpa. Disimparato a conoscere le responsabilità locali e personali. “Il male viene da fuori, noi siamo vittime innocenti” si sente spesso recriminare facendo riferimento di volta in volta a qualcosa di impreciso: Stato, società, capitalismo.
Naturalmente esistono cause concrete a provocare una certa condizione di disagio. Ma noi non possiamo esimerci dal proporre nuove visioni. Non possiamo protestare solo per il singolo provvedimento che ci riguarda, spesso ottenendo solo piccole modifiche. Dobbiamo impegnarci per realizzare una nuova società a partire da una nuova idea di scuola.
Altrimenti si fa il gioco di chi non vuole che le cose cambino.

Il grande malessere che oggi viviamo è il senso d’impotenza rispetto ad un sistema che non intendiamo combattere per apatia e rimozione di senso etico, aspetti connessi tra di loro. Siamo sempre pronti a dire io non c’entro, io che posso farci, non dipende da me.

 

 

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