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Anagni. Ma dov'è il cambiamento?

m5s anagni 350 260Fernando Fioramonti* - In questi giorni le dichiarazioni del primo cittadino e dei suoi sodali avevano dato una speranza (?) ai cittadini che li avevano votati, forse il clima natalizio, forse ancora in luna di miele con la nuova amministrazione, gli anagnini potevano ben andare fieri di essere fan di questo “cambiamento”.
Il problema è che non siamo in una favola con il lieto fine ma viviamo nella realtà. In una realtà in crisi economica, dove trovare il lavoro è difficile e mantenerlo, a volte, ancora più arduo. Ecco, dicevo, torniamo alla realtà.
Anagni si è svegliata dopo la befana con la notizia, apparsa sia sui quotidiani on line sia su quelli cartacei, che uno degli assessori della giunta Natalia, quello ai lavori pubblici e che lo era anche con la giunta Bassetta, è stato condannato a due anni di reclusione tramutati in un'ammenda di 18000 euro. I fatti risalgono alla campagna elettorale, durante la quale, si legge sempre dagli articoli di giornale, l’oggi assessore ai lavori pubblici, chiese ad una giovane mamma di candidarsi nella sua lista pena la perdita del posto di lavoro. Sia chiaro questo è solo il primo passo di una vicenda giudiziaria che sicuramente prima che si concluda (3 gradi di giudizio) passerà qualche anno.

Allora mi chiedo, considerato che prima la vicenda dell’inopportunità del presidente del consiglio, di non aver detto di avere cause contro il comune, ora un assessore che comunque un Decreto Penale di Condanna lo ha ricevuto, dov’è tutto quel cambiamento (in meglio) decantato in campagna elettorale? Non sarebbe il caso di mandare a casa questo assessore? O facciamo finta di nulla?

Benvenuti nel paese reale

*Fernando Fioramonti

portavoce MoVimento 5 Stelle

Consiglio Comunale di Anagni

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L'illusione di cambiare

movimento 5 stelle bandiera 350 260di Ivano Alteri - L'illusione a 5 stelle. Il Movimento 5 Stelle rischia di fallire l'obiettivo del Cambiamento a causa di una serie di illusioni di partenza, di malfondati convincimenti e preconcetti, che lo hanno indotto e lo inducono a privarsi di strumenti d'analisi e d'azione politicamente irrinunciabili.

Una prima illusione nefasta è che si possa fare una politica di Cambiamento ignorando il carattere intrinsecamente antagonistico del sistema economico in cui viviamo; che esistano, quindi, i diversi soggetti antagonisti e le loro diverse condizioni materiali; che Cambiamento significhi esattamente modificare quelle condizioni e il rapporto fra i soggetti. Modificare o conservare i rapporti sociali presenti nel sistema, insomma, è il discrimine tra Cambiamento e Conservazione.

Del resto, è lo stesso che segna la differenza tra sinistra e destra. La seconda illusione, allora, è che la destra e la sinistra non esistano più. “Né di destra, né di sinistra”, è stato il mantra propagandistico del Movimento, dalla sua nascita sino all'ultima campagna elettorale, presupponendo quelle categorie come vecchie e superate; quando invece sarebbe stato più onesto, e forse proficuo, dire di essere “di destra e di sinistra”. La verità storica è che il Movimento si compone esattamente di elementi di destra e di sinistra; le quali non sono un'invenzione intellettualistica, che si può cancellare semplicemente negandola, ma l'espressione di due diverse e persistenti condizioni e concezioni della vita. Una destra e una sinistra, in un sistema intrinsecamente antagonistico, non possono non esistere. Ignorarlo, o fingere di farlo, trasforma l'asserita volontà di cambiamento in una pura velleità: per omissione di analisi, indeterminatezza del fine e non conformità dei mezzi.

Una terza illusione rovinosa è di poter procedere nell'azione senza alleati. Nella sua foga contro l'insieme del sistema, il Movimento suppone che tutti i soggetti politici e le aree politiche storiche ne siano parte integrante. Quindi: “sono tutti uguali”; quindi: tutti complici, tutti nemici; quindi, nessuna alleanza. Ma se questa impostazione può servire a propagandare una presunta purezza, d'altra parte si rivela mortifera proprio per quel Cambiamento tanto agognato: avere la presunzione, ed anzi la pretesa, di essere il solo propulsore del Cambiamento, aliena dalla lotta congiunta tutte quelle forze che, per quanto disperse, in esso hanno sempre individuato il proprio fine. Aver rinunciato a quelle alleanze, per il Movimento è stata una scelta politicamente risibile, su cui la storia non ha mancato di spargere uno spesso velo della sua amara ironia: da “nessuna alleanza”, il Movimento è passato ad allearsi contro natura con la Lega di Salvini: razzista, xenofoba e, soprattutto, ultra-conservatrice. Altro che Cambiamento!

La quarta, tragica, illusione è stata, e continua ad essere, quella di poter fare una politica di Cambiamento senza i partiti (per la verità, opinione diffusa ben oltre i confini del M5S). L'astio nei confronti di questi è senz'altro fondato; i partiti degli ultimi vent'anni (almeno) hanno fatto tutto il possibile per farsi detestare. Ma da qui a professare il bando dei partiti dalla politica, c'è di mezzo la possibilità di utilizzarli, come da Costituzione, quale strumento di partecipazione popolare alla vita politica del Paese; senza il quale strumento nessuna azione politica potrà mai essere davvero efficace. Anche Renzi punta “al 51% non con un partito ma con le persone”; ma Renzi non persegue il Cambiamento, bensì la conservazione dei rapporti sociali esistenti. Per fare una politica di Cambiamento ci vuole un partito; con un non-partito e un non- statuto si può fare tutt'al più una non-politica di non-cambiamento.

Purtroppo, se il M5S dovesse fallire l'obiettivo a causa di quelle approssimazioni illusorie, non solo esso ne verrebbe travolto, ma anche tutti coloro che perseguono il Cambiamento. E la stessa idea di Cambiamento. C'è un bel po' da riflettere per tutti.

Frosinone 29 dicembre 2018

 

 

 

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Farah, una protagonista reale del cambiamento

Farah 350 260 mindi Nadeia De Gasperis - Quanto coraggio ci vuole a essere donne e quanto ce ne vuole a essere donne nel corpo di bambina?
Le cronache ci raccontano di Sana, ragazza pakistana che voleva sposare un italiano ed è stata uccisa dal padre e dal fratello, sgozzata, di Nada, che scappa per non sposarsi a 11 anni, una ragazza di origini kosovare che si era ribellata al matrimonio combinato dalla famiglia. Si è parlato della vicenda della tredicenne che stava per essere venduta dal padre per 15mila euro, caso accaduto a Firenze. E prima ancora c’era stata Rashida, quindicenne di Torino, destinata dai genitori a diventare la sposa bambina di un uomo più grande di lei di dieci anni. La giovane di origini egiziane ad aprile era stata allontanata dalla famiglia, su provvedimento del Tribunale dei Minori, e inserita in una comunità.

E poi questa giovane donna, la giovane studentessa residente a Verona, Farah. Ma Farah è libera. La giovane pakistana residente a Verona, portata con l’inganno dalla famiglia in patria e fatta abortire, è stata liberata e sottratta a chi la stava trattenendo ed è ora al sicuro, in compagnia di rappresentanti delle autorità italiane. La giovane era riuscita a inviare l’ultimo messaggio al fidanzato di Verona, anche lui di origini pakistane, ma cittadino italiano, adottato da una famiglia veronese. La ragazza aveva inviato anche a una compagna di classe un messaggio audio via WhatsApp, in cui ha raccontato di essersi fidata dei genitori tornando in patria e di essere stata tenuta legata per otto ore prima di abortire.

Quanto può essere fiero questo giovane uomo del coraggio della sua compagna? Leggendo la storia di Farah sento la necessità di chiamare una donna che lavora in una struttura che offre sostegno a studenti che vivono condizioni di disagio economico o di altra natura, e tra questi ci sono ragazzini pakistani, indiani, marocchini. Li seguono nei compiti ma poi offrono loro una merenda, la possibilità di stare con altri ragazzi e anche di pregare, ognuno come vuole, ognuno nella sua religione. Le chiedo di raccontarmi la storia della giovane donna che è molto brava a scuola, vorrebbe continuare a studiare ma il padre vuole che ritorni al suo Paese di origine, un matrimonio combinato l’aspetta.

Mi dice con la voce rotta dalla commozione che non ha più notizie di lei, è partita e non si è fatta più sentire. Da lì si snodano diverse storie, con la sua voce “accogliente” e dolce mi racconta della sua sorellina che a 15 sembra destinata allo stesso futuro e poi del ragazzino marocchino che ama la letteratura, Foscolo, Leopardi, ma il suo destino è quello di fare il venditore ambulante. “una bocca in meno da sfamare”. Così, mi dice. Ogni situazione è stigmatizzata dalla gente, dai media, dai politici, con un “è la loro cultura” ma in questo modo non usciremo mai dalle logiche relativiste e neutre, non prenderemo mai di petto il problema, affrancandoci di far rientrare il reato del matrimonio forzato delle minori come un punto cruciale da inserire nel nostro piano nazionale. Chissà se negli altri paesi dicano di noi che ormai sia un fatto culturale, lanciare da un balcone moglie e figlia. O in branco violentare una giovane eritrea.

Continuo, chiedendole, “dimmi cosa provi di fronte a queste situazioni?” “Un grande senso di impotenza, sono sempre combattuta se spronare ad essere audaci o frenare questo senso di libertà pensando che possano correre qualche rischio ribellandosi alla volontà della famiglia.”
“Ho comprato dei romanzi al ragazzo che ama studiare la letteratura, ma non lo so se faccio bene. Mi sono pentita di aver insistito con la ragazzina pakistana a continuare negli studi. Forse tutto questo non serve a niente.”

Il problema è lasciato all’associazionismo, Il telefono azzurro, Terre Nostre e poi il dibattito mediatico a personaggi, come la Santanchè, che viene puntualmente invitata ai dibattiti sulla cultura islamica, a sproloquiare sul tema.
Ma le operatrici dei servizi hanno davvero gli strumenti per garantire effettiva protezione e la consapevolezza di essere solo all’inizio di un percorso complesso e poco, troppo poco esplorato, quando si denuncia? Dobbiamo davvero solo sperare che altri Paesi introducano il divieto dei matrimoni forzati o possiamo proteggere queste donne da luoghi dove queste pratiche ancora trovano legittimazione culturale e giuridica?

Quale è l’integrazione, imporre la nostra cultura? E lo spieghiamo ai nostri giovani uomini, quanto è forte e bello il coraggio di una giovane donna che si ribella ai soprusi, da qualunque parte del mondo provenga? E quanto orgogliosi si possa essere di loro? Ma luoghi come la casa delle donne nel nostro Pese, chiudono, e si abdica alla sorellanza, chissà se basterà ripartire e imparare dal coraggio di una giovane, giovane donna, quando resiste, e si può dire Salva.

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Paolo Iafrate. "Stabilire chi vuole il cambiamento per davvero"

PaoloIafrate casco 350 260Intervista di Paolo Iafrate rilasciata a Ignazio Mazzoli - Frosinone 2017. Verso il voto per il rinnovo del consiglio comunale. Cosa si muove nel panorama politico. Paolo Iafrate è attivista del Comitato di Lotta di Frosinone, impegnato da tempo nel mondo della promozione dell’occupazione e del lavoro. (dopo aver eletto la pagina intitolata  "Criticità" cliccate sul titolino "Scandali e miraggi" e poi l'altro "Protagonisti chi?)

 

 

  1. Criticità
  2. Scandali e miraggi
  3. Protagonisti chi?

Le criticità

1) Esistono vicende di “gravissimo profilo” che deturpano il volto e la credibilità della città di Frosinone. Se si, quali?

Basta visitare la città per accorgersi che precipita in tutti i suoi aspetti, sociali ed economici prima di tutto, evidenziando la scarsa “credibilità” per chi ha ruoli di amministrazione nelle istituzioni tutte.
Frosinone continua ad essere governata per favorire pochi interessi; ma la gravità è che questi interessi per rimanere tali, da qualche tempo, sono sempre più in netta contrapposizione con gli interessi di tutta la cittadinanza. Risorse, spazi, relazioni, economie, risparmi, qualità della vita, sono ampiamente sacrificate per pochi.
E chi governa, e non solo da questa consigliatura, si è andato sempre più adeguando a questo ruolo di passpartout per il saccheggio delle risorse pubbliche. Ne sono testimoni i clamorosi fatti di una illegalità diffusa nella gestione diretta della cosa pubblica, evidenziati da procedure amministrative sempre ai limiti, operanti nel favorire scelte politiche di dubbio interesse collettivo. Il Regolamento Anticorruzione approvato dal consiglio comunale è carta straccia difronte a tutto ciò.
Determinante è la vicenda del bilancio dell’ente. Per sostenerlo l’Amministrazione ha optato per una scelta ben precisa che si chiama piano di riequilibrio economico e finanziario che mette a ferro e fuoco la città fino al 2022. Salva però l’operato dei politici che hanno fatto i debiti. Alcuno conosce quali debiti paghiamo e perché. La città è ampiamente fallita e forse sarebbe stato il caso di prenderne atto. Ma la politica dopo aver dato fuoco all’edificio comune si avvale di finestre di fuga e chiama, affannosa, i cittadini a spegnere l’incendio con le loro risorse mentre gli stessi politici continuano a buttare benzina (vedi gli altri 28 milioni di debiti manifestatisi nel 2015 che allungano i pagamenti per altri 30 anni)!
Colpisce la facilità con cui la destra frusinate al governo della città abbia operato una scelta chiara e sistemica nel fare strada a determinati soggetti, divenuti famosi per le indagini di mafia capitale, all’interno del territorio frusinate. Emblematico e drammatico è l’aver promosso mediatore culturale un personaggio come Luigi Ciavardini (https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Ciavardini), autore dell’attentato alla stazione di Bologna.
Tutto ciò è solo indice di incapacità e indifferenza per un progetto più complessivo che dia ruolo e identità ai cittadini. L’amministrazione, le sue risorse, le sue procedure, non sono messe a disposizione della città e dei cittadini.frosinonedematthaeisaerea 350 260

 2) In molti comuni del Frusinate i sindaci hanno approvato mozioni per spingere a lottare contro la disoccupazione, quello di Frosinone ha brillato per l’assenza nonostante la vertenza emblematica della Multiservizi. Come giudica il comportamento della Giunta Ottaviani difronte a questi disoccupati?

L’attuale amministrazione non ha alcun interesse per le vicende economiche dei cittadini frusinati. Siano essi disoccupati, giovani o maturi, o lavoratori precari. Non può averne se si decide di favorire solo gli interessi di pochi. Anzi a Frosinone le tariffe e le tasse e i servizi sono spaventosamente aumentati proprio per riuscire a mantenere la greppia bassa.
Alcuno prende in carico le migliaia di cittadini senza lavoro; alcuno si adopera per lenire le difficoltà delle famiglie che per la metà è in forte difficoltà economica e quindi sociale. La parola redistribuzione è un tabù. L’assistenza è svolta dalle iniziative di associazioni private. La casa è drammaticamente un problema senza soluzione.
Faro dell’attività amministrativa è stata l’esternalizzazione dei servizi, che tradotto significa: pagarli di più, impoverire la città nella sua gestione, non controllare l’occupazione e la qualità del lavoro, tutto per favorire poche ditte che si distinguono al massimo per gli scarsi servizi offerti.
Si è sacrificata una società pubblica di 306 dipendenti per favorire cooperative sociali, chiamate temporaneamente senza bando, alcune di esse famose dopo mafia-capotale, ancora lì a gestire servizi dopo tre anni e più, con salari da fame (da 11 a 18 ore settimanali) disoccupando oltre 200 lavoratori che vi lavoravano da decine di anni!
Non a caso è stato soppresso proprio con l’insediamento dell’attuale giunta lo sportello di incontro tra domanda e offerta di lavoro che il Comune avrebbe dovuto potenziare nel momento del massimo bisogno!
Ma per chi pensa, a sinistra, che l’ideologia sia morta, ecco una riprova di quali attività gravi omette una amministrazione che non dà al lavoro quel valore che la nostra carta costituzionale, non a caso, mette al primo posto! E i giovani, ma non solo loro, emigrano a frotte.

(continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino "Scandali e miraggi")

Scandali e miraggi

3) La Giunta Ottaviani è stata pesantemente coinvolta nello scandalo Sangalli; fino all'estate 2015 il Sindaco di Frosinone è stato, come super mediatore, l’artefice delle scelte dell’ATO 5 in fatto di tariffe esose e decisioni favorevoli agli interessi di Acea; come mai ci sono ambienti che lo considerano imbattibile? È mancata una decente opposizione? Qual è la sua opinione?

Il Sindaco di questa città è incappato in innumerevoli situazioni “contraddittorie” dove la semplice azione etica della politica avrebbe consentito la naturale caduta... A Frosinone invece alle elezioni provinciali maggioranza e opposizione si sono unite e hanno garantito al fiero paladino Magliocchetti, abile suggeritore dei consiglieri di maggioranza nell’assise frusinate, di fare il vicepresidente di un piddino alla provincia! Il più rappresentativo dei consiglieri di minoranza non è mai presente alle assisi e quando risulta presente si “affaccia” solamente. Manca una idea di opposizione. Una idea di città. Un interesse per i cittadini. Una preoccupazione per il futuro.
In questo clima il “polarizzatore” Ottaviani ha avuto vita sempre facile, facendo leva, nei tanti momenti di difficoltà, su una maggioranza curva e consenziente ma anche su continui “avvertimenti” in merito alle modalità di gestione della passata amministrazione, che effettivamente di scheletri negli armadi ne ha molti.
Frosinone tiene al massimo le tariffe nei servizi (che nel frattempo sono ad appannaggio di una sempre minore popolazione), e le tasse, anche a seguito della strada intrapresa, il “predissesto finanziario”. Ma le cose più ardite il Sindaco, proprio e solo lui, le ha sperimentate nel non consentire - anzi boicotta! -, un piano di uscita dalla drammatica situazione con ACEA per la vicenda dell’acqua e nell’approvare i piani aziendali sulla sanità che hanno sancito, per l’ospedale civile, niente di più di uno da campo, ovviamente, con l’aggravante, e non poteva essere altrimenti vista la supponenza nel governare, di non tenere in considerazione le associazioni e i comitati che pure su entrambe le vicende hanno detto e proposto molto.frosinone piloni

4) In alcuni ambienti si sostiene che Il sindaco Ottaviani sarebbe il primo ad aver fatto qualcosa per la cultura. Questa maggioranza ha un programma culturale? Le risulta?

La cultura non è l’elencazione di un programma di iniziative. Purtroppo l’Amministrazione ha investito tanto soldi in spot calati dall’alto che non lasciano alcun segno. Non è stata data alcuna valorizzazione alle strutture pubbliche, pur esistenti e uniche nella continuità dell’offerta, che operano invece con fondi sempre più ridotti; non è stato dato alcuna valorizzazione al ruolo delle scuole e degli studenti che meriterebbero di tornare ad essere protagonisti nella nostra città; è stata respinta la richiesta della cittadinanza che si è a lungo appigliata all’archeologia come tentativo di riappropriarsi di un po’ di storia e d’identità; non è stato dato alcuno spazio di azione e anche fisico alle associazioni operanti nel territorio: l’affossamento della Consulta delle Associazioni è un altro “merito” del nostro Nerone. Si è scelto insomma un profilo propagandistico e non progettuale.

5) Il PD Frusinate e quello cittadino appaiono sempre più allo sbando lacerato da conflitti interni. Dall’esame del voto del 5 giugno sembrerebbe che questo partito faticherà ad arrivare ad un risultato con due cifre. E’ questo l’antagonista principale di Ottaviani?

Lo sarà fin quando la città glielo consentirà. L’estrema difficoltà di vivere una città urbanisticamente dilaniata, con scarsità di informazioni, in difficoltà economica e sociale, pressoché priva di identità non spinge la cittadinanza a dei cambiamenti decisi ma solamente alla delega. Sicuramente i vecchi notabili tenteranno l’ennesima scalata proponendosi anche come opposizione con il PD. Ma è ovvio che bisogna con coraggio e capacità andare oltre. Continuare a sfogliare i petali della margherita per sapere se il PD rimane legato a valori quale l’uguaglianza e la giustizia sociale non ci porta lontano.

(continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino "Protagonisti chi?")

Pratagonisti chi?

6) Ci sono gli avversari credibili di Nicola Ottaviani per 2017 e chi sarebbero?

Nelle elezioni 2012 a Frosinone nonostante tre candidati sindaci di notevole peso, altri di rottura con l’establishment riuscirono a convogliare ca l’8%. E’ auspicabile anche in questa tornata elettorale una compagine alternativa. Tante lotte e tanti protagonisti ci sono stati in questi anni in città. Bisogna trovare un piano di confronto e di condivisione utile ad un grande raggruppamento che non solo recuperi insieme le proposte delle associazioni, dei comitati, dei quartieri ma dia un segnale chiaro e forte alla cittadinanza tutta.

7) Lei, dalla lotta della Multiservizi ai referendum contro le trivelle e ora quello prossimo a sostegno del NO, alla battaglia per difendere le aree archeologiche della città è stato uno degli animatori delle posizioni che vogliono una città ed un modello di convivenza alternativo e rispettoso delle opinioni e degli interessi di tutti. Ci sono a suo parere forze ed energie che possano rappresentare dignitosamente anche in consiglio frosinone corso della repubblica 350 260comunale il disagio sociale di questa città?

Certo. Ma probabilmente non sono rintracciabili nei partiti. E non si deve escludere la forza elettorale dei 5 stelle. Essi però devono dare un segnale di presenza forte in città e di linee progettuali condivise e su cui far camminare la politica, senza chiudersi a riccio.

8) Iafrate pensa che sia l’ora di creare un quadro politico più chiaro senza accordi di comodo fatti da pochi “esperti”, anche a costo di qualche difficoltà? Sarebbe possibile?

Da tempo si sta lavorando in tal senso. Adesso è tempo di stabilire il confronto con chi vuole un cambiamento della politica e dei programmi per definire insieme un tragitto che ci veda coinvolti anche in ambito comunicativo, supporto centrale per qualunque attività prevista.

 

 
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5Stelle. L’imprevisto è la speranza di cambiamento

di Elia Fiorillo - Cinquestelle, l’imprevisto e la speranza di cambiamento. virginia raggi m5s 340 250Se non fossero bastate le dimissioni a catena nella Giunta capitolina a crear problemi alla sindaca Raggi e non solo, è arrivata la notizia delle indagini per abuso d’ufficio e violazioni ambientali da parte della procura di Roma all’assessora all’Ambiente Paola Muraro. Un’altra botta che certo non aiuta il Movimento Cinque Stelle ad accreditarsi nell’opinione pubblica come alternativa, non solo nella capitale, al “vecchio” modo di governare dei partiti tradizionali. Certo, una cosa è fare opposizione e un’altra essere al governo. Ma per un Movimento che punta alla conquista di Palazzo Chigi, ed ha tanti consensi nell’opinione pubblica, l’equilibrio nelle posizioni che va assumendo, soprattutto quando è all’opposizione, è essenziale. In altre parole, non possono essere usati due pesi e due misure a secondo del ruolo che si ricopre.

"Roma è una grande sfida per noi - ha dichiarato Luigi Di Maio, vice presidente della Camera e membro del Diretorio M5S - e la porteremo avanti. Non arretreremo di un centimetro. L'assessora Muraro è indagata? Non ha ancora ricevuto nessun avviso di garanzia ma il Movimento nel caso non ha mai fatto sconti a nessuno". E come potrebbe fare sconti o insabbiamenti in questo caso. Per i Pentastellati è il momento della verità sulle loro capacità di stare insieme e di fare squadra.

Dare a Virginia Raggi il ruolo che le compete

Non tutti i mali però vengono per nuocere. Questo terremoto nella Giunta capitolina potrebbe essere l’inizio di una riflessione interna per ricucire le tante fratture che si registrano tra i gruppi dirigenti e, in particolare, per dare il ruolo che le compete a Virginia Raggi, ma in generale a tutti i sindaci conquistati dal Movimento 5 Stelle. Se Raggi è stata scelta per ricoprire la carica di sindaco dell’Urbe, ed è stata votata dai cittadini, vuol dire che le qualità per guidare Roma ce le ha, o dovrebbe averle. Se qualcuno del direttorio pensava ad una bella comparsa da far recitare secondo copioni scritti all’uopo, si sbagliava. Ed è il tempo di fare ammenda, se non pubblicamente, nei fatti e nei comportamenti.

Scriveva Eugenio Montale: “Un imprevisto / è la sola speranza”. E le dimissioni a catena nella Giunta della Capitale, con tutto quello che ne consegue, “è la sola speranza” che hanno i Cinque Stelle di cambiare passo, di ripensare al loro percorso politico, di lasciar perdere le lotte interne, le polemiche su fatti marginali, le critiche ad oltranza agli avversari e le difese, senza se e senza ma, agli amici. E’ venuto il tempo della maturità politica o del declino. Non serve prendersela con i giornali e i giornalisti che “travisano i fatti” e che mettono sempre in primo piano i Pentastellati analizzando, anzi sezionando, tutti i loro comportamenti, mentre tralasciano atti e fatti, di ben diversa gravità politica, a loro avviso, perpetrati da altri raggruppamenti politici. Che l’obiettività non è sempre una caratteristica dei giornali italiani è una verità inconfutabile. Che però i Grillini non accettano il confronto e provano a cantar sempre la solita messa, contro i giornali e i giornalisti, è una verità sacrosanta. Nei rapporti con i mass media, allora, c’è da mutare l’atteggiamento a priori sempre negativo. Non tutti i media sono partigiani di qualche schieramento, ci sono quelli che tentano di fare il loro mestiere rincorrendo le notizie per raccontarle ai propri lettori. Eppoi, le “novità”, si sa, specialmente in politica, vanno sempre indagate.

Una raccomandazione alle opposizioni capitoline va fatta: mai esagerare nel parlare d’inefficienza, d’incapacità altrui quando si è governato per anni e “scassato” il giocattolo accumulando, ad esempio, debiti senza fine. E’ una questione di solo buon senso.

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Il voto su Acea non parla solo di tariffe ma di molto altro

Provincia Fr 350di Ignazio Mazzoli - Non solo acqua. Ieri è andata in scena una puntata del duro scontro fra fratelli-coltelli che si contendono il potere in questo territorio. Sintetizza bene l’accaduto l’inizio della cronaca di Alessandro Redirossi “Tariffe congelate e tracollo Pd.”
Si sono confrontate due posizioni a dire il vero non troppo dissimili e sostanzialmente non troppo ostili ad Acea, ma con un punto discriminante che il mediatore di sempre, delle bollette a favore di Acea, Nicola Ottaviani, ancora una volta ha saputo brandire con abilità e determinazione: «Come possiamo con la mano sinistra contestare degli inadempimenti al gestore – ha detto Ottaviani – e con la destra dargli quello che bisognerebbe dargli se fosse adempiente?». Ineccepibile, tanto da chiedersi come mai il PD non si è posto questo punto di accortezza se non vogliamo gratificarlo con il termine coerenza?
Prendo in prestito un passaggio del resoconto che in tempo, quasi, reale ha realizzato Aniello Prisco su Facebook. Così riporta un passaggio: «Sta parlando il sindaco di Fontanaliri che presenta un emendamento firmato da diversi sindaci. Questa proposta viene ritenuta sostenibile dalla STO». (Capperi?) Prosegue «Poi parla Ottaviani e presenta un emendamento firmato da diversi sindaci che prevede di chiedere all'AEEGSI di sospendere la tariffa in attesa di concludere il procedimento della risoluzione, in subordine approvare la tariffa dello scorso anno. Questa proposta non viene ritenuta sostenibile dalla STO (aricapperi!!!). Ma chi è sto STO? Il Giudice supremo? Ma i sindaci che contano? Domanda ormai scontata tanto che così conclude Prisco: «Le mie conclusioni? La conferenza dei sindaci non è lo strumento adatto per queste decisioni e per gestire il rapporto con una società privata così importante e che gestisce un servizio vitale e che produce molti utili e interessi.»
È bene ricordare che ci sono critiche pressanti sulla STO (Segreteria Tecnica dell’Ato) a cui i più non riconoscono la necessaria e doverosa autonomia da Acea.
Ecco dove si rende evidente, in questa circostanza, la differenza fra PD e centrodestra. Quest’ultimo, in coerenza con i suoi più recenti comportamenti che l’hanno ben ripagato nel voto del giugno scorso, fa intendere di saper prendere le distanze dai poteri forti. In questo caso è così, anche se poi non bisogna cascarci. Il PD al contrario non riesce a lacerare il cordone ombelicale con essi (in questo caso con la STO per non dispiacere Acea) dimenticando i bisogni dei cittadini, che sono anche elettori. D’altronde cosa aspettarsi se questo partito, nel frusinate prima di tutto, non è riuscito a pronunziare mezza parola di dissenso mentre il Ministro Padoan dava il via ad un provvedimento ad hoc perché Acea potesse riscuotere coattivamente attraverso Equitalia? È il massimo della subalternità all’egoismo dell’imprenditore e dei suoi interessi con buona pace dell’articolo 41 della Costituzione, che vuole l’impresa privata al servizio della società, anzi le impone di “svolgere una funzione sociale”. Vabbè!
Torniamo a noi. L’assemblea del 2 settembre che, secondo Ritarossi «è sembrata più un “circo” nelle modalità di svolgimento (...) alla fine, rispetto a un mese fa, è giunta a una decisione», proprio per questo, può esser valutata anche come un passaggio inevitabile per il centrodestra di preparare un cappotto all’avversario-alleato. Prove di rivincita? Si perché i due non sono diversi, ma uno vuole stravincere a Frosinone e non solo.
Nell’intervista che Ermisio Mazzocchi rilasciò a L’Inchiesta (8 luglio 2016) alla domanda «In queste elezioni amministrative in provincia ha vinto il centrodestra o hanno perso il centrosinistra e il PD? – risponde - su 21 comuni in cui sono presenti solo liste civiche, 5 soltanto eleggono un sindaco iscritto PD». Nella «promiscuità che riguarda i partiti del centrodestra come quelli del centrosinistra» - prosegue: «Il centrodestra è riuscito a presentare una sua identità chiara e leggibile e ha saputo mantenere una fisonomia di maggiore accorpamento dei suoi componenti, a fronte di un centrosinistra frammentato che sarebbe andato alla sconfitta.» Oggi - aggiunge - «il centrosinistra non è una coalizione e non esiste se è il PD ad autodefinirsi tale (...) Aggiungerei che il centrodestra è stato abile a cavalcare un politicismo volto a esaltare la sua compresenza all'Amministrazione provinciale e allo stesso tempo cogliere le sofferenze sociali che lo stesso Pompeo ha riconosciuto», poi dimenticandosene, aggiungiamo noi.

In questi ultimi mesi, insieme al crescere della rabbia per i disagi economici e sociali di molti, moltissimi nostri concittadini, sullo scenario della politica, si sono verificati alcuni fatti nuovi. Ad aprile, con la presenza di Paolo Ferrero si rilancia l’iniziativa di Rifondazione comunista ora guidata da un giovane e brillante segretario, Paolo Ceccano. Fra aprile e giugno si ripropone la presenza del Pci. Con il voto delle amministrative, il M5S, su questo territorio per la prima volta ha 3 eletti in alcuni comuni della provincia fra cui c’è anche una città come Sora. Mazzocchi, in una recente intervista, riassume così anche l’azione del centrodestra e soprattutto di Forza Italia, «ha saputo interpretare bene la pesante critica presente nella società alle politiche regionali di Zingaretti. Problema centrale reso evidente anche dai nuovi risultati del M5S» L’ostilità alla maggioranza che governa la Regione è ormai consolidata per i frusinati che la colgono sorda alle esigenze primarie e fondamentali di questa realtà. Sintetizzo: Zingaretti e gli eletti di questo territorio che l’appoggiano non sono amici di questo territorio.
Dopo il voto di giugno ricordammo al PD “l'ora della ricreazione è finita”. Dicendogli: “Se non ti fai adulto sei spacciato”
Sulla scena sono apparsi degli outsider e altri ne spunteranno per rispondere alla inascoltata domanda di opposizione e di cambiamento che viene dalla società.
Il voto di giugno, ovunque, parla chiaro contro annunci inconcludenti, malcostume, affarismo. Programmi disattesi, smentiti. Leggi annunciate e mai avviate alla discussione e approvazione. Un costante presa in giro. Delusione e rabbia danno questi frutti. È la democrazia che punisce. Non solo qui ma in tutto il Lazio e oltre.
L'astensione a dispetto si trasforma in voto a dispetto? Forse. Meglio così in ogni caso. Ma non basta solo il dispetto. Deve esserci qualcosa di più. Ci vuole un’alternativa vera, in proposte e comportamenti. In concretezza e in trasparenza. In risultati per la maggioranza dei cittadini e non solo per chi ha già tanto, troppo.
Il voto sul congelamento delle tariffe Acea vale molto di più di quello che sembra.

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Dal “negazionismo” del fenomeno criminale al cambiamento profondo della sua “pelle”

MarcoGalli 350 260UNOeTRE.it continua la sua indagine sui problemi che la criminalità organizzata pone al nostro territorio del frusinate. Dopo l’intervista alla giornalista Angela Nicoletti pubblicata martedì 26 luglio oggi proponiamo ai nostri lettori il video con le notizie e le valutazioni che ci ha fornito Marco Galli, Sindaco di Ceprano.
Egli lavora nella Polizia di Stato dal 1986 ed è stato impegnato nel sindacato di polizia, Silp Cgil, dal 1994 al 2013, rivestendo diversi incarichi a livello regionale, nazionale e svolgendo anche l'attività di formatore. È fortemente impegnato sul versante della legalità e nella lotta alla criminalità. Da anni si occupa di sensibilizzare l'opinione pubblica sugli effetti devastanti della presenza delle mafie anche nella provincia di Frosinone.
Nell’intervista il lettore troverà quelli che Galli considera i pericoli esistenti e gli errori fino ad ora compiuti. Dal “negazionismo” del fenomeno criminale al cambiamento profondo della sua “pelle”: la criminalità organizzata, le mafie si “sono fatte economia, politica...”, fino alla necessità di adeguare i corpi dello Stato alla qualità nuova dello scontro nel quale ormai deve anche entrare la consapevolezza ragionata delle società perchè sempre più sappia “selezionare chi vota”.

 L'intervista in video

 

 
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Volontariato + Partecipazione = Cambiamento

volontariatolazio 22 luglio 2016 350da Volontariato Lazio - Volontariato + cambiamento = partecipazione è il tema che venerdì 22 luglio presso la Casa del Volontariato di Frosinone vedrà le associazioni del nostro territorio fare il punto del lavoro sin qui svolto in un incontro che sarà aperto dall’intervento di Elio Rosati, neo eletto segretario regionale di Cittadinanzattiva, con l’intervento “Partecipazione e Cambiamento”.
Le associazioni hanno lavorato per un anno in modo intenso mettendo a frutto una buona pratica di lavoro di rete che ha premiato l’idea che le diversità costituiscono una ricchezza.
Sono state protagoniste su vari tavoli di lavoro dove si sono confrontate a partire dall’analisi della relazione tra mondo solidale e il sistema sociosanitario nella nostra provincia, trovando risposte di aiuto nonostante il ridimensionamento della spesa sociosanitaria che ha interessato i nostri Comuni. Nessun cambiamento è mai indoloreLocandina volontariato le difficoltà e le resistenze che hanno affrontato sono la cartina di tornasole del lavoro che ancora dovranno fare per migliorare i rapporti tra cittadini ed istituzioni.
Questo il focus dell’incontro di venerdì , far emergere le criticità, condividere le buone pratiche di lavoro in team, fare un bilancio delle esperienze per riprendere con buona lena le attività dopo le ferie. Infatti nel primo trimestre autunnale sono previsti 3 incontri nei Distretti socio sanitari per ulteriori approfondimenti a partire dalla recente approvazione della legge regionale sul welfare e sulla riforma del terzo settore in discussione al Parlamento.
Concluderà gli interventi il presidente della Conferenza Regionale del Volontariato del Lazio, Alessandro Reali.

Colla sulla locandina (immagine a ds) per ingrandirla

 
 
 
 
 
 
 
 
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No cambiamento: ultima vittoria della Thatcher

Archiviazione definitiva di qualsiasi prospettivM. Tahtcherea di un "governo di cambiamento".

di Emilio Carnevali - La tormentata vicenda dell'elezione del Presidente della Repubblica ha raso al suolo la credibilità di una intera classe dirigente. Il risultato è l'archiviazione definitiva di qualsiasi prospettiva di un "governo di cambiamento". Cronistoria del disastro che ha sancito la postuma vittoria della Lady di Ferro.

L'antefatto

Bene. Anzi, male. Ricapitoliamo. A pochi giorni dal voto, quando il sismografo dei sondaggi (riservati) già annuncia l'"onda anomala" grillina, Pier Luigi Bersani apre inaspettatamente al Movimento 5 Stelle. Dopo mesi nei quali sguardi e corteggiamenti sono stati univocamente rivolti verso il "nuovo centro" di Mario Monti, il segretario del Pd se ne usce con queste parole: «Se in Parlamento ci saranno i grillini ci sarà da fare uno scouting per capire se intendono essere eterodiretti o partecipare senza vincoli di mandato. Non è campagna acquisti ma li testeremo sui fatti».

All'indomani della "mancata vittoria" Bersani decide – nonostante le fortissime resistenze all'interno del proprio partito – di giocarsi fino in fondo questa carta proponendo ai 5 Stelle un "governo di cambiamento" articolato in 8 punti. In cima alla lista parole di inequivocabile chiarezza sulla necessità di spingere per una inversioneLa lady di ferro di rotta delle politiche europee incentrate sul dogma dell'austerità. Quella chiarezza che era mancata nelle ultime settimane della campagna elettorale, vuoi per tenere aperte le porte di una alleanza (obbligata, a quanto dicevano i sondaggi) con Monti, vuoi per non spaventare fantomatici mercati dal ciglio umido, terrorizzati per il prossimo abbeveraggio dei cavalli dei cosacchi nelle fontane di San Pietro (mercati rivelatisi in realtà molto più rassicurati dal "whatever it takes" estivo di Mario Draghi che preoccupati per le convulsioni politiche del Belpaese).

A quel punto è Grillo a trovarsi in difficoltà: non ha di fronte a sé scelte facili. E per lui le scelte sono ogni volta più difficili che per gli altri, vista l'estrema eterogeneità del proprio bacino di voti: un terzo provenienti da destra, un terzo da sinistra, un terzo dall'astensione. Qualunque scelta si faccia, qualcuno viene scontentato.La lady di ferro

Ma torniamo a quei giorni. Se Grillo aprisse al centrosinistra (Pdmenoelle nel vocabolario dei 5 Stelle) si attirerebbe addosso le accuse della propria base più oltranzista di essersi "venduto" alla Casta. Se invece rifiutasse, come poi ha fatto, verrebbe colpito dalla simmetrica e speculare accusa di mandare in fumo una straordinaria occasione per voltare finalmente pagina nella politica italiana. Opportunità che difficilmente si ripresenterà nel prossimo futuro. Non sono pochi, all'interno del Pd, a sperare in questa seconda opzione. Così potrebbero scaricare su Grillo l'intera responsabilità del mancato accordo e andare poi all''incasso, sia nella prospettiva di elezioni anticipate – nelle quali puntare tutto su una campagna martellante di "voto utile" – che in quella di una alternativa da ricercarsi all'interno del Parlamento.

La via del voto anticipato è tuttavia momentaneamente preclusa da un Presidente della Repubblica in scadenza di mandato, impossibilitato a sciogliere il Parlamento. È dunque una minaccia di cui la coalizione di maggioranza assoluta alla Camera non può disporre fino in fondo.

 La mossa del cavallo

A questo punto Bersani opta per una "mossa del cavallo" che potrebbe essere foriera di soluzioni ardite ed innovative. Sceglie di congelare la trattativa sul governo per anteporvi l'elezione del presidente della Repubblica. Se si riuscisse a far convergere voti dei 5 Stelle su una figura di incontestabile autorevolezza sarebbe poi difficile per gli stessi grillini dire di "no" ad una futura trattativa su un governo. Tanto più che questa "figura di incontestabile autorevolezza" godrebbe di pieni poteri, compreso – appunto – quello di rimandare tutti a votare.
Ma è da qui in poi che comincia quel capolavoro di disastri che in pochi giorni ha raso al suolo la credibilità di tutto un partito e di una intera classe dirigente.

Prima di esaminare brevemente la catena del tracollo ci sarà tuttavia permessa una rapida digressione personale. Chi scrive è una specie di "cultore" del realismo politico, perché è da sempre convinto che la politica sia diversa dai tuffi (intesi in ambito sportivo): mentre nei tuffi l'individuo è chiamato ad offrire una bella performance sul piano atletico-estetico, per poi ricevere un buon voto dalle palettine dei giudici a bordo piscina, nella politica l'eleganza del gesto lascia un po' il tempo che trova se non è funzionale al perseguimento di un obiettivo. È questo il motivo per cui – sempre a parere di chi scrive – in politica il velleitarismo e l'irrilevanza sono colpe gravi.

Si festeggia la morte della ThatcherLa Thatcher è morta. c'è chi festeggiaAncora più esplicitamente: quando voto un politico non voglio faccia commoventi arringhe nelle aule parlamentari spiegando i motivi della sua contrarietà verso ciò che gli accade davanti agli occhi. Sono cose che posso leggere tranquillamente da qualche bravo – e indignatissimo –
editorialista su qualche giornale. Io vorrei che il "mio" politico, per rimanere nella metafora sportiva, tornasse da me infangato, con la maglietta strappata, con i lividi dei calci ricevuti sulla gambe, e magari pure con qualche sputo piovutogli addosso dal pubblico. Ma vorrei che non tornasse a mani vuote, perché non l'ho mandato in campo per scrivere poesie o dotte dissertazioni giurisprudenziali. L'ho buttato nella mischia per sgomitare verso il pallone e fare se possibile qualche meta.

Ecco, tutto questo per dire che in chi scrive non ha alcun pregiudizio negativo verso la mediazione, il compromesso, la possibilità di lavorare con persone che la pensano anche (molto) diversamente nell'ottica del perseguimento di un fine o anche solo della limitazione di un danno.
Essere cultori del realismo non significa però essere compiacenti verso l'autolesionismo o, peggio ancora, la stupidità (altro vizio capitale in politica).

In principio fu Marini

Ma torniamo a quei giorni fatali.
Il gruppo dirigente del Pd sceglie di dare seguito ad alcune incaute affermazioni di Bersani sulla possibilità di un "doppio binario" per la presidenza della Repubblica e il governo. Votare il capo dello Stato con il centrodestra – in ossequio al dettato costituzionale che prevede una larga convergenza nell'elezione di questa figura di garanzia che «rappresenta l'unità della nazione» – per poi continuare il tentativo sul "governo di cambiamento" con i 5 Stelle. Il disastro comincia a palesarsi nel momento in cui entrambe le interpretazioni possibili di questo gesto portano dentro un vicolo cieco: se davvero si vuole battere la strada del cambiamento, l'elezione di un presidente della Repubblica benedetto da Berlusconi fornisce il più grande alibi al movimento 5 Stelle per sottrarsi comodamente all'abbraccio gridando all'"inciucio" già consumato. Se un'elezione lungo l'asse Pd-Pdl-Monti è invece concepita come propedeutica ad un governo di larghe intese, questa doveva essere la via che si doveva perseguire sin dal principio, a viso aperto, con coraggio, giustificandone le ragioni: Matteo Renzi in parte lo ha fatto, e di questa superiore coerenza raccoglierà i frutti, nonostante il paradosso di essere stato – per ragioni del tutto diverse – fra i gradi "impallinatori" di Franco Marini.Margaret Thatcher

La Thatcher è un tigreVi è poi una terza considerazione di contesto. È certamente buona norma cercare di eleggere un presidente della Repubblica dotato di un vasto consenso parlamentare (e dunque di un ampio consenso fra i legittimi rappresentanti del popolo sovrano). Queste elezioni ci hanno tuttavia consegnato un elettorato diviso in tre terzi sostanzialmente uguali fra loro. Per quale motivo il terzo da sommare a quello del centrosinistra deve essere quello di Berlusconi e non quello di Grillo?

La cosa appare ancor più inspiegabile dopo la proposta da parte del Movimento 5 Stelle del nome di Stefano Rodotà: una personalità di altissimo livello che a sinistra dovrebbe ricevere ponti d'oro. Se mai, in linea di principio, potrebbe trovare resistenze proprio nel vasto mondo dell'elettorato grillino – che è cosa ben più complessa e articolata di quei miseri 4677 voti raccolti dallo stesso Rodotà nelle "quirinarie". Parliamo infatti di un professore ottuagenario con quattro legislature già alle spalle, un passato da presidente del Pds (partito antesignano del Pd), e una cocciuta ostinazione a rivendicare con orgoglio il suo essere "un uomo della sinistra italiana" (in tempi in cui molti – 5 stelle in testa – considerano queste categorie come ferrivecchi da consegnare al passato, etichette care solo alla Casta).

Grillo comincia la sua campagna su Rodotà, ma il centrosinistra sceglie l'accordo con la destra e punta su Marini. Quest'ultimo viene abbattuto da duecento franchi tiratori, segnale inequivocabile di un partito balcanizzato in faide di corrente: l'elezione trionfale di Giorgio Napolitano dimostra che la ragione principale di quei voti mancanti non era la resistenza verso la prospettiva delle larghe intese, di cui l'attuale presidente è l'incarnazione suprema. Non solo quella, almeno.
Bruciato Marini, si pensa a un alternativa, passando dal disastro alla catastrofe.

Da Marini a Prodi, a Napolitano

Romano Prodi gode di ben altra considerazione e popolarità a sinistra. Ma non si è detto fino a un minuto prima che il presidente della Repubblica non lo si può eleggere "da soli"? E se lo spazio di un accordo con il centrodestra si è chiuso, non dovrebbe essere del tutto "naturale" aprire ai 5 Stelle? Un terzo più un terzo non fa esattamente due terzi, cioè lo stesso risultato di prima col solo cambiamento di un addendo?

Nel frattempo i 5 Stelle hanno detto che si sarebbero aperteCittadini inglesi bruciano foto della Thatcher "praterie" per un governo insieme, proprio l'obiettivo per il quale Pier Luigi Bersani si è speso testardamente nelle settimane precedenti. Erano aperture sincere? È del tutto irrilevante saperlo. Anche nella peggiore e più malevola delle ipotesi, se Grillo avesse poi rifiutato un governo sollecitato dal presidente della Repubblica Rodotà sarebbe stato lui ad andare incontro a quella rovina ingloriosa Proteste a Londrache invece ha travolto gli attuali vertici del Partito democratico.

Invece si è scelto Prodi. Rodotà «non avrebbe mai avuto i voti», si è detto. Grande esercizio tattico di realismo: Prodi ha forse avuto i voti? E ancora: perché mai i parlamentari del centrosinistra non avrebbero potuto votare Rodotà? Perché "troppo a sinistra", amico dei centri sociali, avversario irriducibile di Berlusconi?

Personalmente considero fuori luogo tutti questi possibili elementi di critica e penso che Rodotà sarebbe stato un ottimo presidente della Repubblica. Ma, anche qui, non mi scandalizzerei se una cospicua parte dei parlamentari del centrosinistra la pensasse diversamente. Bene, lo potevano dire chiaramente. Ci potevano fare sopra una battaglia politica a cui non sarebbero mancate argomentazioni robuste e razionali, o quantomeno plausibili. Un esempio fra tutti: l'ineleggibilità di Berlusconi. Sono in molti, anche fra gli avversari insospettabili del Cavaliere, a considerare assolutamente fondate le obiezioni dell'ex presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida sull'applicabilità della famosa legge del 1957 sui titolari di concessioni pubbliche. Altri ne contestano l'opportunità politica, dato che si tratterebbe di "far fuori" con un codicillo giuridico il rappresentante di un terzo dell'elettorato italiano scelto con procedure democratiche.

Rodotà è il simbolo di questa sinistra giustizialista che non vuole battere Berlusconi nelle urne ma condurlo in galera con le catene ai piedi? Va bene, lo si dicesse. Ci si facesse sopra una battaglia politica. Ma una battaglia, ancora una volta, in campo aperto, da cominciarsi non nel segreto dell'urna presidenziale, ma il minuto dopo la "non vittoria" e i primi accenni di apertura di Bersani ai 5 Stelle.

Ancora una volta uno dei pochi ad aver manifestato un po' di coraggio in questa vicenda è stato Matteo Renzi: ha assicurato lealtà all'iniziale tentativo di Bersani ma ha sempre sostenuto – a torto, secondo la personalissima opinione del sottoscritto – che quella era una strada senza sbocchi. E ora dice con ancor maggiore chiarezza che Berlusconi vuole mandarlo in pensione e non in galera. Bisogna vedere, per completare il quadro, se nel prossimo futuro continuerà a sostenere – sempre a torto, e sempre secondo la personalissima occasione del sottoscritto – anche le medesime ricette di alternativa sul piano economico e sociale a Berlusconi. In questo caso la coerenza non sarebbe una virtù, perché il fallimento delle politiche adottate sin qui in tutta Europa è sotto gli occhi di tutti e la crisi è ben lungi dall'essere alle nostre spalle. I venti euforici che hanno soffiato i giorni scorsi sulle borse, sospinti dalle correnti di liquidità provenienti da lontanissime Banche centrali, non devono illudere.

Berlusconi, Renzi e Grillo sono i vincitori di questa tormentata vicenda che per la sinistra italiana ha assunto un tratto più che drammatico: grottesco, ovvero di ciò che «muove il riso pur senza rallegrare».

Al premier inglese Margaret Thatcher, scomparsa pochi giorni fa, era caro uno slogan: There is no alternative. Il suo capolavoro politico fu quello di riuscire a diffondere il proprio verbo anche fra i suoi avversari, annientandoli. Ora il centrosinistra italiano si è cacciato nella condizione di essere costretto a scegliere fra un ritorno alle urne che sancirebbe il trionfo di Berlusconi e un governo di larghe intese insieme a lui e guidato dal vicesegretario del Pd. È evidente che dovrà indirizzarsi verso la seconda opzione. Ma, ancora una volta, avrà vinto la Lady di Ferro.

(26 aprile 2013)

fonte, MicroMega

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No al cambiamento. Un trionfo per le banche e per i mercati

Italia Bene Comune cancellatadi Ignazio Mazzoli - Scrivo mentre annunciano in Tv che Giorgio Napolitano è stato eletto per la seconda volta Presidente della Repubblica, primo caso da De Nicola ad oggi, il tema che domina il campo degli interrogativi, al di fuori del coro dell'informazione di "regime", è quello di sapere che ne sarà del PD, del principale partito del centrosinistra che dopo aver recuperato credibilità e apprezzamento anche grazie alle Primarie che scelsero Bersani candidato a Premier, ha lasciato delusi e amareggiati iscritti, elettori e italiani tutti. Una sofferenza vera diffusa ovunque nel popolo del centrosinistra.
Non voglio soffermarmi sul "tradimento" dei 101 elettori del PD, durante il tentativo di elezione di Romano Prodi, che ha gettato nella vergogna e nello sgomento milioni di semplici militanti, elettori e persone di buon senso. Ne hanno parlato e ne parleranno Tv, giornali, radio e ogni genere di mass media. Quello che è successo fra il 18 e 19 aprile, prima bruciando la candidatura di Franco Marini e poi quella di Prodi è grave ed attiene al campo della rappresentanza democratica, riguarda l'organizzazione della democrazia e la sua efficacia ed efficienza. E' un uppercut all'attuale sistema dei partiti. Bisogna capire e conoscere bene cosa l'ha originato, come e perchè.
Non era mai avvenuto che il Pd – o i Ds o ancor meno il Pci – venisse così brutalmente smentito come difronte alle camere riunite, davanti al nome proposto dalla segreteria per il Quirinale. Franco Marini non ha avuto neanche un parte dei voti previsti la sera precedente. Era il personaggio concordato con Berlusconi e la sua caduta, purtroppo solo in quel momento, ha mandato all'aria i piani di Bersani e di tutti coloro che sostenevano una politica delle larghe intese, a cominciare da Giorgio Napolitano e a seguire da D'Alema e seguaci. Era stata ostacolata da Renzi ed altri nel segreto dell'urna solo in chiave anti Bersani, però.
Bersani ha ammutolito tanti, perchè (senza immaginare sofisticati tatticismi, di cui alcuni lo hanno accreditato) avrebbe dovuto opporsi con forza all'accondiscendenza verso Berlusconi o almeno avrebbe dovuto spiegare di più le scelte che andava compiendo se ne era convinto. Soprattutto, ritengo io, doveva ascoltare di più gli umori furibondi del suo partito. Ma, non l'ha fatto. Le sue dimissioni oltre che doverose erano inevitabili.
Diversa mi pare la vicenda che ha condannato il prestigioso nome di Romano Prodi a restare fermo al palo e ad escluderlo dalla corsa al Quirinale. In questo caso pesa la separatezza in casa fra le componenti storiche che hanno dato vita al PD. A parte il furore scontato con cui il Pdl ha accolto Prodi, nel PD al giubilo della Margherita ha fatto da contrappunto uno scarso gradimento della generazione ex comunista. Almeno di alcuni dirigenti di quella provienienza che a mio parere sono indegni di quel partito glorioso. Alcuni osservatori sottili spingono a pensare che l'invito alla ribellione di una fetta di grandi elettori sarebbe stata sollecitata o addirittura orchestrata da Massimo D'Alema il quale lavora sì per le larghe intese, ma non solo. Si sa che D'Alema sarebbe gradito al cavaliere, perché le maglie delle larghe intese nella versione dalemiana sono assai larghe. Tuttavia, per chiarezza, questi comportamenti nulla hanno a che vedere con la democrazia interna di partito. Nessuno la invochi a giustificazione di comportamenti inqualificabili. Essa esige chiarezza, coraggio, lealtà e disciplina.
Oggi le istituzioni sono in panne, e queste due giornate al Parlamento credo che abbiano folgorato se non tutti, molti, facendoci capire il perché. "Non solo manca una maggioranza e manca un governo, ma il Parlamento è incapace di eleggere il capo dello Stato per lo spappolamento drammatico della sinistra". Quel perno non c'è più e il sistema si è bloccato. Quindi l'epicentro della crisi è il Partito democratico.
Ormai con la rielezione di Giorgio Napolitano si può profilare una maggiornza che somiglia tanto a quella greca anche se a parti rovesciate per effetto del Porcellum che in Italia, in questa circostanza, fa più consistente il PD rispetto al centrodestra berlusconiano. Infatti, potremmo ritrovarci con un governo sorretto da un larghissima maggioranza e, ancora una volta, con un presidente che risponderà a Napolitano come Monti e, più ancora, puntualmente risponderà alla Bce ed alle grandi centrali finanaziarie. Niente governo del cambiamento, anzi un rafforzamento delle pretese proterve del liberismo.
Questo è l'aspetto che mi preme sottolineare. Bersani ci ha fatto sognare un stagione di liberazione dal liberismo e dalle politiche di austerità in Italia ed in Europa. Purtroppo quando è stato al dunque gli è mancato un partito che sostenesse le scelte per realizzare quel sogno. Ci voleva un partito di militanti che intanto facessero una campagna elettorale utilizzando soltanto gli orientamenti e le parole d'ordine della coalizione "Italia. BeneComune". E, poi, dopo aver compiuto questo dovere fossero in grado di sostenere il tentativo, che per comodità chiamo degli "8 punti", con ogni possibile iniziativa di informazione, chiarimento e di mobilitazione a supporto. Invece il PD ha passato i 57 giorni dal voto al 18 aprile ad osservare come andavano le cose ed a scommettere se il suo segretario ce la faceva o no.
Ma non solo. Tutti abbiamo potuto osservare e, direi, vivere la campagna di attacco concentrico contro Bersani e la sua proposta. Una campagna che aveva un solo argomento: occorre un governo di larghe intese ripetuto come un mantra e Bersani è un irresponsabile perchè perde tempo.
Richiamo queste circostanze per non dimenticare la realtà dei fatti, ma senza volere addolcire il giudizio sugli evidenti errori di conduzione dell'iniziativa politica in particolare nella scelta delle candidature per il Quirinale. E per ora non ci fermiamo, qui, ad esaminare le enormi responsabilità del M5S e del suo capo Grillo.
Perchè l'attacco di cui ho detto? Mi pare di averlo già scritto, si è voluto che nulla cambiasse in Italia perchè così si isola Hollande e si può tentare di ipotecare il tipo di risultato che potrà esserci in Germania. Una Europa con i tre più grandi Paesi (per popolazione ed economia) su posizione antiliberista sarebbero stati un bel colpo di timone per andare in altra direzione di politica economica e finanziaria anche in uno scenario globale ostile.
Anche quello che è successo nel PD origina da queste pressioni. Questo partito è impermeabile alle esigenze sociali, ma sembra non saper resistere alle pressioni dei potenti. E perchè questo sia possibile si spiega solo prendendo atto che ci sono orientamenti non conciliabili. Questa sarebbe la contendibilità che molti esigono debba trovarsi nel PD? Solo nel PD, perchè? Gli altri partiti sono tutti contendibili e da chi? Contendersi un partito mi ingenera dubbi, perplessità e, direi sospetti. Una formazione politica è distinta dalla sua linea programmatica che deve essere chiara per sostenere gli interessi delle forze sociali che vuole rappresentare. Un Partito, per dirla con più precisione non può essere una minisocietà, ma una comunità con obiettivi ed una destinazione condivisi, con cui organizza consenso ed in questo lavoro è energia democratica che si confronta con altre energie analoghe.
La vita democratica interna si chiama partecipazione non contesa. Se chi chiede la "contendibiltà" con questo termine estremo vuole indicare un più vivo dinamismo nella selezione dei gruppi dirigenti, nel loro rinnovamento e nella loro qualificazione come non essere d'accordo, è quello che ci vuole. Ma perchè chiamare tutto questo contesa? Il contendere è proprio di chi parte da posizioni inconciliabili. Questa voglia di contendibilità rivela ambizioni di snaturamento almeno di una grande parte del PD, quella parte che crede nelle politiche di centrosinistra che hanno al centro della loro vocazione la rappresentanza politica del lavoro. Ebbene, le posizione liberiste che nelle primarie furono sconfitte mentre cercarono d'imporre Renzi, si sono prese la rivincita, lavorando in proprio senza interposta persona, contro la stragrande maggioranza degli iscritti e degli elettori del Partito Democratico.
L'attacco liberista che ha trovato "anime sensibili" nel PD ha permesso di capire che significa "contendibilità" di un partito. I nemici del cambiamento hanno dimostrato che grazie alla permeabilità dei democratici si può anche colpire a morte la rinascita del centrosinistra. Stranamente il premio di maggioranza ha accentuato ancor di più la fragilità del primo partito alla sinistra del Pdl. E' chiaro che così può essere colpita a morte qualunque aspirazione a lottare contro il liberismo. Oggi, "Italia. BeneComune" non esiste più. PD da una parte, Sel da un'altra.
I lavoratori, le donne, i giovani, i deboli non hanno bisogno di un partito contendibile, hanno necessità di un partito che stia dalla loro parte sempre, tutti i giorni, in tutte le situazioni e non sia disposto a cambiare pelle come il camaleonte.
Ecco perchè ancora una volta il PD è l'epicentro della crisi del sistema dei partiti. Ci vuole una corrazzata per affrontare questa stagione di crisi e di soprusi, non un partito di burro che si divide al primo scontro. E' chiaro?

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