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L'illusione di cambiare

movimento 5 stelle bandiera 350 260di Ivano Alteri - L'illusione a 5 stelle. Il Movimento 5 Stelle rischia di fallire l'obiettivo del Cambiamento a causa di una serie di illusioni di partenza, di malfondati convincimenti e preconcetti, che lo hanno indotto e lo inducono a privarsi di strumenti d'analisi e d'azione politicamente irrinunciabili.

Una prima illusione nefasta è che si possa fare una politica di Cambiamento ignorando il carattere intrinsecamente antagonistico del sistema economico in cui viviamo; che esistano, quindi, i diversi soggetti antagonisti e le loro diverse condizioni materiali; che Cambiamento significhi esattamente modificare quelle condizioni e il rapporto fra i soggetti. Modificare o conservare i rapporti sociali presenti nel sistema, insomma, è il discrimine tra Cambiamento e Conservazione.

Del resto, è lo stesso che segna la differenza tra sinistra e destra. La seconda illusione, allora, è che la destra e la sinistra non esistano più. “Né di destra, né di sinistra”, è stato il mantra propagandistico del Movimento, dalla sua nascita sino all'ultima campagna elettorale, presupponendo quelle categorie come vecchie e superate; quando invece sarebbe stato più onesto, e forse proficuo, dire di essere “di destra e di sinistra”. La verità storica è che il Movimento si compone esattamente di elementi di destra e di sinistra; le quali non sono un'invenzione intellettualistica, che si può cancellare semplicemente negandola, ma l'espressione di due diverse e persistenti condizioni e concezioni della vita. Una destra e una sinistra, in un sistema intrinsecamente antagonistico, non possono non esistere. Ignorarlo, o fingere di farlo, trasforma l'asserita volontà di cambiamento in una pura velleità: per omissione di analisi, indeterminatezza del fine e non conformità dei mezzi.

Una terza illusione rovinosa è di poter procedere nell'azione senza alleati. Nella sua foga contro l'insieme del sistema, il Movimento suppone che tutti i soggetti politici e le aree politiche storiche ne siano parte integrante. Quindi: “sono tutti uguali”; quindi: tutti complici, tutti nemici; quindi, nessuna alleanza. Ma se questa impostazione può servire a propagandare una presunta purezza, d'altra parte si rivela mortifera proprio per quel Cambiamento tanto agognato: avere la presunzione, ed anzi la pretesa, di essere il solo propulsore del Cambiamento, aliena dalla lotta congiunta tutte quelle forze che, per quanto disperse, in esso hanno sempre individuato il proprio fine. Aver rinunciato a quelle alleanze, per il Movimento è stata una scelta politicamente risibile, su cui la storia non ha mancato di spargere uno spesso velo della sua amara ironia: da “nessuna alleanza”, il Movimento è passato ad allearsi contro natura con la Lega di Salvini: razzista, xenofoba e, soprattutto, ultra-conservatrice. Altro che Cambiamento!

La quarta, tragica, illusione è stata, e continua ad essere, quella di poter fare una politica di Cambiamento senza i partiti (per la verità, opinione diffusa ben oltre i confini del M5S). L'astio nei confronti di questi è senz'altro fondato; i partiti degli ultimi vent'anni (almeno) hanno fatto tutto il possibile per farsi detestare. Ma da qui a professare il bando dei partiti dalla politica, c'è di mezzo la possibilità di utilizzarli, come da Costituzione, quale strumento di partecipazione popolare alla vita politica del Paese; senza il quale strumento nessuna azione politica potrà mai essere davvero efficace. Anche Renzi punta “al 51% non con un partito ma con le persone”; ma Renzi non persegue il Cambiamento, bensì la conservazione dei rapporti sociali esistenti. Per fare una politica di Cambiamento ci vuole un partito; con un non-partito e un non- statuto si può fare tutt'al più una non-politica di non-cambiamento.

Purtroppo, se il M5S dovesse fallire l'obiettivo a causa di quelle approssimazioni illusorie, non solo esso ne verrebbe travolto, ma anche tutti coloro che perseguono il Cambiamento. E la stessa idea di Cambiamento. C'è un bel po' da riflettere per tutti.

Frosinone 29 dicembre 2018

 

 

 

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Il coraggio di cambiare

Dems 350da Dems - Mercoledi 5 dicembre, organizzato dall’Associazione politico-culturale DEMS, si terrà un incontro pubblico per riflettere su quanto è accaduto in Italia in questi anni. Il voto del 4 marzo ha chiuso un ciclo politico. Il PD e l’intera sinistra, anche in Italia, hanno subito la più grande sconfitta politica dal dopo guerra da parte degli elettori.

Per la prima volta forze politiche, eterogenee nella loro origine e formazione si sono unite spostando di fatto il Paese verso destra. Cosa fare è la domanda alla quale non sarà semplice dare una risposta. La crisi della sinistra è cosi profonda, che occorre serietà, umiltà ma soprattutto la ricerca di nuove idee e di un diverso modello organizzativo.

Il Paese e L’Europa hanno bisogno è un nuovo centrosinistra di governo, radicalmente innovativo, che faccia riforme sostanziali, che non ceda sui propri valori e non si limiti a criticare ma prenda tutte quelle misure necessarie per dare una svolta profonda a un Paese in affanno. L’obettivo è quello di favorire un dialogo non solo tra le forze del centrosinistra, ma anche con le componenti vive della società che tengono a cuore i temi della diseguaglianza, povertà, lavoro, Europa, immigrazione. Nel territorio della provincia di Frosinone, le gravi sconfitte elettorali degli ultimi anni e la vittoria delle forze del centrodestra, pongono la necessità di avviare un processo unitario per la costruzione di un nuovo centrosinistra capace di costruire proposte e iniziative politiche sui temi del lavoro, in modo particolare dei giovani e delle donne, del risanamento ambientale e di uno sviluppo ecosostenibile, della sicurezza.

Saranno questi i temi che animeranno la giornata di mercoledi 5 dicembre ore 17.30 presso l’Hotel Astor di Frosinone, alla quale parteciperanno tra gli altri, Peppe Provenzano, Marco Sarracino della direzione Nazionale PD, Noberto Venturi e Alessandra Sardelliti consiglieri comunali, Alessandra Maggiani Assemblea Nazionale PD, Maurizio Fadiani vicesindaco di Amaseno.

Frosinone, 01 dicembre ’18

 

 

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La nostra voce è fondamentale e potrebbe davvero cambiare le cose

LIPScuola firma minAppello per sostenere Leggi di Iniziativa Popolare. In questi giorni le iniziative pubbliche del Comitato della Lip Per la Scuola della Costituzione si stanno moltiplicando e intrecciando con quelle relative ad altre due proposte, una per la modifica dell’articolo 81 della Costituzione sul pareggio di bilancio e un’altra per la modifica della legge elettorale.
Io faccio parte del Comitato Lip Frosinone. In qualità di aderente al Comitato nazionale, ho partecipato aIla presentazione del testo della LIP Scuola, su cui attualmente si stanno raccogliendo le firme, presso la Corte di Cassazione l'8 settembre 2017. All'assemblea nazionale del 4 febbraio ho preso i moduli di entrambe le Lip. Ho vidimato i moduli per raccogliere le firme presso il Comune di Ceccano. Anche a Frosinone ho fatto in modo ci fossero i moduli e a breve daremo informazioni su altri Comuni dove si potrà firmare.
In estrema sintesi, la Lip Scuola prevede: l’obbligatorietà dell’ultimo anno di scuola dell’infanzia e l’estensione dell’obbligo scolastico a 18 anni, classi di 22 alunni, il ripristino del modulo e del tempo pieno nella scuola primaria e prolungato nella secondaria di primo grado; dotazioni organiche aggiuntive stabili e adeguate per il sostegno, l’integrazione, la lotta alla dispersione e al disagio.

Ovviamente per fare tutto questo servono risorse e i promotori ne hanno tenuto conto nella stesura della proposta: un articolo della legge prevede che al sistema di istruzione dovrà essere destinata una quota di PIL non inferiore al 6%. (In ordine a tale quota Pil, il Comitato della Lip promuove la Lip per la Modifica dell'articolo 81)
La legge intende affrontare anche la questione del precariato, rendendo obbligatoria l’assunzione a tempo indeterminato su tutti i posti vacanti, e il problema dell’edilizia scolastica, con un piano pluriennale di investimenti importanti.

L’ultimo articolo contiene l’elenco di tutte le norme di norme precedenti che vengono abrogate.
Si va dalla legge 53/2003 (la cosiddetta Riforma Moratti) con i suoi decreti attuativi, fino ai Regolamenti ordinamentali del 2009 e 2010 e, ovviamente, alla legge 107/2015. Ma c’è anche un articolo con il quale si rivedono ampiamente le norme sulla autonomia scolastica contenute nel Regolamento del 1999.
L'altra Lip è la legge di iniziativa popolare che chiede la modifica dell’art.81 della Costituzione per eliminare la modifica dello stesso articolo effettuata nel 2012 sotto il governo Monti. Una modifica pesantissima perché il pareggio in bilancio scritto in Costituzione, in obbedienza ai diktat europei, ha inciso e sta incidendo – è in vigore dal 2014 – nella politica economica e nei diritti dei cittadini. Allora, nell’aprile 2012, votarono i due terzi del Parlamento e quindi la legge costituzionale non venne sottoposta al referendum popolare. Adesso c’è la possibilità che i cittadini si possano esprimere firmando la Lip.

Il pareggio in bilancio significa che un macigno grava su tutte le amministrazioni pubbliche, costrette a far rispettare quel vincolo che, secondo alcuni esperti, non eravamo in obbligo di inserire in Costituzione. Ma qualche volta la regola economica non va d’accordo con i diritti dei cittadini. Se n’è accorta la Corte costituzionale che nella sentenza 275/2016 si è pronunciata a proposito della controversia tra provincia di Pescara e regione Abruzzo su una legge regionale che appellandosi al pareggio in bilancio dell’art.81 limitava al 50 per cento il finanziamento per il trasporto riservato ai disabili.

La Consulta ha dichiarato illegittima la legge regionale motivando il no proprio perché i diritti dei cittadini vengono prima del pareggio in bilancio. «È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione», scrivono i giudici costituzionali.
La parola adesso passa ai cittadini. Invito tutti a recarsi presso i Comuni e firmare: la nostra voce è fondamentale e potrebbe davvero portare a cambiare le cose.

 
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Acqua: Refrigeri finge di cambiare tutto...

comitati acquapubblica regione lazio 350 260 mindi Coordinamento Regionale Acqua Pubblica Lazio - Riforma degli Ambiti Territoriali nel Lazio: Refrigeri finge di cambiare tutto... per non cambiare niente!
Erano tre anni che aspettavamo di vedere una proposta della Regione Lazio per la definizione degli Ambiti di Bacino Idrografico (ABI), entro i quali promuovere un rinnovato modello pubblico di gestione del servizio idrico integrato.

Sono, infatti, scaduti da tre anni i termini per l’attuazione della Legge regionale n. 5 del 2014 intitolata “Tutela, governo e gestione pubblica delle acque”, legge di iniziativa popolare presentata da numerosi enti locali e comitati di cittadini e votata all’unanimità in Consiglio Regionale nel lontano marzo del 2014.

In questo arco di tempo non siamo stati a guardare, abbiamo sollecitato e stimolato ripetutamente la Giunta Zingaretti e l’Assessore Refrigeri, a cui è delegato il governo dell’acqua nel Lazio.

Dopo un anno dall’approvazione della L.R. n. 5/2014, preoccupati per il ritardo già accumulato, ci siamo sostituiti nuovamente all’amministrazione e abbiamo elaborato una proposta di legge attuativa regionale che includeva la delimitazione dei nuovi Ambiti, in sostituzione degli attuali e inefficaci Ambiti Territoriali Ottimali (ATO), e la definizione della Convenzione di cooperazione tipo, attraverso la quale organizzare il nuovo servizio idrico integrato.

Tale proposta è stata raccolta e sottoscritta da diversi Consiglieri regionali di maggioranza e opposizione e presentata ufficialmente al Consiglio (P.d.L. n. 238/2015). Da allora non è stata mai discussa e nemmeno calendarizzata perché doveva essere prima osservata dalla Commissione Ambiente che, fuorviata dai messaggi che arrivavano dalla Giunta, è rimasta in attesa di una contro-proposta della Giunta stessa da confrontare e discutere contemporaneamente. Ciò non è mai avvenuto.

Iniziative pubbliche, incontri con l’Assessore, presidi in Regione, proteste, mobilitazioni, comunicati stampa e tanto altro non hanno avuto grandi risultati finora e temevamo quindi di non vedere ormai più il completamento del quadro normativo prima delle imminenti prossime elezioni regionali.

Ci abbiamo riprovato comunque nel corso dell’ultimo Consiglio Regionale di novembre dove, di fronte all’ennesimo tentativo di sviare e perdere altro tempo, abbiamo minacciato di rioccupare la sede consiliare. Ci ha convinto a soprassedere l’invito di Refrigeri ad un nuovo incontro tenutosi qualche giorno dopo, il 1° dicembre.

In questo appuntamento la Giunta Zingaretti ha “scoperto” finalmente le carte, mostrando una proposta di 6 ambiti, 5 dei quali molto simili agli attuali ATO, mentre il 6°, a cavallo tra le provincie di Roma e Frosinone, collega artatamente i Simbruini ai Colli Albani.

Bene, ci siamo detti subito, almeno abbiamo sventato il tanto temuto ATO unico che in altre regioni d’Italia ha spianato la strada alle multinazionali che dall’acqua traggono immensi profitti in cambio di servizi di qualità inadeguata e con costi sproporzionati per i cittadini, esautorati da ogni potere di controllo, così come gli enti locali.

Guardando bene la proposta ci siamo resi conto però della evidente inosservanza dei principi stabiliti dalla Lr n. 5/2014 per la definizione dei nuovi ambiti. Manca infatti quel collegamento forte con i bacini idrografici, unico modo per garantire una reale tutela e gestione sostenibile della risorsa idrica che nell’estate passata abbiamo ancor più compreso quanto sia preziosa.

La proposta che ci è stata illustrata addirittura taglia i bacini idrografici, in particolare l’Aniene, con il tranello dell’ATO 6, e il Sacco. Per entrambi, i comitati locali si sono spesi fortemente in questi anni per arrivare ad un’autonomia rispetto agli attuali ATO, con un dispendio di energie che questa proposta vanifica in pieno.

La nostra Proposta di legge (Pdl n. 238/2015), che delineava 19 ambiti, non è stata minimamente presa in considerazione, né dal punto di vista della pluralità degli ambiti né della loro geometria. Ci aspettavamo un numero di ambiti inferiore, ma quanto meno risultante da un accorpamento ragionato dei nostri 19 ambiti. Nulla da fare, hanno probabilmente prevalso gli interessi sullo sfruttamento dell’acqua piuttosto che quelli della democrazia, della partecipazione e della sostenibilità.

Sarà forse per questo che la proposta di Refrigeri e della Giunta Zingaretti continua a chiamare i nuovi ambiti con la sigla ATO invece che ABI, rimettendo in extremis ai Sindaci la possibilità di cambiarla ben sapendo che non sarà possibile convocare 378 consigli comunali entro dicembre?

A che gioco sta giocando la giunta Zingaretti?

Ormai la legislatura Zingaretti volge al termine e sul fronte ambientale, in generale, e dell’acqua, in particolare, non si sono fatti quei passi in avanti che si promettevano in campagna elettorale e nei primi mesi di governo. Anche il nuovo Piano di Tutela delle Acque della regione, adottato un anno fa, non riesce a vedere la sua approvazione definitiva e nemmeno momenti di confronto pubblico.

Eppure, la sua concreta attuazione comporterebbe la possibilità di eliminare le tante forme di inquinamento ancor oggi presenti e di sanare le insostenibili modalità di sfruttamento e utilizzo dell’acqua, in gran parte derivata senza concessione come nel caso del Peschiera-Le Capore, che non tengono conto delle quantità di risorsa a disposizione e dei bilanci idrici. Obiettivi che passano per forza anche per la gestione dei servizi idrici, ma che evidentemente hanno dei costi che i gestori dei servizi non vogliono sostenere, per non vedere ridotto il loro tornaconto.

La Giunta Zingaretti vuol far finta di cambiare qualcosa, non cambiando proprio nulla in realtà, anzi peggiorando una crisi idrica che non può certo essere definita una “calamità naturale”, ma solo l’effetto di una incapacità gestionale dettata da inadempienze amministrative, forse volute per favorire ben altri interessi.

I cittadini del Lazio sapranno attribuire stavolta le vere responsabilità.

Coordinamento Regionale Acqua Pubblica Lazio

 
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"...intanto Ceccano, città inadeguata, sporca e... continua a sperare di poter cambiare"

ceccano monumento 350 260di Emanuela Piroli - Mi sono chiesta più volte, nell’ultimo periodo, se sia giusto valutare un sindaco e la sua giunta sulla base di condotte comportamentali più o meno opinabili, relazioni private, lettere anonime, o se sia, invece, opportuno concentrarsi sulla azione politica, sugli interventi portati avanti e/o programmati e finalizzati al bene della comunità. Personalmente non ho alcun interesse riguardo la vita privata degli amministratori della mia città e a differenza di molti di loro, non mi lascio influenzare da falsi moralismi, né credo che questi debbano condizionare il giudizio sulla attività di una amministrazione. Il suo fallimento o il suo successo dovrebbero dipendere dalla politica, dagli obiettivi prefissati e raggiunti, dalla capacità di rispondere alle esigenze dei cittadini, dall’efficacia delle politiche sociali, urbanistiche, economiche, dalla trasparenza degli atti pubblici, dall’onestà. In sintesi dall’impegno ad attuare il programma elettorale. Così, ricordando lo slogan “né destra, né sinistra, né affari” e le tante promesse fatte, inviterei la cittadinanza tutta a riflettere.
Mi accingo, quindi, a fare una veloce panoramica dell’attività amministrativa in questo anno e mezzo.
- Bandi ignorati o progetti non validi. Fiere, feste e grandi eventi, la cui grandezza e risonanza sono note a tutti.
- Risoluzione del contratto con ACEA. Probabilmente produrrà un effetto boomerang, per l’incompetenza di chi ha portato avanti la questione senza pensare a cosa fare dopo. Intanto bollette salate, carenza idrica e servizi inadeguati continuano a gravare sui cittadini.
- Privatizzazione dell’illuminazione pubblica. Apertura dell’epoca HERA, un appalto di circa 10 milioni di euro, per 20 anni! Una sorta di schiavitù per la città, ignara di come potrebbe evolvere nel futuro.
- Bando per la raccolta differenziata. Non ancora pervenuto.
- Servizi sociali. Non pervenuti. E’ consapevole l’assessora, che la maggior parte dei fondi europei e regionali per il sociale, rimangono non assegnati? Il motivo? Incapacità dei comuni a realizzare progetti validi o completa indifferenza. Occasioni perse per migliorare le condizioni di vita delle classi più disagiate.
- Sicurezza stradale. Ultimamente Ceccano è stata teatro di incidenti che hanno coinvolto pedoni, con conseguenze tragiche, in tratti stradali urbani privi di segnaletica stradale, di marciapiedi, di limitatori di velocità, di controllo.
- Criminalità. Sono aumentati i furti nelle abitazioni private e nelle attività commerciali. C’è interesse ad intervenire in merito?
- Cementificazione selvaggia. Ricordiamo la feroce propaganda contro di essa in campagna elettorale? Un cavallo di battaglia del sindaco Caligiore. Oggi mi viene da ridere, o forse da piangere. Il tanto odiato “partito dei geometri” sembra essere ritornato di moda. E, pur nell’evidenza di un mercato immobiliare fermo, sono ora previste nuove lottizzazioni, in viale Fabrateria Vetus, via Colle Leo e via Peschieta.
A tutto ciò si va ad aggiungere la crisi della maggioranza, dopo solo un anno e mezzo di vita amministrativa, con rimpasto chiaramente mirato al bene della comunità. Così, mandati a casa i consiglieri Pino Malizia, Mauro Roma, Michelangelo Aversa e l’assessora Federica Casalese, per motivi non ancora chiarissimi, si brinda ora, all’ingresso in maggioranza del consigliere Antonio Aversa, eletto in una lista di appoggio a Gianni Querqui, a cui verrà assegnata la delega all’urbanistica, e alla nomina della nuova assessora al commercio, Arianna Moro. La professione del consigliere e dell’assessora? Naturalmente geometri. Passaggi, questi, che si sono svolti all’interno delle stanze di Palazzo Antonelli, come è buona prassi, senza alcuna trasparenza sulle modalità e sulle motivazioni.
Film già visto tante volte, anche se con attori in parte diversi. E intanto Ceccano, città inadeguata, sporca, inquinata, non sicura, cementificata, ma con una voglia grande di crescere e migliorarsi e con potenzialità che faticano ad esprimersi, continua a sperare di poter cambiare.
Emanuela Piroli (PD Ceccano)

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Mi va di pensare che vogliamo cambiare marcia

Costituzione 350 260di Daniela Mastracci - Sono stanca e nemmeno tanto contenta. Mi stanno strappando di mano il compito che mi ero prefissata di portare a termine, e cioè lo studio attento della riforma, la critica punto per punto, la difesa di una Costituzione in cui credo fermamente. Io ho lavorato per questo nelle tante settimane che hanno preceduto il referendum. Ho iniziato a leggere la riforma a maggio. Ho iniziato a scriverne da giugno. E non ho più smesso fino al 2 dicembre, conformemente alle regole del silenzio preelettorale. Ho cercato di mettere in evidenza i limiti della riforma. Evincere i punti contraddittori. E’ stato un lavoro duro, ma non mi sono tirata indietro, anche quando ero preda di una stupida ernia cervicale. E’ così. E ora che cosa si scrive sui giornali? Che abbiamo votato per mandare a casa Renzi?

Mi dissocio da questa pseudo analisi. Certamente Renzi non ha la mia simpatia e tantomeno la mia fiducia: ha sbagliato troppo e troppo spesso; non ha letto il dolore; non ha ascoltato le voci che dicono impoverimento, sfruttamento, precarizzazione, incapacità di progettare un futuro e nemmeno un presente.

Basta leggere i dati Istat per saperlo. Ma soprattutto basta andare al supermercato, alla posta, in banca, in giro per le strade delle nostre città. Basta entrare in una scuola e vedere come i professori sono stanchi di uno Stato che non li vede e non li ascolta. I giovani disoccupati, gli anziani con pensioni da fame, i cassintegrati, gli esodati, gli inoccupati, quelli che lasciano la scuola, quelli che lasciano l’Italia. Quelli che non riconoscono il proprio paese, quelli che non riconoscono la propria storia, dentro una sinistra che ha smesso i suoi panni e ha indossato giacca e cravatta e completo grigio, alla maniera di Wall Street o della City di Londra. Quelli che hanno lottato per l’articolo 18 e se lo sono visto cancellare. Quelli che ora possono essere demansionati (ogni tanto si sentono verbi o sostantivi nuovi, ma che dicono la stessa cosa: perdita di dignità) La Costituzione cosa c’entra? La Costituzione è un argine a una deriva neoliberista che sta avanzando da 30 anni. Ecco che cosa c’entra!

Il mondo reale non è quello delle grandi scuole di economia o di comunicazione

La costituzione dice che il lavoro è un diritto, anzi lo mette nel primo articolo: è il primo diritto. Senza lavoro un uomo o una donna non sono autonomi, non sono soggetti liberi, non possono autodeterminarsi. Non possono progettare il loro futuro. Non possono scegliere. Non hanno niente! Soltanto il lavoro permette di vivere degnamente. Di vivere, intanto. E un lavoro deve essere degnamente retribuito. Un lavoro che certifichi di fronte a se stessi che si è protagonisti della propria vita. Che si è soggetti facenti parte della società. Soggetti che possono dire la loro. Che partecipano. Che hanno voce perché hanno visibilità.

Invece senza lavoro non si ha più voce. Non si esiste. Semplicemente. La sveglia la mattina suona ma nessuno deve uscire di casa e contribuire alla vita della sua comunità. Essere parte di qualcosa. Questo è estorto a chi non ha lavoro. E si parla di cose inglesi, con parole inglesi, da scuole di alta formazione. Ci vogliono dire come si deve vivere, come si deve lavorare, come si deve essere cittadini. Ma a chi lo dicono? E con quale diritto? Si rivolgono a uomini e donne che non esistono nella realtà. Perché nella realtà di tutti i giorni ci sono uomini e donne in carne ed ossa che soffrono le parole in inglese di chi sta al governo, e i loro master e i loro grandi e prestigiosi istituti, dove gli uomini e le donne in carne ed ossa non potrebbero entrare mai, perché, semplicemente, non se lo possono permettere. Il mondo reale non è quello delle grandi scuole di economia o di comunicazione. Il mondo reale è fatto di persone che stanno sempre più immiserendo. E continuiamo a leggere di politici che vedono i numeri e dicono che sono dalla loro parte. Ci contano, nel senso che contano noi altri come voti da spendersi nelle loro beghe di palazzo, nei loro appuntamenti nelle stanze del potere, stanno lì a contare noi! E noi diventiamo il malloppo che si possono spendere, da puntare sul tavolo da gioco e provare a vincere di nuovo. Non siamo pedine, non siamo fisches, non vogliamo più essere contati e usati per accordi. La politica è una roulettes? È un tavolo da gioco d’azzardo?

Vorrei continuare a pensare che vogliamo cambiare marcia

Pensavo che stavamo provando a cambiare marcia, vorrei continuare a pensarlo. Allora vorrei che non ci venisse a contare nessuno. Ma a vederci: siamo qua, abbiamo desideri, anzi abbiamo soprattutto bisogni. E se la politica deve essere qualcosa di serio, ha il dovere di rispondere ai bisogni. Ma non certo ai ricatti di un mondo estraneo a quello che sta qua, giù per terra, nelle case che ci circondano, nelle città, nelle periferie soprattutto. Il mondo a cui parla Renzi e la sua Leopolda non è il mondo vero. E’ un mondo di plastica, patinato e sorridente, che esiste solo nelle loro performances. Per tutto questo Renzi non ha la mia fiducia.
Ma il mio NO alla riforma era per la riforma: e non voglio che ciò si dimentichi, venga taciuto, manipolato per rendere conto ad altre interpretazioni che mistificano i loro giochi, i loro obiettivi. Il NO è stato per la Costituzione, perché la riforma è sbagliata, è pasticciata, erode diritti e il primo è il diritto di voto. Abbiamo scritto abbastanza per chi ci ha seguiti, e quindi non ripeto qui i limiti della renzi-boschi-verdini. Ma ora farci entrare a forza, in analisi che tralasciano questo che è il mio punto, non mi sta bene. Si servono del No per dire che Renzi ci sta antipatico, che volevamo assolutamente mandarlo a casa etc.
No. Il NO era e resta alla riforma. Se Renzi se ne va è perché lui, e soltanto lui, ha personalizzato il voto. Non i votanti. Tanti che non ci si crede! Non mi nascondo che c’è chi ha utilizzato la circostanza del voto referendario per dire tutto il suo disagio a chi se ne ritiene responsabile: ci sta! Dopotutto! Dunque non lo disconosco. Ma disconoscere le tante sfumature del NO è un appiattimento da cui mi dissocio.

 
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Mi va di pensare che vogliamo cambiare marcia

Costituzione 350 260di Daniela Mastracci - Sono stanca e nemmeno tanto contenta. Mi stanno strappando di mano il compito che mi ero prefissata di portare a termine, e cioè lo studio attento della riforma, la critica punto per punto, la difesa di una Costituzione in cui credo fermamente. Io ho lavorato per questo nelle tante settimane che hanno preceduto il referendum. Ho iniziato a leggere la riforma a maggio. Ho iniziato a scriverne da giugno. E non ho più smesso fino al 2 dicembre, conformemente alle regole del silenzio preelettorale. Ho cercato di mettere in evidenza i limiti della riforma. Evincere i punti contraddittori. E’ stato un lavoro duro, ma non mi sono tirata indietro, anche quando ero preda di una stupida ernia cervicale. E’ così. E ora che cosa si scrive sui giornali? Che abbiamo votato per mandare a casa Renzi?

Mi dissocio da questa pseudo analisi. Certamente Renzi non ha la mia simpatia e tantomeno la mia fiducia: ha sbagliato troppo e troppo spesso; non ha letto il dolore; non ha ascoltato le voci che dicono impoverimento, sfruttamento, precarizzazione, incapacità di progettare un futuro e nemmeno un presente.

Basta leggere i dati Istat per saperlo. Ma soprattutto basta andare al supermercato, alla posta, in banca, in giro per le strade delle nostre città. Basta entrare in una scuola e vedere come i professori sono stanchi di uno Stato che non li vede e non li ascolta. I giovani disoccupati, gli anziani con pensioni da fame, i cassintegrati, gli esodati, gli inoccupati, quelli che lasciano la scuola, quelli che lasciano l’Italia. Quelli che non riconoscono il proprio paese, quelli che non riconoscono la propria storia, dentro una sinistra che ha smesso i suoi panni e ha indossato giacca e cravatta e completo grigio, alla maniera di Wall Street o della City di Londra. Quelli che hanno lottato per l’articolo 18 e se lo sono visto cancellare. Quelli che ora possono essere demansionati (ogni tanto si sentono verbi o sostantivi nuovi, ma che dicono la stessa cosa: perdita di dignità) La Costituzione cosa c’entra? La Costituzione è un argine a una deriva neoliberista che sta avanzando da 30 anni. Ecco che cosa c’entra!

Il mondo reale non è quello delle grandi scuole di economia o di comunicazione

La costituzione dice che il lavoro è un diritto, anzi lo mette nel primo articolo: è il primo diritto. Senza lavoro un uomo o una donna non sono autonomi, non sono soggetti liberi, non possono autodeterminarsi. Non possono progettare il loro futuro. Non possono scegliere. Non hanno niente! Soltanto il lavoro permette di vivere degnamente. Di vivere, intanto. E un lavoro deve essere degnamente retribuito. Un lavoro che certifichi di fronte a se stessi che si è protagonisti della propria vita. Che si è soggetti facenti parte della società. Soggetti che possono dire la loro. Che partecipano. Che hanno voce perché hanno visibilità.

Invece senza lavoro non si ha più voce. Non si esiste. Semplicemente. La sveglia la mattina suona ma nessuno deve uscire di casa e contribuire alla vita della sua comunità. Essere parte di qualcosa. Questo è estorto a chi non ha lavoro. E si parla di cose inglesi, con parole inglesi, da scuole di alta formazione. Ci vogliono dire come si deve vivere, come si deve lavorare, come si deve essere cittadini. Ma a chi lo dicono? E con quale diritto? Si rivolgono a uomini e donne che non esistono nella realtà. Perché nella realtà di tutti i giorni ci sono uomini e donne in carne ed ossa che soffrono le parole in inglese di chi sta al governo, e i loro master e i loro grandi e prestigiosi istituti, dove gli uomini e le donne in carne ed ossa non potrebbero entrare mai, perché, semplicemente, non se lo possono permettere. Il mondo reale non è quello delle grandi scuole di economia o di comunicazione. Il mondo reale è fatto di persone che stanno sempre più immiserendo. E continuiamo a leggere di politici che vedono i numeri e dicono che sono dalla loro parte. Ci contano, nel senso che contano noi altri come voti da spendersi nelle loro beghe di palazzo, nei loro appuntamenti nelle stanze del potere, stanno lì a contare noi! E noi diventiamo il malloppo che si possono spendere, da puntare sul tavolo da gioco e provare a vincere di nuovo. Non siamo pedine, non siamo fisches, non vogliamo più essere contati e usati per accordi. La politica è una roulettes? È un tavolo da gioco d’azzardo?

Vorrei continuare a pensare che vogliamo cambiare marcia

Pensavo che stavamo provando a cambiare marcia, vorrei continuare a pensarlo. Allora vorrei che non ci venisse a contare nessuno. Ma a vederci: siamo qua, abbiamo desideri, anzi abbiamo soprattutto bisogni. E se la politica deve essere qualcosa di serio, ha il dovere di rispondere ai bisogni. Ma non certo ai ricatti di un mondo estraneo a quello che sta qua, giù per terra, nelle case che ci circondano, nelle città, nelle periferie soprattutto. Il mondo a cui parla Renzi e la sua Leopolda non è il mondo vero. E’ un mondo di plastica, patinato e sorridente, che esiste solo nelle loro performances. Per tutto questo Renzi non ha la mia fiducia.
Ma il mio NO alla riforma era per la riforma: e non voglio che ciò si dimentichi, venga taciuto, manipolato per rendere conto ad altre interpretazioni che mistificano i loro giochi, i loro obiettivi. Il NO è stato per la Costituzione, perché la riforma è sbagliata, è pasticciata, erode diritti e il primo è il diritto di voto. Abbiamo scritto abbastanza per chi ci ha seguiti, e quindi non ripeto qui i limiti della renzi-boschi-verdini. Ma ora farci entrare a forza, in analisi che tralasciano questo che è il mio punto, non mi sta bene. Si servono del No per dire che Renzi ci sta antipatico, che volevamo assolutamente mandarlo a casa etc.
No. Il NO era e resta alla riforma. Se Renzi se ne va è perché lui, e soltanto lui, ha personalizzato il voto. Non i votanti. Tanti che non ci si crede! Non mi nascondo che c’è chi ha utilizzato la circostanza del voto referendario per dire tutto il suo disagio a chi se ne ritiene responsabile: ci sta! Dopotutto! Dunque non lo disconosco. Ma disconoscere le tante sfumature del NO è un appiattimento da cui mi dissocio.

 
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Acqua. Cambiare strada è possibile ed è un diritto

acquapubblica 2si 350 260dal Comitato provinciale acqua pubblica Frosinone (dopo il testo una proposta da respingere) - L’Assemblea dei Sindaci dell’Ato 5 si trova di nuovo di fronte ad un bivio: sostenere con forza e determinazione le tesi emerse nei mesi (o meglio negli anni) scorsi in tutto il territorio provinciale circa l’inadeguatezza della gestione del servizio idrico integrato da parte di Acea Ato5 S.p.a. a fronte di un costo elevatissimo, oppure credere che quanto fatto in pochi mesi dal gestore serva a riequilibrare una malagestione di anni e cedere nuovamente alle sue minacce che poco velatamente si evincono leggendo le sue risposte alle inadempienze contestategli a febbraio scorso?

E’ evidente a tutti, infatti, o almeno lo era fino a ieri a molti sindaci che ora hanno dei strani ripensamenti, che la gestione finora effettuata da Acea Ato 5 S.p.a. non è stata assolutamente positiva e che troppe sono state le inadempienze contestategli negli anni. Non possono bastare le azioni messe in campo dal gestore negli ultimi mesi per far dimenticare un decennio di disservizi. Non possono bastare alcuni interventi infrastrutturali che dovevano essere realizzati da anni a farle riguadagnare una verginità, nè tantomeno il parere di uno sconosciuto avvocato toscano.

Le inadempienze contestate a febbraio 2016 sono solo una parte di quelle imputate ad Acea Ato 5 S.p.a. L’azione che svolgiamo quotidianamente e da anni come comitati locali (comitati nati spontaneamente da tanti utenti determinati nel portare avanti contestazioni legittime e da liberi cittadini convinti che l’acqua non possa essere merce da vendere sul mercato) ci restituisce quella che è la vera faccia del gestore e del servizio che offre. Migliaia di contestazioni rivolte al gestore e per conoscenza alla STO hanno rilevato pratiche commerciali scorrette da parte del gestore come per esempio la mancata effettuazione delle letture periodiche dei contatori con conseguente fatturazione sulla base di stime e con l’invio di conguagli pluriennali di elevata entità, o come gran parte dell’onere di pagamento dell’acqua non consumata a causa di perdite occulte nell’impianto idrico sia attribuito all’utenza con l’applicazione dell’aliquota più alta.

Contestazioni che non hanno trovato risposta come avrebbero dovuto da Disciplinare Tecnico, mentre chi contesta è gravemente annoverato tra i morosi. Non solo, infatti, il gestore in presenza di formale reclamo non ha sospeso cautelativamente le procedure di riscossione e distacco delle utenza ostacolando l’esercizio dei diritti contrattuali dei consumatori ma come il gestore abbia avviato immediatamente le procedure di morosità minacciando il distacco ed arrivando ad attuarlo.
Formali contestazioni rilevano quindi come la gestione di Acea Ato 5 S.p.a non solo sia connotata da una mancanza di diligenza ma anche da un carattere agressivo volto a determinare un indebito condizionamento.

Se i sindaci vogliono prendere la giusta direzione, quella giusta per tutti noi, domani devono voltare realmente pagina e prendere una strada diversa.
Una strada in cui non sia il gestore privato a dettare legge, forte della multinazionale che sta alle sue spalle, del Governo Renzi e delle Autorità nazionali appositamente create per favorire i privati nella gestione dei servizi pubblici. Ma che sia l’Autorità d’Ambito, gli amministratori comunali e tutti gli utenti a decidere come gestire il servizio e a quale costo.

Cambiare strada non è solo possibile ma a questo punto è un diritto!

La legge regionale n. 5 del 2014 è vigente, basta soltanto renderla attuativa!
I cittadini e i comitati che hanno promosso quella legge d’iniziativa popolare attendono una risposta da oltre un anno, ma l’Assessore regionale Refrigeri competente per la materia è abile a sviare, a prendere tempo e a prendere in giro i cittadini. Ma il tempo è ormai scaduto! La Giunta regionale presieduta da Nicola Zingaretti e il Consiglio regionale che l’ha votata all’unanimità ha dimenticato quella sua legge?
All’inerzia della Regione devono rispondere gli amministratori comunali e tutti i cittadini.
In questa situazione la palla è in mano ai Sindaci, i quali hanno il compito intanto di verificare accuratamente se i mancati interventi contestati a febbraio scorso al gestore privato siano stati realmente e correttamente effettuati in questi ultimi mesi, così come sostiene il gestore. Noi abbiamo diversi dubbi.

Domani i sindaci hanno l’onere di rispondere prima di tutto ai cittadini/utenti e non solo ad Acea perché la decisione che prenderanno avrà in ogni caso ripercussioni sulla popolazione, sulla qualità della vita dei cittadini e sulle loro tasche.
Le pretese, le minacce e i paventati mancati guadagni di Acea sono indubbiamente secondari in questo panorama.

Comitato provinciale acqua pubblica Frosinone

La proposta di delibera che dovrebbe esser approvata domani. Un vergognosa dimostrazione di sottomissione ad Acea. Inaccettabile e da respingere.

Acqua Proposta di delibera per 13ott16

 
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"Altro da cambiare"

danielapoggi ben 350 260DANIELA POGGI, ATTRICE.

“Altro da cambiare”
«Credo che i cittadini sentano il bisogno di cambiare altre cose che non vanno nel Paese reale, prima di modificare la Costituzione, scritta dai nostri Padri costituenti, che ha perfettamente garantito fino ad oggi, la vita democratica del nostro Paese». (da ilfattoquotidiano.it)

 

 
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Oggi la sinistra politicamente non esiste

Al lavoro in fabbrica 350 260di Paolo Ciofi - (titolo originale "La sinistra e la vita") C’è vita a sinistra? Ancora non siamo tutti morti, e per chi non è morto finché c’è vita c’è speranza. Anche se la fatica sta diventando insostenibile. Ma, al di là dei desideri e delle aspettative di ciascuno, il dato di fatto inoppugnabile è che la sinistra oggi politicamente non esiste. Da qui bisognerebbe muovere, chiarendo perché si è arrivati a questo punto. Senza di che costruire una sinistra con caratteristiche popolari e di massa, in grado di incidere sulla vita delle donne e degli uomini del nostro tempo, diventa una missione impossibile. (per leggere l'intero scritto passare da una pagina all'altra cliccando sui titolini che seguono)

  1. A sinistra c'è vita
  2. Cambiare i rapporti sociali

Nel dibattitto aperto da Norma Rangeri su il manifesto, l’intervento di Bia Sarasini è risuonato come un brusco e necessario richiamo alla realtà, quando ha sottolineato che la (presunta) sinistra non ha avuto, e non ha, nulla da dire alle braccianti come Paola che muoiono di fatica in Puglia o ai dipendenti dell’Ikea che fanno scioperi in tutta Italia. E a milioni di uomini e donne oppresse dallo sfruttamento del capitale. Si domanda Sarasini: «Pensa, la sinistra, immagina, progetta come affrontare, risolvere i problemi della vita di queste persone? Il modo per proteggerle dalla ferocia del capitalismo neo-liberista? Strade percorribili [...], ma che permettano di intravedere modi diversi di vivere? La risposta è brutale: no, da molto tempo questo non avviene». E questo è il centro del problema, che dovrebbe portare a una riflessione e a una mobilitazione collettiva.

Per intravedere modi diversi di vivere, vale a dire una ci-viltà più avanzata e più giusta, da cui prendono forza la speranza di cambiare e la volontà di lottare, è necessaria una visione critica della società in cui viviamo, in grado di individuare le cause reali e più profonde del malessere dilagante e delle disuguaglianze crescenti, che mettono a rischio la vita umana e la sicurezza del pianeta. Non viviamo sulla luna, o in un iperspazio senza nome e senza storia. Questa società ha un nome e una storia.

È il capitalismo del XXI secolo, di cui occorre mettere a nudo la vera natura, il meccanismo di funzionamento del capitale nella fase della sua globalizzazione. Se questo non avviene, e non si porta al centro dell’analisi e della lotta politica il conflitto tra il capitale e il lavoro nelle forme assunte dalla modernità, uno degli effetti maggiormente devastanti è la moltiplicazione delle guerre tra poveri, la lotta senza quartiere tra gli sfruttati, che non sanno più riconoscere il proprio avversario di classe alimentando così spinte fasciste e nazionaliste. Le ragioni che hanno portato alla cancellazione politica della sinistra sono molteplici, ma tra queste pesano come un macigno l’oscuramento del principio di realtà e la subalternità alla cultura d’impresa.

Norma Rangeri non fa chiarezza quando afferma che «oggi all’ordine del giorno non c’è la rivoluzione ma un’idea di riformismo di sinistra in grado di persuadere milioni di persone». Che vuol dire? Che si rinuncia alla trasformazione della società, accettando ideologicamente il dogma che santifica il capitalismo come approdo definitivo e insuperabile della storia? Se si identifica la rivoluzione con l’insurrezione armata, o con la presa del Palazzo d’inverno come azione violenta e definitiva, è chiaro che la rivoluzione non è all’ordine del giorno - e non è praticabile – nell’Occidente capitalistico in regime di democrazia politica. Se invece, gramscianamente, per rivoluzione s’intende un processo di trasformazione della società capitalistica, delle sue strutture di base e delle sue sovrastrutture culturali, in una formazione economico-sociale superiore verso la conquista di più avanzate libertà attraverso il consenso e la lotta democratica di massa, allora questo è esattamente il nodo storico non rinviabile da mettere a tema.

Persuadere milioni di persone? Non c’è dubbio. Ma per che fare? Oggi, dopo la caduta dell’Urss e le esperienze fallimentari delle socialdemocrazie (da Blair a Schröder a Hollande) il riformismo è diventato un sottoprodotto del capitalismo, nel tentativo di fluidificarlo e renderlo più efficiente conformando le istituzioni sulle esigenze del capitale. In Italia, poi, l’espressione più compiuta del riformismo di sinistra è stato Craxi. Questo dice tutto. E spiega anche perché Renzi, praticando una politica di destra, possa farlo sotto l’etichetta del socialismo europeo e con l’appoggio incondizionato dell’ex comunista Giorgio Napolitano.

A sostegno della sua tesi Rangeri cita Carlo Marx sulla conquista della legge delle 10 ore nel 1847: «Per la prima volta alla chiara luce del sole, l’economia politica del proletariato ha prevalso sull’economia politica del Capitale». Ben fatto e ben detto. Ma è altrettanto chiaro - come del resto risulta anche dalla sola lettura del Manifesto del partito comunista - che il rivoluzionario di Treviri vedeva quella conquista in Inghilterra non come approdo finale della lotta politica. Bensì come un passaggio rilevante, ma appunto un passaggio, di un processo ben più ampio in cui i subalterni, i proletari del suo tempo, superando la «concorrenza che gli operai si fanno fra loro stessi» e organizzandosi in partito giacché «ogni lotta di classe è lotta politica», si pongono il problema della liberazione di se medesimi dallo sfruttamento capitalistico: vale a dire della rivoluzione. E perciò lottano per la conquista del potere politico.

Ponendosi l’obiettivo di andare oltre il modo capitalistico di appropriazione delle forze produttive, necessario per asservire il lavoro altrui, «il movimento proletario è il movimento indipendente dell’enorme maggioranza nell’interesse dell’enorme maggioranza». Constatazione quanto mai attuale e pertinente, anche nelle mutate condizioni storiche. Con una delle sue espressioni illuminanti, Marx precisa che le classi lavoratrici «debbono prendere il potere politico per fondare la nuova organizzazione del lavoro», altrimenti non vedranno mai «l’avvento del regno dei cieli su questa terra». Dunque, è del tutto evidente che nella sua visione teorica e nella sua pratica politica si stabilisce un nesso organico tra obiettivi parziali e immediati nell’interesse delle classi subalterne e l’obiettivo generale di superamento della società capitalistica.

Un nesso che la socialdemocrazia ha irrimediabilmente spezzato. Cancellata la rappresentanza politica dei lavoratori, il vecchio compromesso tra capitale e lavoro non è ripetibile nelle condizioni di crisi organica in cui versa un capitalismo declinante verso il parassitismo della finanza, che grava su strati sociali sempre più ampi. D’altra parte, le continue mutazioni del capitale, come del lavoro, non hanno attenuato le forme di sfruttamento degli esseri umani da parte di altri esseri umani. Al contrario, le hanno rese più sofisticate e anche più dure, al punto tale da occupare l’intero tempo di vita e ogni ambito di attività umana dentro la camicia di forza della proprietà capitalistica, troppo primitiva e ormai inadeguata.

Uno stato delle cose che richiede, seguendo Marx, il rivoluzionamento dell’insieme dei rapporti sociali. Per la semplice ragione che coloro i quali lavorando, donne e uomini, producono la ricchezza e costituiscono il tessuto connettivo della società, o che non lavorando dalla ricchezza sono strutturalmente esclusi, possono conquistare i presupposti della libertà e la possibilità di liberare ogni loro capacità solo se dispongono essi stessi dei mezzi di produzione materiali e immateriali, e di tutte le condizioni di formazione della cultura. Uno scenario che la nostra Costituzione del 1948 non esclude. E anzi delinea come un progetto in divenire, ben al di là della tutela dei beni comuni esistenti.

Qui emerge un altro nodo storico-politico su cui è necessario fare chiarezza, contrastando un’interpretazione da più parti diffusa con malcelati intenti salvifici, secondo cui l’assenza della sinistra oggi deriverebbe in ultima analisi dalla presenza storica del Pci, non dalla sua cancellazione. Tuttavia, se non si analizza e non si comprende il ruolo del Pci, che nella storia di questo Paese è stato di gran lunga il principale interprete della sinistra, e se non se ne riscoprono le motivazioni profonde che hanno consentito conquiste fondamentali di democrazia e di libertà a cominciare proprio dalla Costituzione più avanzata del mondo, una sinistra nuova, all’altezza dei compiti del nostro tempo, ben difficilmente avrà vita.

Il discorso sul Pci non va eluso, ma non si può negare che nella sua ispirazione di fondo, da Gramsci e Togliatti fino a Longo e Berlinguer, il Pci si proponesse di trasformare la società in senso socialista per una via del tutto originale. Vale a dire, per via costituzionale, attraverso le riforme previste dalla Costituzione del 1948, generando consenso ed espansione della democrazia, dando a questa un profondo contenuto sociale, che deriva dai limiti imposti alla proprietà privata piegata all’esigenza superiore della funzione sociale e al riconoscimento di forme diverse da quella privata.

Nei momenti migliori il Pci si è mosso lungo una linea di marxismo creativo, unendo concretezza e prospettiva, il sociale e il politico, la capacità di rappresentare il lavoro e di costruire una nuova classe dirigente di livello nazionale ed europeo. L’originalità e la più rilevante innovazione introdotte da Gramsci e da Togliatti consistono esattamente nel superamento nel dilemma che nel Novecento ha dilaniato le sinistre comuniste e socialdemocratiche: riforme o rivoluzione? La rivoluzione nella società e nello Stato attraverso le riforme. Questa è la risposta che troviamo nella pratica politica di Togliatti, che elabora la via italiana al socialismo percorrendo i passaggi decisivi della democrazia progressiva e del partito nuovo di massa.

In altre parole, il rivoluzionamento della società e dello Stato attraverso riforme della struttura economico-sociale e della sovrastruttura culturale, che si compie attraverso un processo di trasformazione guidato dalla politica concepita come partecipazione e protagonismo di massa, in grado di costruire un blocco storico egemone. Un percorso reso praticabile proprio dalla Costituzione, in particolare dal titolo III, laddove il pluralismo nelle forme di proprietà rende bene l’idea di un progetto di cambiamento in progress, fino al possibile superamento dei rapporti di produzione capitalistici.

Abbandonare questa impostazione e con essa la conquista storica della Costituzione equivarrebbe alla sepoltura tombale della sinistra, in una fase in cui si tratta di stabilire se la società debba essere definitivamente conformata sugli interessi del capitale, vale a dire del profitto e dell’impresa, o – al contrario – se debba prevalere la centralità del lavoro, come è necessario. Considerando il lavoro non solo come interscambio permanente tra uomo e natura, e quindi forza produttiva fondamentale della ricchezza, che comporta una visione unitaria e inscindibile dello sfruttamento umano e ambientale, ma anche come fattore costitutivo della personalità e della libertà degli umani.

Invece di andare alla ricerca della pietra filosofale nascosta in qualche parte del mondo, è tempo di riconoscere che con la Costituzione, che fonda sul lavoro un nuovo ordine economico, politico e sociale, in Italia disponiamo di una straordinaria piattaforma per il cambiamento. Su cui realizzare il massimo di unità e di mobilitazione.

Paolo Ciofi

www.paolociofi.it

 

 

 Questo articolo di Paolo Ciofi è stato pubblicato il 3 settembre 2015 sul sito dell'autore "dalla parte del lavoro" con il titolo "La sinistra e la vita". (www.paolociofi.it)

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