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Ignorato il congresso del Partito del socialismo europeo a Madrid

PSE a Madrid 350 minLe assise socialiste (PSE) si sono svolte venerdì e sabato scorsi. Varato il Manifesto programmatico per le prossime elezioni dell’Europarlamento. Manca la discontinuità con il recente passato.
di Aldo Pirone - “la Repubblica”, si sa, si definisce un giornale progressista, in prima fila nella battaglia contro l’assalto sovranista all’attuale Unione europea. Non passa giorno in cui nel quotidiano di via Cristoforo Colombo non c’è un “vade retro” contro i nazionalisti-sovranisti-xenofobi domestici ed europei e, di contro, l’esaltazione d'improbabili salvatori, tipo Macron (della Merkel non se ne parla più perché in uscita) e, si parva licet, l’incredibile Calenda, in grado di fare argine agli Orban, ai Kaczyński, ai Salvini, alla Le Pen e camerati al seguito. E non c’è domenica, ovviamente, in cui nei suoi articoli di fondo, sempre più prolissi quanto sconclusionati, l’ex nonno di Renzi, Eugenio Scalfari, il vate e fondatore del giornale, non lacrimi sul destino cinico e baro che vede i barbari alle porte di Strasburgo e Bruxelles, passando per Parigi, Roma, Varsavia, Budapest, Praga, Berlino ecc.

Ho sfogliato e risfogliato per tre giorni questo giornale campione di europeismo per leggere qualcosa sul Congresso svoltosi venerdì e sabato scorsi a Madrid del Partito socialista europeo in cui è stato presentato il Manifesto programmatico per le prossime elezioni di maggio dell’europarlamento. “Zero tituli”, zero commenti, zero informazioni. Evidentemente il Pse non fa notizia, nel bene o nel male, per il quotidiano discendente, tramite, Scalfari, dai Fratelli Rosselli.

Per la verità “la Repubblica” del nuovo direttore Carlo Verdelli non è il solo grande organo d’informazione ad aver “bucato” la notizia del Congresso dei socialisti europei, per altro non improvvisa e nota da tempo. Sta di fatto che l’avvenimento non è all’attenzione di quasi nessuno. Sia per l’estrema provincialità della politica italiana, sia perché a dominare nei mass media il dibattito sull’Europa qui da noi, finora, sono le sbruffonate propagandistiche dei sovranisti di destra contrapposte ai flebili lagni delle élite moderate semi sovraniste che si sforzano di chiamare a raccolta per difendere la loro Europa. Senza alcuna consapevolezza da parte di costoro – anche perché ripropongono le stesse ricette avvolte in una spessa nube di retorica - che sono stati proprio essi che hanno aperto la strada ai nazionalsovranisti, alzandogli le vele con la loro politica economica fondata sull’austerità neoliberista. I partiti socialisti europei sono stati subalterni a codeste élite moderate delle proprie borghesie nazionali e si sono malinconicamente avviati, chi più chi meno, verso un disonorevole declino elettorale, culturale e organizzativo.

Le prossime elezioni europee potevano essere l’occasione per invertire questa tendenza, per sottoporre le proprie subalternità passate a un'autocritica spietata e quindi aManifesto PSE ricominciare a far squillare le trombe di un socialismo che mette al centro del proprio programma il rifacimento dell’Europa nel segno del federalismo e della giustizia sociale e della sostenibilità ambientale, per farne un soggetto che sappia essere all’altezza di un mondo che si va facendo tripolare fra gli Sates di Trump, l’eterna Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping. Invece non sembra che si sia colta questa esigenza e quest'occasione. Inoltre ci si è messa di mezzo pure una certa sfortuna nella scelta della location. Il Pse per le proprie assise aveva scelto Madrid, che era uno dei pochissimi posti dove un partito socialista era ancora al governo nel nostro continente. Poi anche il governo Sanchez è entrato in crisi e il premier socialista ha annunciato elezioni anticipate nelle quali, a quanto sembra, solo un miracolo potrebbe evitare la vittoria della destra con dentro di sé la nuova componente, Vox, sovranista, nazionalista e xenofoba. Una destra a tre punte (Pp, Ciudadanos e Vox) mentre a sinistra ancora non è noto se e come intendano unirsi per contrastare il pericolo.

Una lettura del manifesto evidenzia che il Pse avanza proposte concrete, sociali ed ecologiche, anche giuste in sé “per fare in modo che gli interessi economici non danneggino l'ambiente". Sul piano sociale i socialisti dell'Ue propongono: salario minimo europeo dignitoso in tutti i paesi; istituzione di un budget proprio per l’Eurozona; la creazione di un’autorità contro il “dumping sociale” che contrasti la concorrenza al ribasso sul costo del lavoro; un’assicurazione europea per la disoccupazione; un piano europeo di investimenti di lungo periodo; una tassazione sui profitti che eviti i paradisi fiscali nell’Unione (Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Belgio, Malta). Sul piano ecologico puntano alla realizzazione di “un "fondo di transizione per sostenere con un giusto equilibrio sociale l'agenda per lo sviluppo sostenibile dell'Onu e i suoi obiettivi per il 2030" e “un rinnovamento dell’industria europea, con l'obiettivo di un’Europa leader nelle energie rinnovabili e climaticamente neutrali al massimo entro il 2050. Per ciò che riguarda la nota dolente dell’immigrazione, i socialisti propongono di "Aprire canali sicuri e legali di ingresso nell'Ue, sostenere le capacità di protezione nelle regioni adiacenti (da intendersi nord Africa, n.d.r.), combattere le cause dell'immigrazione inclusi i cambiamenti climatici". Per quanto riguarda, infine, le Istituzioni europee si propongono di superare il “metodo semestrale” di governo europeo e di favorire la partecipazione democratica. Tutti buoni e ottimi propositi.

Che cosa manca dunque? Manca l’essenziale. Manca una critica e un’autocritica severa e spietata sugli errori commessi in questi ultimi due decenni di subalternità al neoliberismo. Manca l’obiettivo di una rifondazione dell’Europa come soggetto sovranazionale e federale con adeguate Istituzioni democratiche. Manca il nesso fra federalismo sovranazionale, giustizia sociale e ambientale. Manca l’obiettivo di mettere alla base della nuova costruzione costituzionale europea quel sistema di valori democratici, sociali e progressisti che metta fuori della porta chi a quei valori non aderisce. Manca, in sostanza, la discontinuità. Un deficit, questo, evidenziato dall’aver scelto come candidato Presidente alla Commissione europea quel Frans Timmermans che ne è stato vicepresidente, sotto Junker, nell’ultima legislatura dominata dalla politica economica dell’austerità dettata dalla Berlino di Frau Merkel.

Senza un approccio visibile di discontinuità nelle proposte e negli uomini, l’obiettivo del superamento delle politiche di austerità, che pure viene enunciato, così come tutti gli altri obiettivi di giustizia ed eguaglianza dei diritti, diventa una presa in giro.

Al manifesto manca, dunque, l’anima del socialismo internazionalista. Un’anima che sarebbe pure nelle corde del socialismo europeo se non fosse stata devitalizzata nell’ultimo ventennio dal blairismo che ha costretto i socialisti a un progressivo declino. E tutto ciò non può essere coperto dal canto di “Bella ciao” da parte dei delegati e il grido “No pasaran” rivolto ai nazionalsovranisti, come riporta la cronaca del cattolico L’Avvenire; fra i pochi giornali, insieme all’Huffington post, a essersi occupato delle assise socialista di Madrid.
“Bella ciao” potrebbe essere, ironicamente, rivolto all’Europa.

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Il 3 marzo del PD

  • Pubblicato in Partiti

partito democratico bandiera350 250di Donato Galeone - Le primarie del PD per una guida con intelligenza sociale unitaria. Domenica 3 marzo prossimo, con le primarie del PD, si mira a riavvicinare la generalità dei cittadini italiani al Partito Democratico e indicare una guida aperta alla “intelligenza sociale politica umana” del terzo millennio.

Osserviamo e osservano molti cittadini-elettori che, da tempo, i “partiti ” sono considerati nella loro operatività sociale - ormai ed essenzialmente - inadeguati alla proposta politica e, quindi, tende a prevalere nella opinione pubblica, l'idea che la “forma partito” debba essere oggetto di attenta indagine sociologica nel contesto della scienza politica di una società alla “quarta” fase, evolutiva, tanto nella storia mondiale quanto dell'economia e della cultura umana.

- Tutti sappiamo, sintetizzando, che la fase “prima è stata l'agricoltura” passando da nomade e imparando sia a coltivare la terra che ad allevare gli animali: diventa non più vagante ma stanziale e i inizia a navigare ed esplorare, inventando concetti nuovi, come la proprietà, il denaro, il commercio ed anche il diritto.

- La “seconda è l'industria” che affida non più alla fatica delle braccia umane - anche nella condizione di schiavitù come agli animali da soma e da tiro - la produzione ed i trasporti con la nascita delle macchine: si producono beni, standardizzati e in grandi quantità, nelle fabbriche e la prospettiva delle persone e delle imprese nazionali appare sempre più determinata dal controllo delle tecnologie e dei mezzi di produzione.

- La “terza è l'informazione” che affida il potere nelle mani di quanti hanno maggiori conoscenze capaci di controllare i flussi informativi che contano più del possesso delle risorse e delle loro attrezzature meccanizzate per la trasformazione in prodotti finiti e servizi: la occupazione - cioè il lavoro contrattato e partecipato - già prevalentemente prima agricolo e poi, sopratutto, industriale, tende a prevalere – oggi – nel ricercato settore definito “terziario” che con la “comunicazione” si completa e si qualifica elemento fondamentale della natura umana.

Alvin Toffler, analizzando queste epoche o fasi storiche, le definisce “ondate economiche sociali che non si annullano ma si sovrappongono” ed è proprio la “comunicazione” - che risale a più di cinquemila anni fa – lo dimostra con la “scrittura prima ideografica e poi fonetica in prevalenza”. Cosi come l'agricoltura che cambia e rimane per l'alimentazione umana e animale mentre nell'era dell'informazione tende a innovarsi lo sviluppo dell'industria.

In questo aggiornato e sintetico contesto che viviamo, il 3 marzo le primarie del PD - giornata per la democrazia - potrebbero risultare più o meno affollate, tenuto anche in conto che “appena la metà degli iscritti allo stesso PD” hanno espresso il proprio voto ai candidati per la guida del partito .
Piaccia o no, conosciamo da tempo, il diffuso e crescente atteggiamento di disistima verso i “Partiti Politici” che, peraltro, viene confermato, anche, dalla “caduta di partecipazione elettorale popolare italiana”
Infatti constatiamo e leggiamo che i Italia le “aree del non voto” si compone di 13,7 milioni di persone alla Camera e di 12,6 milioni al Senato della Repubblica, tra astenuti, schede bianche e nulle.
Ed il Censis - rilevando quelle astensioni dal voto del 4 marzo 2018 - aggiunge che “l'area del non voto si presenta in salita”: con l'11,3% del 1968; con il 23,5% del 1996 e con il 29,7% del 2018.
Appare, sociologicamente interessante, sottolineare che quell'elettorato di circa un terzo di non votanti nel marzo 2018, ritengono che “gli attuali partiti politici sono tutti uguali”

Questi dati e orientamenti devono indurre a riflettere, responsabilmente e oggettivamente, pur considerando che la generica e superficiale opinione o convinzione che i Partiti, quali istituzioni costituzionali rappresentative – non è vero – che sono tutti uguali.
Appare chiaro, invece, che “per l'area del non voto è in crisi la rappresentanza” e, quindi, quella stessa rappresentanza non può essere valutata dagli elettori se è eccellente, inefficace o mendace, perché è inesistente.

Purtroppo è vera - in quanto attualizzato da tempo - la qualunquistica presenza improvvisata di liste elettorali cosiddette “civiche” strumentalmente definite “gruppi civici” che negano solo nominalmente di definirsi rappresentanti di “parte o di partito” mediante l'ingannevole tentativo - gravissimo nelle relazioni umane - sia nel disorientare che nel rendere a livelli bassi l'alto valore della politica declamata e praticata, in libertà, dai cittadini.
E non solo verso una parte di elettori dei tradizionali schieramenti convenzionali di destra, sinistra o centro - ma nel cercare, artificiosamente, di escludere e non includere le moltitudini di persone dalle questioni individuali e famigliari vere: quali l'esercizio del diritto al lavoro che manca e il superamento del disagio sociale territoriale crescente delle povertà.

 

A me sembra ragionevole e determinante - elettore al gazebo del 3 marzo - ma penso anche di altri italiani non ancora coinvolti nelle primarie del PD che “debba essere superato il rischio” di volere identificare il coinvolgimento spontaneo di elettori alle primarie PD non come libera scelta individuale e collettiva ma come una “lotta egemonica per la rappresentanza” tanto irriguardosa quanto non rispettosa sia del “pluralismo che dei contenuti politici e programmatici” delle rappresentanze risultante minoritarie nel PD se lasciate inascoltate.

Risulterebbe un atto politico suicida, consumato da una rappresentanza quantitativamente vincente nella guida del PD e una rappresentanza perdente che va ascoltata e resa disponibile in quanto legittimata e responsabile – unitariamente tra i democratici italiani – in presenza di una Italia europea che non dà lavoro ed è in recessione, con prodotto interno lordo ridotto al meno 0,2% nel quarto trimestre 2018; con un fatturato industriale di meno 3,5% rispetto a novembre e meno 7,9% su base annua.
I democratici italiani ed il Paese attendono “una guida unitaria del PD coesa nei contenuti e partecipata” con intelligenza sociale avanzata e collegiale per favorire – anche attraverso le prossime elezioni del Parlamento europeo – un graduale e certo superamento della caduta in recessione economica e sociale.
Una dirigenza unitaria del PD non di facciata ma di credibilità cogente sia in Italia che in Europa, che sappia ricomporre la storia della democrazia economica e della cultura umana del lavoro, mediante una “coltivazione attiva” dell'impegno sociale, verso le “comunità di ogni livello territoriale” considerando che la sfida mondiale del terzo millennio apre alla “conoscenza umana” con le nuove tecnologie informatiche, le innovazioni e la ricerca teorica e pratica.
Ed è proprio il “sentirsi comunità che significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri – sottolineava il Presidente della Repubblica a fine anno 2018 e aggiungeva che “ comunità significa stare dentro un futuro comune da costruire insieme”.

Il 3 marzo 2019 per il PD e per i cittadini italiani – raccogliendo il messaggio di fine anno del Presidente Mattarella – è certamente una giornata di libera partecipazione democratica “rispettosa degli uni verso gli altri, consapevoli degli elementi che uniscono” per contribuire a favorire la democrazia italiana ed europea.
(D.G.)
Roma, 24 febbraio 2019

 

 

 

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partito democratico bandiera350 250di Donato Galeone - Le primarie del PD per una guida con intelligenza sociale unitaria. Domenica 3 marzo prossimo, con le primarie del PD, si mira a riavvicinare la generalità dei cittadini italiani al Partito Democratico e indicare una guida aperta alla “intelligenza sociale politica umana” del terzo millennio.

Osserviamo e osservano molti cittadini-elettori che, da tempo, i “partiti ” sono considerati nella loro operatività sociale - ormai ed essenzialmente - inadeguati alla proposta politica e, quindi, tende a prevalere nella opinione pubblica, l'idea che la “forma partito” debba essere oggetto di attenta indagine sociologica nel contesto della scienza politica di una società alla “quarta” fase, evolutiva, tanto nella storia mondiale quanto dell'economia e della cultura umana.

- Tutti sappiamo, sintetizzando, che la fase “prima è stata l'agricoltura” passando da nomade e imparando sia a coltivare la terra che ad allevare gli animali: diventa non più vagante ma stanziale e i inizia a navigare ed esplorare, inventando concetti nuovi, come la proprietà, il denaro, il commercio ed anche il diritto.

- La “seconda è l'industria” che affida non più alla fatica delle braccia umane - anche nella condizione di schiavitù come agli animali da soma e da tiro - la produzione ed i trasporti con la nascita delle macchine: si producono beni, standardizzati e in grandi quantità, nelle fabbriche e la prospettiva delle persone e delle imprese nazionali appare sempre più determinata dal controllo delle tecnologie e dei mezzi di produzione.

- La “terza è l'informazione” che affida il potere nelle mani di quanti hanno maggiori conoscenze capaci di controllare i flussi informativi che contano più del possesso delle risorse e delle loro attrezzature meccanizzate per la trasformazione in prodotti finiti e servizi: la occupazione - cioè il lavoro contrattato e partecipato - già prevalentemente prima agricolo e poi, sopratutto, industriale, tende a prevalere – oggi – nel ricercato settore definito “terziario” che con la “comunicazione” si completa e si qualifica elemento fondamentale della natura umana.

Alvin Toffler, analizzando queste epoche o fasi storiche, le definisce “ondate economiche sociali che non si annullano ma si sovrappongono” ed è proprio la “comunicazione” - che risale a più di cinquemila anni fa – lo dimostra con la “scrittura prima ideografica e poi fonetica in prevalenza”. Cosi come l'agricoltura che cambia e rimane per l'alimentazione umana e animale mentre nell'era dell'informazione tende a innovarsi lo sviluppo dell'industria.

In questo aggiornato e sintetico contesto che viviamo, il 3 marzo le primarie del PD - giornata per la democrazia - potrebbero risultare più o meno affollate, tenuto anche in conto che “appena la metà degli iscritti allo stesso PD” hanno espresso il proprio voto ai candidati per la guida del partito .
Piaccia o no, conosciamo da tempo, il diffuso e crescente atteggiamento di disistima verso i “Partiti Politici” che, peraltro, viene confermato, anche, dalla “caduta di partecipazione elettorale popolare italiana”
Infatti constatiamo e leggiamo che i Italia le “aree del non voto” si compone di 13,7 milioni di persone alla Camera e di 12,6 milioni al Senato della Repubblica, tra astenuti, schede bianche e nulle.
Ed il Censis - rilevando quelle astensioni dal voto del 4 marzo 2018 - aggiunge che “l'area del non voto si presenta in salita”: con l'11,3% del 1968; con il 23,5% del 1996 e con il 29,7% del 2018.
Appare, sociologicamente interessante, sottolineare che quell'elettorato di circa un terzo di non votanti nel marzo 2018, ritengono che “gli attuali partiti politici sono tutti uguali”

Questi dati e orientamenti devono indurre a riflettere, responsabilmente e oggettivamente, pur considerando che la generica e superficiale opinione o convinzione che i Partiti, quali istituzioni costituzionali rappresentative – non è vero – che sono tutti uguali.
Appare chiaro, invece, che “per l'area del non voto è in crisi la rappresentanza” e, quindi, quella stessa rappresentanza non può essere valutata dagli elettori se è eccellente, inefficace o mendace, perché è inesistente.

Purtroppo è vera - in quanto attualizzato da tempo - la qualunquistica presenza improvvisata di liste elettorali cosiddette “civiche” strumentalmente definite “gruppi civici” che negano solo nominalmente di definirsi rappresentanti di “parte o di partito” mediante l'ingannevole tentativo - gravissimo nelle relazioni umane - sia nel disorientare che nel rendere a livelli bassi l'alto valore della politica declamata e praticata, in libertà, dai cittadini.
E non solo verso una parte di elettori dei tradizionali schieramenti convenzionali di destra, sinistra o centro - ma nel cercare, artificiosamente, di escludere e non includere le moltitudini di persone dalle questioni individuali e famigliari vere: quali l'esercizio del diritto al lavoro che manca e il superamento del disagio sociale territoriale crescente delle povertà.

 

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Risulterebbe un atto politico suicida, consumato da una rappresentanza quantitativamente vincente nella guida del PD e una rappresentanza perdente che va ascoltata e resa disponibile in quanto legittimata e responsabile – unitariamente tra i democratici italiani – in presenza di una Italia europea che non dà lavoro ed è in recessione, con prodotto interno lordo ridotto al meno 0,2% nel quarto trimestre 2018; con un fatturato industriale di meno 3,5% rispetto a novembre e meno 7,9% su base annua.
I democratici italiani ed il Paese attendono “una guida unitaria del PD coesa nei contenuti e partecipata” con intelligenza sociale avanzata e collegiale per favorire – anche attraverso le prossime elezioni del Parlamento europeo – un graduale e certo superamento della caduta in recessione economica e sociale.
Una dirigenza unitaria del PD non di facciata ma di credibilità cogente sia in Italia che in Europa, che sappia ricomporre la storia della democrazia economica e della cultura umana del lavoro, mediante una “coltivazione attiva” dell'impegno sociale, verso le “comunità di ogni livello territoriale” considerando che la sfida mondiale del terzo millennio apre alla “conoscenza umana” con le nuove tecnologie informatiche, le innovazioni e la ricerca teorica e pratica.
Ed è proprio il “sentirsi comunità che significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri – sottolineava il Presidente della Repubblica a fine anno 2018 e aggiungeva che “ comunità significa stare dentro un futuro comune da costruire insieme”.

Il 3 marzo 2019 per il PD e per i cittadini italiani – raccogliendo il messaggio di fine anno del Presidente Mattarella – è certamente una giornata di libera partecipazione democratica “rispettosa degli uni verso gli altri, consapevoli degli elementi che uniscono” per contribuire a favorire la democrazia italiana ed europea.
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Congresso Cgil: Orizzonte nuovo per l'unità sindacale

Maurizio Landini 350 260 minDonato Galeone* - Ho seguito e ascoltato in diretta mediante i moderni mezzi di comunicazione tra cui “rassegna.it” i lavori del XVIII Congresso nazionale della CGIL convocato a Bari il 22 gennaio che si concluderà con un documento conclusivo e il rinnovo della dirigenza sindacale.

Ho ascoltato la relazione, ampia, letta dal Segretario Generale Susanna Camusso - da otto anni alla guida della CGIL – che nelle analisi sulle tematiche centrali del sociale ed economico nel momento politico nazionale ed europeo ha voluto sottolineare - in sintesi - le “priorità rilevate della CGIL,CISL,UIL da inserire nella legge di bilancio 2019” discusse e condivise dalla base sociale attiva di un corpo intermedio: la rappresentanza unitaria di oltre dieci milioni di lavoratori associati che - il 9 febbraio a Roma - manifesterà la volontà unitaria democratica sulla “questione sociale e del lavoro”.

E' anche questo l'esercizio costituzionale del diritto di una “rappresentanza sociale” - da ascoltare - ad ogni livello istituzionale e di Governo nel merito di proposte da confrontare - essenzialmente - sulle “politiche attive e sociali del lavoro”.

E nel merito della “rappresentanza” Susanna Camusso - sottolineando la complessità del momento politico e sociale - rivolgendosi al Segretario della CISL e al Segretario della UIL - invitati e presenti al Congresso - ha detto che “dobbiamo avere cura della nostra base sociale che non può essere in appalto a nessuno” ed ha aggiunto che ”voglio dirlo in modo molto preciso: abbiamo bisogno di un Sindacato Confederale davvero unitario. E' una svolta obbligata, l'unica che potrebbe fare la differenza ed è l'unica scelta che guarda da un orizzonte nuovo e non ci riporta al parallelismo, alle componenti di partito (negli anni '50 e '70 definiti collateralismi) ma che salvaguarda e rafforza l'autonomia”.

Una dichiarazione - a mio avviso - tanto solenne quanto chiara da me attesa dagli anni '70 che con altrettanta volontà nuova - dopo circa 40 anni - già impegna il Segretario della UIL e far dire alla Camusso, per la CGIL, di voler “fare come nel '72 proponendoci gruppi di lavoro o costituenti” che, con la CISL, elaborino proposte tra le “rappresentanze” validate tra territori e luoghi di lavoro per la ricostruzione della unità sindacale.

Si tratterebbe, ora, di essere conseguenti nel partire, dopo la manifestazione e nazionale CGIL-CISL-UIL del 9 febbraio 2019.

Una prima determinata risposta – in direzione operativa ed unitaria – è stata data da Annamaria Furlan, per la CISL, dopo il suo saluto commosso a Susanna Camusso, mentre al XVIII Congresso ha voluto richiamare il ”valore politico e morale della rappresentanza sociale unitaria, in una fase nella quale la stessa democrazia rappresentativa viene messa in discussione”.

Ma non basta - ha osservato la Segretaria della CISL - che qualcuno riconosce la nostra rappresentanza quanto è essenziale di “essere in grado, ogni giorno, di esercitare la rappresentanza”.

E il 9 febbraio prossimo - ha sottolineato Furlan - è l'occasione per “esercitare la rappresentanza” della CGIL-CISL-UIL, con la grande manifestazione unitaria di Roma.

Con la manifestazione nazionale anche nella piazza diremo - ha aggiunto il Segretario della CISL - al Governo di “fare del lavoro il vero filo logico su cui costruire le nostre priorità e che la crescita e sviluppo significano futuro della dignità delle persone che rappresentiamo”.

E nel dimensionare, subito, sia i contenuti che le aree azione sindacale, ecco, due iniziative unitarie promosse dalla rappresentanza CGIL-CISL-UIL: “una per il Sud del Paese e una sull'Europa”.cgil cisl uil 350 260

Sia la relazione del Segretario CGIL Camusso che gli interventi di saluto dei Segretari CISL e UIL mi hanno coinvolto, per le novità ascoltate, mediante miei rapidi commenti tra gli altri pubblicati nella diretta FACEBOOK “rassegna.it” dal Congresso Cgil.

Ho scritto e comunicato così:“coerente intervento della Furlan, per la CISL, alla relazione Camusso, in rappresentanza di oltre 10 milioni di lavoratori: autentica rappresentanza unitaria sindacale e politica da ascoltare”. E ancora - nei 70 anni dalla nascita della CISL e per la sua “vocazione unitaria nell'autonomia” – ho aggiunto: “riconferma della CISL per la riapertura del 'cantiere' verso la ricostruzione dell'unità sindacale dei lavoratori”.

Appresa la notizia (facebook) alle ore 12,30 di ieri che - Maurizio Landini - è o sarà il candidato unitario a Segretario Generale della CGIL da proporre al Congresso, dopo il ritiro della candidatura di altro Segretario Confederale - Vincenzo Colla - ho subito traslato il mio ricordo, del gennaio 2015, sul pensiero politico e sindacale - attento e critico - su Landini, Segretario della FIOM, alla domanda postagli “sull'Italia in crisi” e il consenso ampio e negativo sulle politiche di austerity.
Egli, Landini, domandava a se stesso: ”cosa posso fare, cosa può fare la Fiom per cambiare le politiche di un governo che non ha scelto nessuno e che ha fatto i patti con i poteri forti?" (huffingtonpost.it- ancor 27.01,2015 e www.sinistralavoro.it)

A questa problematica domanda interiore - resa pubblica anche con mio post su facebook del 29 gennaio 2015 - mi permisi rispondere a Landini che “era innanzitutto necessario tra i sindacati dei lavoratori democratici – nella dimensione nazionale ed europea - di adeguare e riproporre un nuovo sindacato dei lavoratori quale mezzo sociale organizzato di lotta e di confronto democratico verso quei poteri forti – ancor più riemergenti – nel nuoco contesto globale dello sviluppo economico che tende, di fatto, tanto a ridurre le occasioni di lavoro quanto i livelli retributivi, con la conseguente crescita delle povertà individuali e famigliari”.

Aggiunsi e sottolineai a Landini di pensare, anche, a  "un autentico sindacato con una politica sociale unitaria condivisa dai lavoratori, per avviare la conquista visibile dell'esercizio universale del diritto al lavoro vero – contrattato e partecipato in piena autonomia e confronto – nel dialogo tra parti sociali – da sollecitare a partiti e governi e da praticare nella dimensione nazionale, ragionale ed europea”.

Conclusi, così, il mio breve post commento di tre anni fa su cosa poteva fare, in Italia, la FIOM di allora e, oggi, quello stesso Landini alla guida della CGIL potrà farlo con CISL e UIL..

Penso Maurizio Landini, eletto Segretario Generale della CGIL - favorito dalla disponibilità dichiarata dalla CISL e dalla UIL - contribuirà alla ripresa del “processo di unità sindacale nell'autonomia” richiamato e sollecitato da Susanna Camusso al XVIII Congresso di Bari.

(*) già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

 

 

 

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Congresso PD: è già tutto consumato?

  • Pubblicato in Partiti

BANDIERE PD 350 260di Valentina Calcagni: Posizioni Congressuali - Non ho da iscrivermi a nessuna tifoseria o contrattare posizionamenti pertanto continuerò, se ci saranno le condizioni, a lavorare come faccio da tempo.

Se la Politica sta andando in esilio è responsabilità di giochini a cui non intendo prestarmi per dovere di serietà.
Mi avrebbe fatto piacere confrontarmi con gli amici militanti attivisti e dirigenti su quanto è stato fatto dal Governo PD, cosa rimaneva da fare e cosa andava migliorato.
Penso alla Riforma del Lavoro, della Scuola, le leggi sui Diritti Civili, alle misure contro la povertà, alle politiche industriali, mai nessun Governo era stato tanto produttivo e allora sarebbe stato nostro dovere prima che nostro compito, difenderlo, rivendicarlo con forza e convinzione.

Non è accaduto...anzi! C'è stata la gara a prendere le distanze con una certa repulsione. E allora mi domando, cosa distingue oggi i candidati tra di loro? considerato che su uno in particolare convergono i tre quarti di quel
Governo PD ?

Un altro candidato è stato Ministro del medesimo Governo, vicesegretario e segretario uscente del Partito, sembra tutto surreale ma è tutto vero.

A mio modo di vedere è già tutto consumato.
Il mio impegno non verrà meno perchè c'è bisogno di resistenza civile in questo momento difficile per l'Italia e soprattutto per i più deboli.

Un Congresso concentrato unicamente a parlare di noi è la mortificazione della politica riducendola ad una misera conta tutta interna.

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PD. Mazzocchi scrive a Eugenio Scalfari

  • Pubblicato in Partiti

Eugenio Scalfari 350 260 minIl testo intergrale della lettera che Ermisio Mazzocchi ha scritto a Eugenio Scalfari a proposito delle posizioni da lui assunte in merito a quello che dovrebbe essere il congresso straordinario del PD e le stesse scelte che esso dovrebbe operare.


 

Alla c.a.
Eugenio Scalfari
La Repubblica
Roma

«Egregio Scalfari,
ho letto l'invito che lei ha rivolto a Luigi Zanda a esporre una sua valutazione sul PD e la situazione politica europea e italiana. (La Repubblica 8 dicembre 2018).
Mi consenta qualche breve considerazione su quanto scritto da Zenda.
Mi sembra che l'analisi dello stato attuale della situazione politica svolta da Zanda sia soddisfacente e che in sostanza descriva avvenimenti noti e riveli una conflittualità sociale e politica sufficientemente conosciuta.
In riferimento al PD appare scontato che è in uno stato di estrema difficoltà e ancora una volta si cade in considerazioni rivolte alla persona (Zingaretti) più che ai programmi.
Dove è la carenza che rilevo in questa descrizione di ottima fattura? Manca una approfondimento su le forze in campo, in particolari quelle del capitale finanziario, una assenza di una visione dello scontro sociale provocato da una carenza dei punti cardini di una società, quali il lavoro, la stabilità occupazionale, la qualità della vita. Nessun riferimento ai processi nefasti della globalizzazione.
E per quanto riguarda il PD, accennare a un congresso senza interrogarsi cosa è il PD, cosa deve essere, cosa rappresenta, non chiarisce quale congresso deve svolgersi. Dove si deve collocare il PD? Su un riformismo rinnovato, su un orizzonte della sinistra, su un area centrista? Sono risposte che si devono dare, soprattutto da parte di chi si ritiene esperto di politica.
Un congresso che dovrebbe, tra l'altro, rinnovare la democrazia per rendenderla più vicino ai bisogni della gente. Come non si può non essere d'accordo? Ma è la sua sostanza che mi lascia perplesso. Quale democrazia, come renderla efficace, quali sono gli interlocutori di questa democrazia e quindi dello stesso PD? La società, si potrebbe affermare. Società, termine generico che dice tutti e nessuno.
Sono interrogativi che non possono essere elusi.
Avrei preferito una risposta più nel merito degli sconvolgimenti sociali ed economici che investono l'Italia e l'Europa. E come il PD intende rispondere a essi e vorrebbe definire la sua identità.
E questo era il senso, a mio avviso, della sue richiesta. E per quanto mi riguarda dobbiamo inviare messaggi che entrino nel vivo del tessuto sociale. Altrimenti si continua a parlare degli altri, a non proporre alternative, a parlare di se stessi.
Ho voluto esprimere brevi riflessioni e mi scuso per la loro sintesi. Spero, comunque, di avere sufficientemente espresso le mie perplessità.
La ringrazio per la sua attenzione.

PS Conosco alcuni argomenti a lei cari. Pertanto, la invito ad andare sul sito del giornale online www.unoetre.it e leggere un mio articolo dal titolo "Via dal vento della confusione"».

 

Allego mia biografia.

Ermisio Mazzocchi, nato a Vetralla (1946), si trasferisce all’età di quattro anni a Cassino, dove completa gli studi medi, conseguendo la Maturità classica presso il Liceo classico “G. Carducci” di Cassino.
Laurea in Filosofia, conseguita presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” nell’anno accademico 1970/71 con una tesi discussa con il Prof. Renzo De Felice.
Docente nei Licei per un breve periodo. Si iscrive alla FGCI (Federazione giovani comunisti italiani) nel 1960 e poi dal 1965 al PCI.
Funzionario politico (a pieno tempo) del PCI della Federazione di Frosinone dal 1972, anno in cui si trasferisce a Frosinone, al 1985. Ricopre diversi incarichi come membro della Segreteria provinciale.
Ha sempre fatto parte degli organismi dirigenti della Federazione di Frosinone dal PCI al PD.
Presidente provinciale della Confederazione italiana coltivatori (oggi CIA) della provincia di Frosinone dal 1985 al 1990. Responsabile regionale (come funzionario politico) della Commissione agricoltura nel Comitato regionale del PCI e in seguito del PDS e dei DS del Lazio dal 1990.
Responsabile regionale dell’Autonomia tematica agricoltura del Lazio (PDS e DS) e responsabile dell’organizzazione di quella nazionale dal 1994 al 2001.
Nel 2016 è nominato dalla Federazione del PD di Frosinone responsabile de "Osservatorio su la trasparenza e la legalità".
Presidente, su nomina del Presidente della Regione Lazio, Badaloni, della “Consulta per la promozione dei prodotti tipici enogastronomici laziali della Regione Lazio” presso l’Arsial (Agenzia regionale per lo sviluppo e l’innovazione dell’agricoltura del Lazio) dal 1998 al 2000.
Collabora, con diversi incarichi, presso l’Arsial.
Tiene presso l’Università degli Studi di Cassino nell’anno Accademico 2003/2004 un corso sul tema “Storia della bonifica pontina”, svolto presso la sede universitaria di Terracina.
Cultore presso l’Università di Cassino e del Lazio Meridionale della materia per l'insegnamento di Storia delle dottrine politiche per l'AA. 2012/2013 e di quella per l'insegnamento di Storia della comunicazione politica e Pensiero politico e questione femminile per gli AA. AA. 2013/2018.
Prosegue il suo impegno politico nel PD con particolare attenzione al ruolo dei partiti nell’attuale momento della società italiana.
Pubblica i seguenti libri: “Lotte politiche e sociali nel Lazio Meridionale 1921-1963”, 2003, Premio letterario "Val di Comino" 2005; “Partiti e società nel Lazio meridionale 1964-1994”, (2011); Frosinone. Una provincia al voto 1946-2013”, (2013); La Camera del lavoro del Lazio meridionale dal dopoguerra al terzo millennio (coautore, 2018).

 

 

 

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Via dal vento della confusione

  • Pubblicato in Partiti

BANDIERE PD 350 260di Ermisio Mazzocchi - Si è concluso il percorso di quella che sarebbe dovuta essere la funzione innovativa del Partito Democratico nella sua formula culturale - politica, rappresentata nel suo programma di fondazione.
Un percorso turbolento e molto conflittuale con momenti, soprattutto nei primi mesi di vita, positivi e vivaci. Nel tempo sono emerse le sue contraddizioni in merito alla sua identità, alla sua collocazione, alla sua progettualità, alla struttura organizzativa.
Incertezze che hanno accentuato, via via sempre più, un accartocciamento su se stesso, esasperato da pratiche correntizie che hanno svuotato i valori fondanti del PD. Dobbiamo ritenere che le matrici originarie del progetto del PD, non abbiano, nel tempo e per contingenti avvenimenti, avuto la forza di generare una nuova cultura della politica italiana.

Oggi a dieci anni dalla sua creazione, constatiamo che tutto ciò che implicava una identità plurale e una gestione collegiale, non è stato sviluppato. Si è introdotta una pratica elitaria della gestione del partito veicolandola verso l'autoreferenzialità e la verticalizzazione della sua azione politica.
Il risultato del 4 marzo, e non solo esso, è stata l'espressione più lampante di quella rottura con il popolo italiano. Certamente le concause di quel voto sono diverse, non tutte riconducibili a situazioni oggettivamente problematiche, che non investivano e non si associavano a elettori che non vivevano direttamente quelle situazioni.
Credo che al punto in cui il PD è arrivato, sfiancato dalla molteplicità delle primarie, ai repentini cambi dei segretari nazionali, e dei presidenti di consiglio dei ministri, occorra ritrovare le ragioni della sua esistenza quanto meno ricostruire formule che non smarriscano il valore della sua funzione nella società italiana.
A mio parere le ragioni di questa caduta di credibilità e di un prosciugamento della forza propulsiva dei suoi valori costituenti, risiedono anche in un impoverimento ideale in cui primeggia quella ispirata a componenti cattoliche democratiche.

Per un partito come il PD nato per un costruttivo incontro delle principali colture della nostra epoca, appare evidente che si sarebbe dovuto mantenere viva questa caratteristica che affonda nella Costituzione.
Lo stacco dalla realtà e le implicazioni interne al PD, hanno affievolito, se non reso inerme, quella spinta delle forze riconoscibili nel movimento del cattolicesimo democratico, privato della dovuta attenzione da parte di quanti nel PD, di formazione e cultura cattolica, hanno assunto ruoli di direzione pubblica di governo, che si sono rivelate incapaci di cogliere le sollecitazioni del nuovo corso della chiesa di Papa Francesco.

Un dialogo si è interrotto. Si è stati sordi a quegli appelli che avrebbero potuto essere una solida opposizione al populismo vincente. Si ripropone una presenza che raccolga la migliore tradizione delle culture popolari sia di ispirazione cattolica che comunista, che possano fornire nuove categorie di interpretazione della società, non perdendo di vista le parole della "Teologia del Popolo", fortemente sostenuta da papa Francesco.
Egli afferma nella "Evangelii gaudium, 220" «che in ogni nazione gli abitanti sviluppano la dimensione sociale della loro vita, configurandosi come cittadini responsabili in seno a un popolo, non come massa trascinata dalle forze dominanti».
Per ragioni storiche e culturali il PD rimane la forma politica, che potrà anche essere modificata nella sua struttura organizzativa e nel suo orizzonte politico contingente, ma non dovrebbe annullare l'elaborazione di un nuovo "popolarismo", che per sconfiggere il becero populismo e la deriva fascista, reazionaria e conservatrice, inevitabilmente deve ritornare a un progetto unitario della confluenza delle due culture popolari.
Rimane aperto il problema di quali dovrebbero essere i "vettori" di questo nuovo progetto e rendere chiari i contenuti dei principi di uguaglianza, solidarietà, diritti.

Questi dovrebbero essere tra i temi centrali del congresso. Tuttavia, essi non emergono come dovrebbe essere, considerato che è vitale ricostruire una alternativa e ricomporre l'alleanza delle forze democratiche, ritenendo fondamentali quelle che hanno una diffusa e articolata presenza in aree del cattolicesimo democratico.
La cultura dominante è stata quella di una visione ottimistica della globalizzazione, che avrebbe dovuto avviare un nuovo corso di sviluppo e benessere, aprendo la strada a un liberismo che apparentemente si arricchiva dei valori solidaristici di stampo socialista e cristiano.
Il corso degli avvenimenti ha rivelato fallace quella prospettiva e il Pd non è stato in grado di cogliere la vera sfida che era in atto tra un capitale finanziario spietato e incontrollato e parti della società italiana, in cui crescevano le disuguaglianze, il precariato, la caduta del valore del Lavoro, la povertà.

Nel PD è mancata una visione e una capacità di cogliere un processo di caduta della qualità della vita e della emarginazione di ampi settori della società e delle parti più deboli di essa. La parte più legata al riformismo cattolico, il cattolicesimo popolare che ha sempre rappresentato la matrice da cui derivano valori che l'ha reso anche originale, non ha saputo o non voluto intercettare le attese e le richieste che si manifestavano nel mondo organizzato del cattolicesimo e in larghi strati popolari della società sensibile a quei valori sociali e religiosi.

Per essi, un riferimento oggi, è rappresentato da papa Francesco, che in questo suo pontificato ha segnato una svolta nella Chiesa cattolica e immesso e rinvigorito alcuni valori del cristianesimo.
"L'ingiustizia è la radice perversa della povertà" è stato uno degli argomenti che si ricongiungono a quelli dell'accoglienza e della solidarietà. È indubbia la forza universale di questi messaggi che hanno ricadute nella tradizione dei diversi paesi cattolici.
Tuttavia, questo non toglie che forze, come il PD, nel loro ruolo politico debbano avere l'accortezza di dialogare e raccogliere quanto si agita in queste sensibilità della società italiana.

Le ragioni della sconfitta che il PD ha subito il 4 marzo, sono più profonde di quanto si possa ritenere, proprio perché ha deluso quelle speranze in esso riposte, che erano rivolte a consolidare un progetto per costruire una società nuova, che avrebbe dovuto condurre alla sconfitta del liberismo e dellla destra fascista e populista e, allo stesso tempo, avrebbe dovuto esaltare i valori morali e sociali ispirati a solidi principi del cristianesimo di fronte a sconvolgimenti internazionali e ai nuovi assetti geopolitici italiani.

Il progetto iniziale del Pd non è andato a compimento. Questo non esclude che siano validi i presupposti che lo hanno determinato. Ridare nuovo spessore a quel progetto nella sua essenza prioritaria di convergenza di valori appartenenti alle culture della tradizione cattolica riformista e di sinistra , comporta che dovrà emergere una nuova formulazione programmatica dello stesso PD, capace di ricostruire un autentico rapporto con la società e con essa interloquire senza alcuna ambizione egemonica.
I contenuti di questo nuovo progetto devono poggiare su una piattaforma della lotta alle ingiustizie, ai privilegi, alla povertà.
Una condizione che ci deve permettere di arare un campo unitario di tutte le energie della sinistra, dell'associazionismo sociale, del mondo del lavoro, impegnate a costruire migliori qualità della vita per tutti i cittadini. In questo quadro di riferimento, non può essere trascurato, come è avvenuto, l'apporto di quelle forze espressioni della cultura cattolica democratica, che possono contribuire a rafforzare le spinte democratiche e antipopuliste e determinare la sconfitta di forze conservatrici.
Il prossimo congresso del PD affronterà questi temi? Parlerà di contenuti innovativi scaturiti dalla comprensione dei bisogni dei cittadini, rinnovando metodi e formule politiche e organizzative?
Se lo farà si sappia che non sarà un percorso facile, ma è l'unica possibilità che ci è rimasta.

 

 

 

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Il PD non smette mai di stupire

  • Pubblicato in Partiti

partito democratico bandiera350 250di Giuseppe Sarracino - Il Partito Democratico non smette mai di stupire, dopo un’affollata corsa verso la candidatura a segretario nazionale di autorevoli dirigenti, potrebbe addirittura verificarsi l’ipotesi di un solo candidato da eleggere.

L’abbandono improvviso e inaspettato di Minniti a candidarsi , dopo mesi d’intense e profonde riflessioni, non solo stupisce ma pone ancora una volta la domanda di chi “comanda” nel partito democratico. Senza alcun dubbio Renzi rimane, ancora oggi , l’unico ad avere a un peso rilevante sulle scelte del partito e volere nascondere questa verità , sia parte dei renziani che dei non renziani, è solo ipocrisia. Renzi non solo è presente ma ha un’idea ben precisa di cosa deve essere il partito e qual è la collocazione deve avere nello scenario europeo.

Certamente non conosciamo le ragioni che hanno indotto Minniti a rinucn alal candidatura di segretario nazionale, ma una cosa è certa, il suo addio è dovuto soprattutto al disimpegno dei renziani nei suoi confronti. Il non aver voluto affrontare, subito con un vero congresso, le ragioni della sconfitta del referendum e poi quella storica del 4 marzo, è stato un ulteriore cedimento verso colui che ha portato il partito a naufragare.

Aprire una stagione congressuale senza un vero Tema politico, che ha sempre caratterizzato i congressi delle svolte, ridurrà la scelta degli iscritti e degli elettori ad esprimersi unicamente sui i nomi. Ora Minniti getta la spugna dicendo che lo fa per salvare il PD, non si capisce da cosa vuole salvarlo. Forse si è convinto che chi lo aveva proposto a segretario, ha un altro disegno politico, ovvero immagina un partito marcatamente di centro, “antisovranista “ in stile “ex macroniano”. Perché, quindi, non confrontarsi su questi temi in modo aperto e chiaro e in prima persona, piuttosto che continuare a nascondersi dietro a candidati di facciata?

L’appuntamento del 3 marzo 2019 sarà importante e utile, se tutti quelli che ancora sono nel partito, sapranno parlarsi raccontandosi la verità senza astuzie e ipocrisie. Liberarsi dalla falsa unità è un "condicio sine qua non", per sciogliere i nodi che da troppo tempo tengono legati tra loro i dirigenti del PD ad una condizione di forte subalternità politica sia interna che esterna al partito. Occorre innanzitutto decidere su cosa deve essere il PD, ovvero un partito del riformismo di sinistra o di centro? Non si tratta di una scelta banale che molti hanno liquidato con troppa velocità e facilità, ma piuttosto interrogarsi su quale ruolo oggi una sinistra può giocare per riformare un capitalismo sempre più aggressivo e pericoloso.

Allora dividiamoci sulle idee, sui programmi, sull’identità culturale del partito e sul futuro del paese e dell’Europa, solo in questo in questo modo possiamo capire se è giusto continuare a stare ancora insieme o è meglio dividersi e magari per allearsi dopo. Il paese ha bisogno di una nuova sinistra e credo anche di un nuovo centro, il congresso se vuole essere all’altezza del momento storico che stiamo vivendo, non può non affrontare questi temi e coinvolgere tutti gli iscritti ed elettori.

A Frosinone con il convegno “Il coraggio di cambiare” che ha visto la partecipazione di molte persone, iscritti e semplici elettori, anche se pochi erano i giovani, si è voluto cominciare a riflettere su come contribuire a rifondare il partito, partendo dalla necessità di una forte discontinuità con quanto si è fatto fino ad ora e sulla necessità di parlare con la gente e tra la gente di lavoro e di ambiente. Non ci entusiasmano congressi fatti unicamente per eleggere dirigenti senza un vero confronto sulle idee e sul futuro del partito, né tanto meno ci piacciono “capobastoni” pronti a scegliere sempre il vincitore di turno.

Credo che è ancora possibile rigenerare il partito e la sinistra ma solo se sapremo dirci la verità e abiurare ogni forma di ipocrisia.

 

 

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Valentina Calcagni e il congresso regionale del PD

  • Pubblicato in Partiti

Valentina Calcagni 350 260 minValentina Calcagni - Una mia dichiarazione dopo il congresso (del PD regionale del Lazio ndr).
Alla luce di quanto avvenuto con il Congresso PD Lazio per cui faccio gli auguri al nuovo Segretario Bruno Astorre, e mi complimento per il coraggio la coerenza dimostrarti da Claudio Mancini rimango ancora più disorientata.
Ritengo che Abbia vinto la restaurazione quando invece c'è bisogno di innovazione, di rivoluzione democratica, non di Ancien Regime e ancor meno di sacralizzazione dei capi bastone! Tutti ce ne lamentiamo nelle sezioni ma poi a loro i conti tornano sempre.

Il 4 marzo è crollato un sistema politico. Sono finiti il centrodestra e il centrosinistra, Cio' non vuol dire affatto che non ci siano più valori di sinistra e di destra. Ma non c'è piu' il centrodestra, ormai completamente sostituito da una estrema destra egemonica che sta finendo per assorbire Fi e sta attraendo anche parte dell'elettorato di M5s, mentre il centrosinistra è polverizzato. Ebbene, abbiamo davanti a noi una vera opportunità. Possiamo e dobbiamo occupare un ampio spazio centrale con una nuova proposta liberale e sociale, radicalmente alternativa al polo nazional-sovranista che si è fatto governo.
Per allargare il consenso subito e poi tornare ad essere maggioranza in Italia, e dobbiamo farlo ora, prima delle europee, perché queste elezioni europee non sono mai state così decisive per l'Europa. La mia direzione sarà questa.

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'Continuismo'

Marco Minniti 350 260 mindi Aldo Pirone - Godot è arrivato. Si candida. Mi riferisco all’ex ministro Marco Minniti che ha comunicato ufficialmente all’assemblea nazionale dem di voler concorrere per la carica di segretario del PD. Dopo una lunga e finta incertezza trascinatasi per diversi mesi tra il lusco e il brusco, finalmente la cosa è ufficiale. Oggi il politico calabrese è intervistato da Claudio Tito su “la Repubblica” e dice quale sarà la sua ricetta per risollevare il PD, la sinistra e lo smunto riformismo.

Certo quanto a logica, il pensiero minnitico è piuttosto difettoso. Anche lui parte dall’assunto che “I più deboli sono stati abbandonati. Anzi addirittura biasimati”, andandosene dai nazionalpopopulisti e, perciò, per riconquistarli “C’è bisogno della sinistra riformista”. Da ciò, uno potrebbe dedurre che quell’abbandono è stato determinato dalla debolezza riformista del PD, da una mancanza in tutto o in parte di quel postulato che, come si sa, è divenuto in questi decenni come la pelle di zigrino nelle dotte discussioni dei politici, più concretamente come una copertura per occultare molte vergogne di governo e di opposizione. E, invece, no! Perché il riformismo c’è stato, eccome, tanto che – dice Minniti – “Il Pd non può nemmeno cancellare le politiche riformiste della scorsa legislatura”. Quelle, appunto, che hanno ingrossato e ingrassato i nazionalpopulisti.

Claudio Tito - prima della professione di fede nell’idola, direbbe Bacone, riformista - gli chiede conto della ruina del PD: “Perché lei”, gli ricorda, “negli anni che hanno preceduto le elezioni faceva parte del gruppo dirigente democratico. E’ stato ministro e prima ancora sottosegretario”. Il Minniti prima cerca di svicolare parlando di quanto ha fatto bene lui su sicurezza e terrorismo poi, messo alle strette, dice che il verdetto negativo degli elettori “Forse ha riguardato anche il mio operato e ne sento il peso”. Apposta si candida, per rimuovere il fardello, riproponendo, sostanzialmente, le stesse cose, ma con una migliore comunicazione massmediologica, meno “aristocratica”. Sostanzialmente e opportunisticamente non risponde nel merito della contestazione titina. E cioè che le politiche sbagliate del PD, soprattutto sul piano sociale e del lavoro, causa principale del suo crollo elettorale e politico (quello morale c’era già stato), non hanno mai ricevuto, che si sappia, una qualche opposizione o contestazione dall’ex ministro. Diciamo che, come moltissimi altri, ne è stato corresponsabile. Il che non sarebbe poi la fine del mondo, tutti possono sbagliare - anche se di brutto nel caso specifico - ove il candidato Minniti si proponesse un qualche cambio, fondato su una qualche robusta analisi critica e autocritica; invece annuncia le solite cose: venire incontro alle paure e al desiderio di sicurezza dei cittadini che il PD (renziano si suppone) non ha percepito, alle quali ha risposto con le statistiche; quelle sui posti di lavoro erano pure taroccate. Non pare che il cambiamento di politica e di profilo identitario del partito sia il cruccio dell’ex Lothar di D’Alema. Certo qualcosa propone: otto parole chiave – dice lui – in cui spicca la mancanza della questione lavoro, mentre sovrasta quella della sicurezza. Il resto, l’Europa e l’interesse nazionale, l’umanità e le tutele sociali (quali?) ecc. è tutta roba che, nella sua vaghezza è trita e ritrita. Tito gli propone anche il tema del rapporto con Renzi; e Minniti, che a quanto pare ne riceverà l’appoggio, pensa di cavarsela così: “Non essendo stato tra chi ha esagerato nel lodarlo non ho bisogno di prenderne le distanze”. Come se fosse una questione di “esagerazione” nell’encomio e non l’encomio in sé che non aveva proprio ragione di essere, anche in minimi termini, visti i risultati ottenuti e le ripetute e catastrofiche sconfitte elettorali subìte.

Alla fine l'intervistatore - forse avendo nelle orecchie l’invito “ritiratevi tutti” fatto all’assemblea dem dalla consigliera regionale emiliana Nadia Tarasconi – chiede a Minniti: “Non pensa che il PD abbia bisogno anche di una nuova classe dirigente?”. Risposta: “Quando stavo nel PCI un leader di allora mi diceva: i capi scelgono come successore uno più coglione di loro e la chiamano continuità. Poi a volte si sbagliano e scelgono uno più intelligente e allora lo chiamano rinnovamento. Ecco, io voglio il rinnovamento”.
Solo che i capi comunisti - una parte non tutti - trent’anni fa hanno invertito i termini: hanno scelto il più coglione e l’hanno chiamato rinnovamento.

Ma niente paura. Almeno sotto il profilo del rinnovamento non è il caso di Minniti. Con lui a dominare è la continuità. Anzi, il continuismo.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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