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Alleanza per la democrazia e l'eguaglianza

Teatro Brancaccio pienodi Daniela Mastracci - Quali sono le parole del 18 giugno?
Revisione dei trattati europei, abolizione dell'articolo 81, progressività fiscale, patrimoniale, redistribuzione della ricchezza, riduzione dell'orario di lavoro, investimenti pubblici, politiche industriali, scuola gratuita, sanità pubblica, sostenibilità ambientale, ruolo dell'Italia in Europa come traino per riconquista diritti sociali, politiche dei flussi migratori senza respingimenti né centri per rimpatrio, accoglienza e integrazione.


A memoria sono queste le parole che hanno attraversato gli interventi dei relatori che si sono avvicendati sul palco del Brancaccio.
Come ha detto Montanari, giusto per citare solo chi ha promosso l'iniziativa insieme alla Falcone, la forza politica che deve emergere dall'appello da loro lanciato, è una forza CONTROCORRENTE. Dalle politiche dove "meno Stato, più privato" alle politiche PIU' STATO, MENO PRIVATO
Uno Stato che riprenda in mano economia e società. Politiche che stanno dalla parte di chi fino ad oggi è rimasto SOMMERSO. Politiche che facciano parlare e contare "l'altra metà del Paese", la metà che oggi non conta nulla. A cominciare dai Giovani, dai lavoratori che pagano il prezzo di politiche orientate a far crescere i profitti dei privati, a dare loro bonus, incentivi fiscali e tutto il potere di contrattazioni sempre meno contrattazioni fino ad arrivare agli odiatissimi voucher.

4 dicembre: la piazza della protesta

L’abbiamo chiamato noi stessi, su questo giornale, il Popolo del No come il Popolo senza voto
Abbiamo interpretato il 4 dicembre come la piazza dove si è consumata la protesta. Abbiamo scritto dei milioni che sono andati a votare per dire NO all’austerità, alle politiche assoggettate al capitale finanziario.
Così come abbiamo scritto che il popolo del no votava contro una deforma della costituzione che l’avrebbe piegata ad essere lo strumento di chi è al potere per perpetrare un colpo alla democrazia e alla partecipazione democratica, perpetuando se stesso e diventando una oligarchia “inespugnabile”.
Abbiamo votato per la democrazia, per la partecipazione, per le nostre voci dal basso.
Poi siamo rimasti profondamente delusi dal mutismo della politica e dal suo reiventarsi uguale a prima e più di prima: una camaleontico processo che Renzi ha pilotato, dimettendosi, ma tornando sotto le mentite spoglie di Gentiloni, con leggi uguali e peggiori di prima.
Questa è la nota diversa da altri esperimenti simili. Questa è la critica a chi sta provando a disinnescare l’assemblea di domenica 18 giugno. E se proprio la penna di Paolo Mieli si prova a disinnescare, a sminuire l’effetto Falcone-Montanari, significa che l’effetto potenziale è davvero dirompente. Perché stavolta non è come le altre volte. Stavolta abbiamo una reale chiamata alle urne che ci ha portato il 68% degli aventi diritto, e dove il 60% ha votato NO. In quel 60% sta il popolo che oggi si può riconoscere nella proposta del 18 giugno.
Questa è la nota diversa perché c’è davvero un popolo dietro all’appello “Assemblea Popolare per la Democrazia e l’Eguaglianza”, un popolo del no costituito da chi a votare non ci andava più
Un popolo di giovani cui ha dato voce Marco, in un eccellente intervento fato di denunce ma anche di proposte chiare
Un popolo che, se non partiamo in fretta, a votare non ci tornerebbe oppure voterebbe sempre più a destra
Allora nulla è come già altre esperienze sono state
Vogliono occultare il 4 dicembre, dicendo che ci sono già stati appelli, e poi il nulla. Non oggi.
Vogliono occultare chi dice no al Pd e lo riconosce come partito di destra. Si, lo è, e le sue sciagurate riforme lo dimostrano: dal jobs act alla Minniti-Orlando. Per finire con lo scippo democratico che si è consumato con la reintroduzione dei voucher.

Il centrosinistra è un non luogo

Vogliono oscurare chi dice che il centrosinistra è morto. Lo è. Perché è diventato un non-luogo: per parlare a tutti ha finito per non parlare a nessuno e a mettersi a braccetto con Marchionne
E a chi dice che c’è ambiguità a proposito dei 5stelle, io dico: attenzione perché c’è un popolo di sinistra dentro l’elettorato pentastellato, ed è ora che ce lo andiamo a riprendere. Sono i delusi, gli arrabbiati, certo! populisticamente. Ma appunto perché è mancata la struttura di un partito nel quale riconoscersi, viceversa sono presi nella morsa dell’uomo solo al comando, sfidiamoli oggi a confrontarsi con noi e con le nostre parole d’ordine, piuttosto che con il verticismo antidemocratico del loro leaderismo, schiacciati adesso su questioni inammissibili a sinistra. Vediamo cosa farebbero. Alle ultime amministrative hanno avuto una forte battuta d’arresto, perché? Già non si riconoscono più. Ed è questo il momento per parlare con loro e trovare di nuovo l’unità di intenti comuni. Unoetre ne è la prova provata a proposito del reddito minimo garantito: una proposta che è nata dentro i 5stelle laziali, quella che poi è diventata la nostra proposta, perché lì abbiamo riconosciuto una battaglia di sinistra. Ovvero là abbiamo imparato che dentro il movimento dei 5 stelle c’era del nostro, ma che la sedicente sinistra non aveva colto appieno. Quindi c’è da riflettere a proposito della lontananza o vicinanza di posizioni. Senza strumentalizzare le incompatibilità. E senza fermarsi, altrettanto strumentalmente, in superficie, rispetto alle ultime brutte pagine di questi giorni: sta là, di nuovo, il popolo di sinistra, che deve tornare ad avere Sinistra, e a non cadere ulteriormente nel voto di rabbia indeterminata
E con Montanari e Falcone, e con tutti gli intervenuti, sfidiamo il popolo dei sommersi a riemergere e a farsi sentire. Quella metà dell’Italia che non guarda più nessuno dei politici al governo: sta là chi voterebbe per chi pronuncia oggi parole nette, controcorrente
E poi guardiamo le nuove generazioni, che sabato 17 giugno sfilavano dietro allo striscione “generazione voucher”. Sono loro che vanno ascoltati e il popolo cui ridare il futuro.
Sta qui la risposta a tuti gli incerti. Ma anche a chi prova a svilire dicendo che è un percorso partito maluccio: da dove venga venga questa critica. Si vuole affossare un processo a tutti i costi: perché dietro ci sono le due cifre, e ci sono per davvero se si guarda al 4 dicembre.

Chi non lavora non ce la fa più

Altre esperienze prima di questa avevano un popolo reale alle spalle? Un popolo oggi chiamato a fare assemblee e a discutere e poi indicare i propri candidati? Cioè non verticismo, ma al contrario democrazia partecipata dal basso verso l’alto?
Chi dice No al Pd chiama quei milioni che hanno detto NO al referendum. Quei milioni che volevano rovesciare il sistema di potere. Che finalmente hanno avuto l’occasione per votare contro, e per votare, intanto. Le urne sono state le piazze che non abbiamo il coraggio di riempire, forse. Ma se pure così è, come prendersela? Chi non lavora non ce la fa più. E chi lavora senza tutele e senza articolo 18, sa quanto può essere rischioso esporsi, manifestare. Anche solo denunciare è sentito come un pericolo perché si può essere licenziati senza giusta causa e non si ha più il diritto di reintegro. Ad un popolo così tanto ricattabile, soltanto le urne possono consentire un voto contro.
E da ultimo ripenso alle poche ombre di domenica: è vero qualcuno si è risentito perché non gli è stato dato lo spazio per intervenire. Ma la causa oggi è più grande di ogni individualismo: dobbiamo tutti saper tenere a freno l’istinto di mettersi davanti, oppure di criticare perché non ci si riconosce abbastanza. Anche Ingroia ha scritto cosi. Ma credo che dobbiamo dire se ci riconosciamo intanto standoci e partecipando e vedere assieme passo dopo passo come ci organizziamo e ci diamo reciproco riconoscimento: ci vuole tempo e tanto coraggio, ma anche tanta buona volontà.
Io ritengo che le condizioni storiche siano giunte al più alto grado di contraddizione: possono esplodere e reinventare un’Italia a misura dell’essere umano. Non più gli interessi al centro, non più il capitale, ma l’essere umano. E per chiudere momentaneamente un articolo che potrebbe continuare, seguendo il continuum del processo avviatosi, riportiamo la citazione sui migranti. Montanari ha detto così “È a Lampedusa, è nel disastro umano e democratico di Ventimiglia – non qua a Roma – che si capisce cosa vuol dire essere eguali, o non esserlo.”

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