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Inaccettabile il silenzio sui fatti di venerdì 26 maggio

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di Daniela Mastracci – E’ lunedì e da venerdì scorso, 26 maggio, sono passati 3 giorni. Tanto è durato lo schok per me di assistere ad una scena che non avrei mai creduto di vivere, io, donna tra il ventesimo e il ventunesimo secolo. Io, donna, dell’avanzato dopo seconda guerra mondiale. Io donna di una terra che il nazifascismo ha avuto in casa, e le bombe alleate le ha avute sulla testa, a scoppiarci nelle case, e farci sfollati nelle campagne. Io donna antifascista che insegna Storia ai ragazzi che oggi fa figo chiamare millenials.

Ecco a questi millennials che gli diciamo di una giornata particolare? Che gli diciamo di maschi adulti in magliette nere e braccia tatuate e tenute conserte come a frenare e contenere energie, quasi a chiudersele dentro? Che gli diciamo di un’elezione amministrativa dove Casa Pound si presenta così, fra le altre liste, accanto agli altri candidati sindaci? Che gli diciamo di Studenti Medi che di fatto sono stati messi di fronte all’aut aut di un Si a Casa Pound, pena la mancata concessione della sala consiliare della Provincia? Da una parte i ragazzi nati dopo il 2000 e dall’altra gli adulti con le bocche chiuse: i ragazzi che vogliono capire di programmi elettorali in elezioni democratiche, e che sono antifascisti, e dall’altra il muro del silenzio.

Epperò un silenzio carico di ombre, di responsabilità, di incredulità forse anche? Il mio silenzio ottuso? La mia mente che si rifiutava di registrare quanto stava accadendo? Che chiedeva sommessamente aiuto a leggere quei volti, quelle parole, quelle immagini che mi vorticavano assurde intorno. Sono rimasta attonita per tre giorni. E non che oggi non lo sia ancora.

Ma il silenzio prima o poi va squarciato, sennò siamo complici. E non voglio esserlo, no. Perché zitta lo sono già troppo. E tutti lo siamo già troppo. Nella sala consiliare sono entrati in una quindicina circa, non li ho contati. Ma erano ben visibili per il loro atteggiarsi plateale, per le loro magliette a mezza manica con i muscoli delle braccia ben visibili, e i tatuaggi in bella mostra. Avevano, credo, immaginato bene la scenografia da inscenare, e l’hanno inscenata: ingresso plateale, e poi la fila uno accanto all’altro lungo la parete interna della sala consiliare. E il loro candidato sindaco Fernando Incitti, sedutosi poi accanto agli altri candidati, al tavolo della presidenza.

Quando ha parlato la sala era muta e assorta: tutti, credo, volevamo ascoltare ogni parola. Non ci ha delusi perché ha detto che loro, la parola, nonostante il “tardivo” (e costretto, aggiungiamo) invito della Rete degli studenti medi, la parola se la sarebbero presa lo stesso, in qualche modo. E avrebbero parlato, certo che sì. Per dire cosa? Incitti ha parlato all’Anpi e dell’Anpi: quasi che la responsabilità, dal suo punto di vista, sia stata dell’Anpi. La responsabilità del mancato invito? Si è estesa però, la responsabilità: Incitti ha detto agli iscritti Anpi di andare a lavorare, anziché prendere soldi pubblici per fare cosa, non si sa. Ha detto che l’Anpi danneggia la nazione perché è divisiva. E ha ripetuto più di una volta che gli iscritti dovrebbero andare a lavorare. Lui ha detto che è un candidato come gli altri, ha diritto di parlare come gli altri, e non può essere ignorato, messo da parte. Perché tutti hanno diritto di parola. Ebbene dopo il suo discorso Incitti si è alzato e è andato via lasciando la sala farfugliando ancora parole, che però non si coglievano. Dietro di lui, plateali e teatrali come all’ingresso, i militanti di Casa Pound hanno lasciato la sala. Sono usciti e hanno sbandierato in alto le loro bandiere tricolore e si sono incamminati verso l’incrocio di Sant’Antonio. Incitti ha lasciato una sala gelata e muta.

Rompiamo il silenzio e diciamo agli studenti che gli adulti ci sono e sono antifascisti. Diciamolo ai ragazzi nati dopo il 2000: il fascismo non è morto, questi comportamenti ne sono la prova. E non è solo folclore, un fenomeno quasi pittoresco, un revival tipo vintage. No, è reale e in carne ed ossa. Si presenta e si candida alle elezioni amministrative di un Comune italiano.

 
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