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Misure d'emergenza vanno trovate senza se e senza ma

LAVORO 350 260di Daniela Mastracci - La conversazione che ho avuto con Gino Rossi e Tiziano Ziroli il 5 maggio scorso e pubblicata il giorno successivo su L’inchiesta e sulle pagine di UNOeTRE.it è stata molto seguita come dimostrano le oltre 1810 letture (sul giornale on line) in circa 36 ore. Segno di un interesse che le statistiche dettagliate per aree, età e sesso rivelano essere non solo dei tanti disoccupati amici e compagni dei miei due interlocutori, ma anche di tanti giovani donne e uomini non in così grave disagio. Cosa li ha spinti a leggere quel “racconto”? Forse più motivi, ma quello che mi sembra interessare è quella che chiamerei l’autogestione della loro sofferenza trasformata in iniziativa e lotta. Vertenza frusinate è una protagonista.
E, così appare all’esterno dei suoi aderenti. Si è autocostituita perché gli ex lavoratori non sono stati ascoltati o sono stati poco ascoltati da partiti, sindacati e Istituzioni.

48 mesi di studio, di incontri, di tentativi...

Hanno svolto un percorso lungo e faticoso (ad oggi sono circa 48 mesi) di studio, di inviti a incontri, di tentativi di intavolare discussioni onde trovare insieme soluzioni adeguate al dramma nuovo, per il modo in cui si manifesta, che è quello della disoccupazione involontaria indotta da delocalizzazione e dalla crisi dei subprime esplosa negli Usa e da loro esportata nel 2008 con strascichi che persistono e chissà ancora per quanto altro tempo. Lo stato è intervenuto con diverse misure: cassaintegrazione, mobilità, soprattutto.
Misure differenziate sia nell’ammontare delle somme erogate, sia nell’indicazione dei destinatari, sia nei tempi di erogazione. Tempi contingentati perché probabilmente la speranza, vera o presunta, era che l’occupazione sarebbe risalita, la crisi sarebbe stata superata, la liberalizzazione avrebbe dovuto portare come risultato l’aumento delle imprese e quindi dei posti di lavoro.
Nulla di tutto questo c’è stato: alla liberalizzazione del mercato del lavoro non è conseguita maggiore occupazione, anzi, al contrario, è conseguita la ormai palese impossibilità di ricollocazione perché le fabbriche non ci sono più, specie qui in provincia dove hanno lasciato dietro di sé ruderi industriali abbandonati e in tanti altri territori, perché non c’è politica industriale orientata a nuovi investimenti.
Se migliaia di disoccupati non possono essere ricollocati se non in minima parte, forse; come intervenire? Cosa fare? Certo percorsi di formazione ma questi dovrebbero essere connessi con una politica industriale o di servizi, che investa nel territorio, altrimenti formiamo persone che comunque non sarebbero allocate da nessuna parte. Sblocchiamo fondi? Intercettiamo quelli europei? Facciamo funzionare meglio i centri per l’impiego? Ma sempre occorrono posti di lavoro: sennò si resta al palo, come detto sopra. E dati i numeri altissimi dei disoccupati è comunque pensabile con realismo che possano essere ricollocati?

Ma chi sono e perchè lottano questi disoccupati?

Guardiamo la cosa con senso pratico e buon senso: sono donne e uomini che hanno perso il lavoro; il suddetto lavoro si è perso, spostato, delocalizzato, diversificato,sopravvivenzasubito 350 260 su di esso ha pesato drammaticamente la crisi del 2008 con chiusure di aziende, con tagli e licenziamenti, con esternalizzazioni, con lavoro interinale, con contratti sempre meno garantiti, precarizzati... lunga sarebbe la lista.
Insomma se di posti di lavoro non ce n’è, occorre prenderne atto e confrontarsi in modo differente con tale dramma. Intanto non con sentimentalismo. Ma nemmeno con lo spirito americaneggiante del self made man perché al massimo può valere per qualcuno, ma di certo non per migliaia quando le condizioni reali non lo consentono; non con l’idea soltanto delle cosiddette “politiche attive” (considerazioni fatte sopra); non con alzate di spalle supponenti che “incolpano” gli ex lavoratori; non declassando la questione a “retrogrado” assistenzialismo ove vale “non ce lo possiamo più permettere”.
Occorre affrontare il problema con punti di vista nuovi: e uno di questi è il Reddito minimo garantito. E se si aggiunge “fra un lavoro e un altro” è perché si vuole sottolineare la doppia responsabilità di tale misura: da una parte l’ex lavoratore che deve impegnarsi in un percorso atto alla ricollocazione; dall’altra la responsabilità delle Istituzioni di trovare nuovi modi di occupazione. All’impegno del beneficiario deve corrispondere l’impegno dell’Istituzione di creare lavoro. Se si dice No a questo lo si fa perché i lavoratori devono “arrangiarsi”? lo si fa perché si ritiene impossibile che lo Stato, le Regioni, creino lavoro? Allora a maggior ragione intanto si deve affrontare l’urgenza della scadenza delle deroghe alla mobilità. Se si ritiene impossibile ridare opportunità lavorative altra strada che non sia rifinanziare la mobilità in scadenza, non c’è. Perché significherebbe affamare migliaia di famiglie. Vogliamo questo?

 

Grazie disoccupati uniti di Vertenza Frusinate che con il vostro sofferente impegno quotidiano avete reso evidente a tutti questa nuova circostanza, qui, in concreto, nel nostro territorio, a tutti, anche a quelle forze politiche e sindacali che non ci volevano credere o forse non vedevano. Questo merito, vostro e solo vostro, nessuno ve lo potrà mai contestare né contendere.

 
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