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Per un Parlamento specchio del Paese

camera dei deputatidi Ignazio Mazzoli - «Quando la febbre dell’astensione sale, la salute di una democrazia diminuisce.» A partire dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, forte di questa convinzione, si susseguono gli appelli agli italiani, perché il 4 marzo non restino a guardare e si rechino alle urne. Il punto, a un mese dalle elezioni, è di capire come andrà a finire e non potrebbe esser diversamente.

L'astensione e le sue dimensioni

I numeri dei sondaggisti non fanno ben sperare su una ripresa della partecipazione al voto. 16 milioni di persone sono orientate a restarsene a casa e il numero è in aumento. E le promesse del miglior piazzista, potrebbero alzare ancora. l’asticella dell’astensione. Gli indecisi sono un esercito: 7-8 milioni di persone rassegnate e sfiduciate (per ora), destinate in uno schema quasi quadripolare a spostare gli equilibri politici, determinando vittorie e sconfitte.
Con questi numeri la partecipazione sarebbe attorno al 67%, in discesa rispetto a dicembre, scrive
Fabrizio Masia di Emg. Masia prevede che la partecipazione avrà un calo di cinque punti (due milioni e mezzo di persone) rispetto al 2013. Per Swg la quota del 75% di votanti del 2013 potrebbe scendere anche di 8 punti.
La preoccupazione che la fiducia nelle istituzioni si indebolisca ancora, è dunque fondata, ma non allarmata come le ultime tornate elettorali parziali reclamerebbero. In Sicilia a novembre scorso ha votato il 46,76% degli aventi diritto. Nessuna pretesa di paragonare le elezioni di una regione con quelle nazionali, ma guardare quel dato come un campanello d’allarme forse è meglio per essere più vigili sulle previsioni che oggi si fanno a circa tre mesi da quella vicenda elettorale.

Previsioni inattendibili

Se si prova a sommare i valori pubblicati sembrano dare cifre abbastanza improbabili. Che si tratti del 67 o 75% di votanti, il totale delle percentuali che la media dei sondaggi (Emg, Svg, Ixè) attribuisce ai partiti in lizza è circa il 124,8% e cioè: il 26,8% al M5S, il 22% al PD, il 15% a FI+14% alla Lega+5% a FdI (tutto il centrodestra), il 7% a LeU, il 2% a Potere al Popolo e il 2% a Casapound. Provi anche il lettore a sommare queste percentuali per delineare come sarebbero rappresentate in Parlamento.
Il 50% per il centrodestra, il 40% per il M5S, il 32% per il PD e alleati, il 7% per LeU e il 2,9% sia a Potere al Popolo che a Casapound. Ma vi pare mai possibile? Qualcosa non quadra ancora una volta nelle previsioni. Ma sono numeri tirati fuori dal cappello?
In ogni caso, comunque li si giri questi numeri, si capisce che sarebbe una minoranza (drogata dal Rosatellum e dalla bassa affluenza e trasformata in maggioranza) a governarci ed è esattamente quello che viviamo oggi e perciò ne conosciamo gli esiti.

La realtà del Paese

Ci conviene restare alla realtà del Paese. I suoi umori parlano di sofferenza. Oggi va di moda dire «Il Paese è in una bolla di rancorosità», definizione fuorviante e per di più ipocrita perché rende colpevoli di un sentimento di forte disagio le vittime dell’austerità e della sua pessima gestione da parte di chi ha governato il Paese e la Regione Lazio. È una definizione inaccettabile. Il popolo italiano nella sua maggioranza è indignato perché deluso e sfiduciato e in particolar modo la fascia più frustrata è quella tra i 25 e i 45 anni, che non ha lavori stabili. Nel 2016 l’Italia, in Europa, è il paese con il maggior numero di poveri: quasi 7 milioni e oltre 12 milioni non possono curare la propria salute. I disoccupati nell'Unione europea, sono 19 milioni. I sindacati italiani e le associazioni come la Caritas vanno dicendo da anni, che le cifre ufficiali nazionali lasciano in ombra una grossa fetta della disoccupazione. Milioni di persone, infatti, vorrebbero e sarebbero disposte a lavorare, ma hanno smesso di cercare un'occupazione poiché scoraggiate dalle difficili prospettive del mercato del lavoro. Nelle statistiche non risultano. Tanti occupati sono part-time o occasionali e vorrebbero invece lavorare a tempo pieno. Con questi numeri «Nulla è scontato, spesso i numeri illudono... Se nel finale la campagna si accende potremmo avere sorprese. Tutto si deciderà nell’ultima settimana, - prevede Enzo Risso di Swg - L’indecisione è profonda, l’elettore sceglierà a ridosso del voto puntando sul meno peggio».

Che cos’è il meno peggio? Che il destino del Paese sia nelle mani di quel 36% che, dai calcoli del sociologo, brancola nella nebbia e non ha ancora maturato con certezza la decisione di andare a votare?

Ma quali larghe intese e voto utile? Votare in tanti, votare tutti

Scrive "Repubblica": «La simulazione sui collegi uninominali di Camera e Senato fotografa il centrodestra a un soffio dalla vittoria, ma anche una strada tutta in salita per un governo di larghe intese Pd-Forza Italia.» Questo conferma come non ci sia alcun voto utile e neppure di quali larghe intese si possa parlare.
La fiducia dei cittadini verso il parlamento, il sistema giudiziario e i partiti politici è bassa in tutto il territorio nazionale. Questo è il primo problema. La crisi dei partiti li rende incapaci di mobilitare gli elettori e portarli alle urne.

Dovremmo poter cambiare i numeri appena letti. Se restano così nulla può cambiare. Ci sono forze totalmente assenti dal Parlamento, in particolare quelle dell’opposizione di sinistra che più contribuisce a formale l’area vasta dell’astensione Chi vuole rappresentare queste genti dovrebbe recuperare il consenso tra quei “compagni” che non vanno più a votare, delusi e disgustati anche da polemiche spesso incomprensibili, che hanno allontanato elettori, militanti e simpatizzanti. Oggi è necessario che a votare si vada tutti. La differenza, infatti, la faranno quelli che si sono astenuti fino ad oggi perché più sofferenti e indignati. L'astensione grande dell’elettorato italiano aggrava la situazione perché la rende immodificabile.
«Una minestra ben ammischiata» mi dicevano nel 1976 i contadini elettori di Veroli. Era per loro la garanzia che nessuna volontà prevalesse rispetto al dibattito libero e costruttivo. Oggi è l’obiettivo più realisticamente più raggiungibile.

Occorre un Parlamento, specchio del Paese, vivace che sappia decidere nel confronto trasparente, capace di valorizzare le idee migliori e utili ai più, dando vita a maggioranze trasversali e laboriose rifiutando provvedimenti preconfezionati.

Ci troviamo in una situazione senza precedenti, eccezionale rispetto alla nostra storia politica e parlamentare e, forse, destinata a durare. Sarebbe dannoso forzarla, imbracarla in larghe intese.
Non esistono voti utili. Utili a chi? Andiamo tutti a votare, il Paese si governerà ugualmente anche senza larghe intese studiate a tavolino in qualche "fondo" (finanziario) internazionale.
Andiamo liberi e contenti delle nostre opinioni a votare chi vogliamo, chiunque ci sembri interpretare meglio i nostri sentimenti di speranza o di dolore, chi dimostri di aver saputo ascoltare il nostro disagio o la nostra soddisfazione. Andiamo a votare in tanti, certi che così riusciremo a produrre qualcosa di nuovo.

5 febbraio 2018

 
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