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Dopo l'omicidio di Emanuele Morganti

emanuele morganti mimetica 350 260di Fiorenza Taricone - A margine dell’omicidio di Emanuele Morganti. Ormai i funerali di Emanuele Morganti si sono consumati e solo ora ne scrivo, chiedendomi anche il perché della lunga riflessione. Per una storica non possono reggere le motivazioni più consuete: il temporaneo disgusto per le violenze sempre più incomprensibili, le parole scritte che sembrano non avere più presa sulla realtà, la fiducia che viene a mancare per i giovani che verranno, per la loro predilezione a usare la violenza come linguaggio comunicativo. Il mestiere della storica impone di capire il più possibile, soprattutto per una storica della condizione femminile, che in quanto a mutamenti, è andata al di là delle aspettative.
Cosa c’è stato di diverso in questo omicidio a cielo aperto da altri recenti casi di cronaca in cui ad esempio in una cosiddetta ‘festa’ privata romana, poco tempo fa, di giorno, due giovani hanno ucciso un terzo che aveva avuto l’ingenuità di accettare l’invito? L’esito è lo stesso, tranne che, e non è da poco, quest’ultimo si era consumato in una casa privata, l’ultimo pubblicamente. Gli elementi di rigetto emotivo sono tanti e tali da aver causato un rifiuto emozionale nello scrivere, ed è bene metterli in ordine, per non sprecare le solite parole dettate dall’indignazione di pancia, che vanno bene, sì, ma sono povera cosa di fronte all’entità del fenomeno.
Il clamore è stato ovviamente proporzionale all’epilogo: un ragazzo nel pieno degli anni, ucciso come ha detto la madre ai funerali, dalla crudeltà degli uomini. Se fosse stato ferito gravemente, neanche sarebbe andato in onda, perché la violenza permea i cosiddetti divertimenti giovanili del fine settimana, o di tutti i giorni: dalle gare di velocità, al bere fino al coma etilico, alle punizioni del branco per motivazioni quasi inesistenti; comportamenti e gesti che iniziano dalle scuole elementari ormai, come mi ha confermato un’insegnante del territorio pochi giorni fa, durante un incontro formativo per l’apertura di uno sportello presso la Casa della salute di Pontecorvo; quasi ironico, parlare di salute perché se ne trova ben poca nei cosiddetti stili di vita giovanili che sono diventati ormai argomento di masters e corsi di perfezionamento. Di violenza è permeata tutta la vita giovanile, dal web, che mostra, ammesso che siano interessati, delle più di 60 guerre in atto nel mondo, dal linguaggio violento che tutti usano, anche gli educatori, gli operatori dei media, i politici, ormai da tempo. La Lega Nord, al suo esordio tramite il suo ideologo, Miglio, chiamava alla rivolta civile suonando la tromba di Diana; poi l’arte dell’insulto è diventata globale e sono cominciati da ogni parte gl’insulti in rete, contro tutti: gl’immigrati, le donne troppo emancipate, i neri, accoppiati alle prostitute.

Non tutti gli elementi di cambiamento sono segni di progresso

Questi giovani, ragazzi e ragazze, verso i quali nessuna forza politica ha dedicato un’attenzione adeguata, sono anche figli e nipoti di quella generazione che con la violenza comunque ha dovuto fare i conti. Con le lotte degli anni Sessanta e Settanta, anche violenta, anche discutibile, ma sempre preceduta da riflessione politica e discussione collettiva, i giovani si sono ritrovati fra le mani senza esserselo guadagnato, un cambiamento epocale del Novecento. Il capovolgimento si presenta oggi totale nelle abitudini pubbliche e private, nel costume, negli studi, nelle carriere dopo gli anni Sessanta; la vita affettiva, dopo il divorzio e la liberazione sessuale diventa ripetibile all’infinito, con le famiglie di fatto o nuovi matrimoni; la singletudine non diventa una sconfitta affettiva, ma una scelta; se prima l’obbligo di fedeltà escludeva da solo il plurale “amori”, considerato che il codice civile puniva diversamente l’adulterio maschile e femminile, il plurale contraddistingue invece, anche se da non molti anni, la famiglia, per i tanti modelli presenti oggi con nuove combinazioni affettive e generazionali.
Le nuove famiglie hanno aperto frontiere di libertà, ma anche moltiplicato le problematiche psicologiche e accentuato il giovanilismo delle figure genitoriali, che hanno figli di età a volte lontana fra loro; per le donne, in particolare, le nuove libertà del XX secolo, nel costume, nelle leggi, nella sfera sentimentale e sessuale, nella bioetica, sono il frutto di lotte che hanno significato anche il diritto a vivere le diverse età. Esiste però anche una scarsa consapevolezza per le giovani generazioni che nella storia delle relazioni fra i generi nulla è acquisito definitivamente; se è utopico pensare che per sconfiggere le degenerazioni si possa pensare a una restaurazione pura e semplice, è altrettanto utopico pensare che tutti gli elementi di cambiamento siano segno di progresso e che non si possa retrocedere. Di questa mancanza di futuro oggi i giovani levano il dito contro i corrotti del recente passato, ma fra loro ci sono anche molti di quelli che hanno lottato, anche violentemente, per cambiare e ottenere quelle libertà di cui oggi si servono con tanta disinvoltura.
Senza arrivare alla lotta armata, la violenza verbale e politica era ben conosciuta sia alle lotte operaie, studentesche e a quelle femministe. Le manifestazioni di massa femministe che si ribellavano con forza allo strapotere di quello che era definito il patriarcato, erano da un lato verbalmente accusatorie contro il genere maschile, colpevole di oppressione e tecniche violente in famiglia e fuori. Nelle manifestazioni si rivendicava la libertà di movimento anche di notte, uno degli slogan era: "la notte ci piace, lasciateci in pace". Oggi, le donne eredi generazionali di un femminismo accusato di violenza verbale e comportamentale, assumono spesso le vesti di potenziali vittime di una aggressività quasi del tutto maschile. Nel mondo del lavoro, il contrasto è ancora più stridente. Negli anni Cinquanta, fu considerata una tappa fondamentaleOmicidio di un giovane la legge di tutela della lavoratrice madre, con la proibizione di licenziamento delle donne sposate e la proibizione quindi delle dimissioni in bianco; oggi, la fame di lavoro e di autonomia spinge ad accettare quello che precedenti lotte avevano cancellato. Ci s’impegna a licenziarsi se si ha la sfortuna d’innamorarsi o di avere un figlio. La violenza senza ribellione consapevole ha cambiato di segno ed è diventata un’apparente superficialità, un progresso apparente che è in realtà un regresso.

La complessità dei cambiamenti dei sistemi sociale, politico, familiare

Uno sguardo rapido ad alcuni mutamenti della condizione femminile nell’ultimo ventennio mostra chiaramente la complessità dei cambiamenti dei sistemi sociale, politico, familiare, con pesanti riflessi nei rapporti fra i due sessi. Si va dalle gravidanze in una fase della vita che pochi decenni fa era quella delle nonne, come nel caso di Liliana Cantadori, un’ostetrica modenese che agli inizi degli anni Novanta diventò mamma a 61 anni, alle adolescenti che sfruttano oggi la libertà sessuale con una disinvoltura che apparteneva alle adulte di poco tempo prima, alle bambine che in età da gioco, rischiano di entrare nel mercato della pedofilia on-line. Le leggi intercettano i cambiamenti, ma il costume è talvolta più lento, come nel caso della consapevolezza che la famiglia sia anche un luogo di violenze, abusi e sopraffazioni Nel 1998 è approvata la legge n.269 contro lo sfruttamento sessuale dei minori attraverso la pornografia, con pene severe che però non colpiscono in modo sufficiente le forme più domestiche di pedofilia. Negli anni Novanta, il fenomeno dello stupro che conosce poche differenze d’età, è già in crescita, ma non si parla più solo di stupro tradizionale; c’è una nuova tipologia, quella legata all’uso dell’immagine del corpo femminile, a pochi anni dal successo delle televisioni commerciali e dei siti sul web espressamente dedicati alla pornografia; nel ’91, lo Sportello Immagine della Commissione Nazionale Parità invita a segnalare l’uso gratuito e offensivo della donna nella comunicazione, e sui tavoli si riversavano centinaia di lettere, pagine strappate dai giornali e cassette registrate dalle tv; oggi, il corpo femminile appare sempre a pezzi, spesso con l’esclusione simbolica della testa e certo questo non incita al rispetto di un sesso per l’altro.
Le famiglie sono cambiate anche per numerosità: nel 1992 il tasso di maternità delle italiane iniziava a essere il più basso d’Europa, segno evidente di scarsa attenzione verso le politiche di conciliazione. Il sociale oggi sopravanza il politico e il desiderio di formare nuove famiglie induce nove coppie omosessuali a celebrare per finta a Milano il loro matrimonio. Ma sempre più coppie ricorrono anche alle tecniche riproduttive, (cosiddette TRA Tecniche di riproduzione assistita), per avere figli definiti anche “i figli ad ogni costo”; in Internet del resto iniziano a essere sono in vendita ovuli e semi. Il fronte cattolico vietava la fecondazione eterologa, cioè fatta con seme diverso da quello del marito, esclude le donne non sposate e stabilisce l’adottabilità degli embrioni. Nel 2004, la Legge 19 febbraio 2004, n. 40, “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, recentemente modificata, suscitava proteste e dibattiti e induce molte coppie e singoli a recarsi all’estero per avere un figlio, instaurando a rovescio un paradosso. Prima della legge n.194, solo le ragazze e le donne sposate o meno benestanti potevano permettersi il week-end a Londra per abortire in modo pianificato nelle cliniche, senza rischi per la salute. La legge n.40, per contro, consentiva solo alle più benestanti di affrontare viaggi all’estero per la speranza di avere un figlio.

 Chi sono i giovani numerosi che assistono da spettatori a tutte le violenze senza denunciare, fermare, avere una reazione?Pestaggio

Rispetto a questa incredibile complessità rispetto a quella che era prima la naturalità quasi irriflessa nell’avere figli, sembra che oggi la reazione sia una semplificazione eccessiva. Chi sono i giovani numerosi che assistono da spettatori a tutte le violenze senza denunciare, fermare, avere una reazione? Se oggi nelle famiglie ci si occupa degli effetti della violenza assistita nei conflitti fra genitori, che non necessariamente arrivano alle violenze domestiche, meno si parla del pubblico anonimo che assiste senza intervenire, come nel caso di Alatri, o filma, coperto dall’anonimato, ogni tipo di violenza: pestaggi, bullismo, accoppiamenti più o meno voluti, attentati ai barboni. Questi figli sono, almeno per ora, frutto di unioni fisiche fra genitori, o frutto di affidamenti, adozioni, uteri in affitto; ma sempre figli comunque. E mi domando che senso ha piangere dopo, mentre prima i genitori si sono voltati dall’altra parte e non hanno mai riflettuto su quale educazione si facevano portatori.
In questi anni ho visto madri che compravano tee shirts alle figlie con la scritta: Da grande voglio fare la velina, ma anche Madre de Puta, ma anche per le più adulte: La roba bella si deve vedere, traduzione di: la robba bella s’adda da vedé. L’acquisto probabilmente era stato fatto in un centro commerciale, dove i figli vengono educati a trascorrere un bel pomeriggio festivo. E’ sceso un silenzio imbarazzante fra le persone, tanto più fra figli e genitori: i giovani guardano lo schermo del web mentre i più adulti guardano la televisione e anche quella comunanza di corpi è venuta meno. Il patrimonio di parole di cui dispone un giovane è stato calcolato scientificamente ed è molto scarso, quindi niente sfumature, niente complessità, sostituite da bestemmie come quella che ho ascoltato urlate da una macchina piena di studenti che usciva dall’Università. Una disinvoltura che ha dell’incredibile mostrata dalle madri e dai padri che per ogni occasione comprano ai figli beni di consumo: per la settimana bianca, per le feste, per ogni tipo di svago, e magari dicono loro di stare attenti ai pericoli della strada e poi piazzano i minorenni davanti ai pericoli del mondo intero, offerti gratis dal web.
Alla fine di questa imponente dimostrazione di solidarietà offerta ai funerali del povero Emanuele, mi sono chiesta, non rivolta direttamente a lui, ma a molte unità familiari e alle donne, visto che i giovani sono tutti “nati di donne” come diceva il femminismo: la maternità è una scelta da tempo, dopo secoli di obbligo, ma che senso ha mettere al mondo figli disarmati contro la violenza che esercitano benissimo e di cui rimangono vittime?

 
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