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Rischi di un disegno eversivo e secessionista

MIURdi Paola Bucciarelli - Regionalizzare la scuola significa dividere l’Italia.

Nel silenzio generale sta passando la regionalizzazione della scuola.
Il ministro Bussetti in un’ampia intervista, qualche settimana fa, alla domanda: «Veneto e Lombardia hanno presentato la nuova bozza d’intesa per l’autonomia e chiedono di poter "regionalizzare" professori e presidi che diventerebbero dipendenti della Regione e non più dello Stato. Lei è d’accordo?», ha risposto che: «c’è un dibattito in corso». «Ma l’aspetto positivo — aggiunge — è che le due regioni promettono di mettere più risorse per gli stipendi degli insegnanti»(!).Comunque ha sottolineato: «Sarà un cammino sicuramente lungo, ma potrebbe essere un’opportunità, un modello anche virtuoso di gestione più capillare delle scuole».
Quindi, l’attuale governo e’ intenzionato ad avanti su questa strada.

Dove inizia la storia
Tutto inizia il 22 ottobre 2017 con il referendum con cui i cittadini veneti hanno detto sì all’acquisizione di una maggiore autonomia dallo Stato centrale.
Ora, il Veneto vuole festeggiare, ad un anno di distanza, con il varo in Consiglio dei ministri del disegno di legge per l'autonomia differenziata. Il testo messo a punto dal ministro degli Affari regionali Erika Stefani e dal governatore Luca Zaia è ancora in fase di limatura, ma la strada è ben tracciata.
Il governatore veneto Luca Zaia lo ha ribadito anche quando ha firmato - precedentemente - un accordo sempre col ministro dell’Istruzione Marco Bussetti per l’insegnamento della storia veneta in tutte le scuole della regione: «Questo è solo un assaggio dell’autonomia che verrà».
Si è compreso, così, che la partita che il presidente della regione veneta Luca Zaia si sta giocando con il governo è molto, molto più grande e importante. In palio c’è il riconoscimento di nuovi, importanti, margini di autonomia decisionale e finanziaria a vantaggio delle regioni a statuto ordinario.

Per il momento le novità più significative riguardano la scuola dove rappresentanti veneti e funzionari del Miur stanno lavorando da mesi a un’intesa. La richiesta di Zaia è chiara ed è scritta nel testo di progetto di legge: trasferimento su base volontaria del personale della scuola, maestre, prof e bidelli, alla Regione Veneto, il tutto incentivato da stipendi possibilmente più alti.
Difficile dire se resisterà ai rilievi dei tecnici del Miur che già - lo scorso anno - avevano accantonato la questione.

Regionalizzare a partire dal nuovo reclutamento mento degli insegnanti
Resta però in campo anche un’altra ipotesi, che al Miur è stata oggetto di approfondimenti vari nei mesi scorsi: se l’idea di un vero e proprio distacco del personale venisse bocciata si potrebbe puntare sul futuro attraverso il meccanismo che permetta di indire concorsi sulla base del fabbisogno regionale senza dover aspettare la lunga e complessa macchina dello Stato - potendo contare su un budget regionale variabile in funzione del gettito fiscale, con la promessa anche di stipendi più alti e comunque diversi da quelli del resto del Paese.

I pericoli di un disegno eversivo e secessionista
Il rischio è che nel medio periodo si accentui la forbice fra Nord e Sud.
La partita - dell’autonomia differenziata - invocata dal Veneto insieme ad altre regioni è delicatissima per le sue implicazioni sull’assetto istituzionale italiano.
La scuola italiana, pur tra molte difficoltà, è uno dei capisaldi di maggiore unità— culturale, ideale, professionale — del Paese.
Questa unitarietà e centralità della scuola andrebbe condivisa ed esaltata in tutti i modi, invece di contrastarla, come sempre più chiaramente sta emergendo.
La "regionalizzazione" della scuola rappresenterebbe un prodromo e un catalizzatore formidabile della divisione del Paese.

Siamo di fronte ad un provvedimento molto pericoloso. Per tre motivi.

- Il primo è che aumenterà la diseguaglianza nel nostro Paese, a partire dal fatto che le competenze alle Regioni sull’istruzione vengono affidate senza che lo Stato abbia «determinato i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale».
In assenza di comuni livelli essenziali che garantiscano la cittadinanza universale è evidente che si sgretola la Repubblica «una ed indivisibile».
 

- Il secondo è che sarà il gettito fiscale, d’ora in poi, a determinare il livello dei diritti, non l’essere cittadino nel nostro Paese.
La ripartizione delle risorse finanziarie avverrà non in base al numero di persone da istruire ma in base alla ricchezza dei territori.
Quindi, una scuola di mille studenti in una regione ricca del Nord riceverà fondi in base al Pil di quella regione ed una di mille studenti in una regione piccola e povera del Sud in base al povero Pil di quest’ultima. In barba all’articolo 3 della Costituzione secondo cui «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini…».

ù - Il terzo è che limita fortemente la libertà di insegnamento. I programmi o sono nazionali o la piega inevitabile del localismo condizionerà l’una e gli altri.
E’ evidente che tutto ciò non cambierà dall’oggi al domani, ma la sola volontà di voler utilizzare il sapere e chi lo eroga per rinsaldare il sistema di valori di chi governa un territorio è chiarissima e, in questo nuovo quadro, inevitabile.
Siamo di fronte ad un testo sottilmente eversivo e secessionista che chiama ognuno di noi a resistere per difendere l’unità del Paese ed il futuro delle nuove generazioni.

 

 

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