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Mercatone Uno. Dove è finita la Costituzione

fallimento mercatone uno 460 min1800 esseri umani, uomini e donne. 1800 persone. Licenziate in tronco da MercatoneUno e messe sulla strada senza neanche un avviso. Trattate come scarti del mercato, come inutili merci avariate da buttare nei cassonetti della mondezza. Un caso estremo, si dice. Ma succede quando il lavoro non è più un diritto, bensì una merce qualunque che nulla ha a che fare con un’esistenza libera e dignitosa. E infatti qui si fa strame della vita delle persone, del loro presente e del loro futuro. Il contrario dei basilari principi di convivenza, e di ciò che la Costituzione prescrive.

Al di là delle petulanti e vergognose chiacchiere di chi governa, è tempo di rendercene conto tutti. Dove è finito l’articolo 1, che fonda la Repubblica democratica sul lavoro? E l’articolo 4, secondo cui «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto»? E anche l’articolo 41, il quale afferma che «l’iniziativa economica privata è libera», ma «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana»?

Su questi principi è calato un preoccupante silenzio. Al riguardo anche i costituzionalisti più sensibili e attenti sembrano impacciati. Eppure questi principi attengono alla vita materiale e spirituale delle persone. E su di essi si misura il vero distacco della politica dalla realtà umana e sociale del nostro tempo. In gioco non è solo il pane, ma anche la libertà e la democrazia. Una volta, in difesa della vita e dei diritti, della democrazia e della libertà, si lottava per attuare la Costituzione: si chiamava al lavoro e alla lotta. Al lavoro e alla lotta! Mai come adesso queste parole sono state così attuali.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

 

 

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L'alternativa è la Costituzione

Costituzione 350 260I rischi per la democrazia crescono, e il modo stesso con cui in Italia si svolge la campagna elettorale – percorsa da ripetuti episodi di violenza e di intolleranza, e da spinte dichiaratamente fascistiche e autoritarie – ne è la conferma evidente e preoccupante. La riduzione dei numero dei parlamentari, sostenuta dai 5 Stelle e approvata di recente dalla Camera dei deputati, si situa in questo contesto. Non si può dire però che rappresenti il maggior rischio per la nostra democrazia, sebbene tenda a depotenziare ulteriormente il ruolo del Parlamento e della rappresentanza.

 

In realtà ci troviamo di fronte a un complesso di fenomeni negativi che stanno disgregando la società fino al punto di mettere in discussione l’unità della nazione. Come giustamente è stato osservato, la cosiddetta autonomia differenziata delle Regioni, su cui punta la Lega, non è altro che un’espressione istituzionale dell’egoismo secessionista dei ricchi. Qual è allora la vera materia del contendere, in questa nuova fase che si è aperta con crescenti spinte di destra in tutta Europa, e con l’affermazione in Italia del governo pentaleghista?

 

Nel Paese è sì sotto attacco la democrazia. Ma quale democrazia? Non la democrazia in astratto, la tanto magnificata democrazia liberale, peraltro in crisi in tutto il mondo, per la quale si straccia le vesti il vecchio Scalfari, e alla quale sembra restare incollato anche il più giovane Zingaretti. Ma la democrazia nostra, la democrazia costituzionale. Che fonda sul lavoro la Repubblica «una e indivisibile», e va ben oltre i principi del diritto liberale per progettare una più alta civiltà.

 

Non più solo l’uguaglianza formale davanti la legge - pure essenziale - che spoglia i cittadini della loro qualità sociale, ma l’uguaglianza sostanziale. Che ridefinisce il concetto stesso di libertà in relazione alle condizioni sociali e culturali delle donne e degli uomini, i quali sono chiamati a cooperare e solidarizzare in modo da elevare la qualità della vita di tutti e di ciascuno. Quindi, non solo la democrazia rappresentativa (insieme a diverse forme di democrazia diretta), in cui si concretizzano le regole del funzionamento delle istituzioni a cominciare dal Parlamento. Ma la democrazia sociale e la democrazia economica, che attengono alla vita materiale e spirituale delle persone, e perciò riguardano i diritti sociali e la conformazione della proprietà, rispetto ai quali si definisce l’assetto delle medesime istituzioni. Questo è il disegno della Costituzione nata dalla guerra di liberazione e dall’abbattimento del fascismo.

 

Guardiamo bene in faccia la realtà. Senza falsificazioni e fake news, senza camuffamenti e anche senza retorica. La Costituzione repubblicana non è stata formalmente cancellata. È ancora in piedi nonostante i vari tentativi di metterla in ginocchio e le gravi lesioni inferte alla rappresentanza. Ma la democrazia sociale e la democrazia economica, fattori costitutivi della democrazia costituzionale che si invera nella fitta trama dei diritti sociali della persona e nella funzione sociale della proprietà, sono state in larga misura smantellate in questa fase di declino sotto la bandiera del “libero mercato” e delle privatizzazioni generalizzate.

 

Nel trentennio trascorso nessuno ha mosso un dito tra i partiti della sinistra (o presunti tali) per dare attuazione ai principi sociali ed economici, la parte più innovativa della Carta che (ancora) regge il patto tra gli italiani. Anzi, la cosiddetta sinistra riformista imperniata sul Pds-Pd e non solo - che sarebbe più appropriato definire sinistra del capitale - è stata un agente attivo dello smantellamento dei diritti e un promotore non secondario dello sfruttamento sfrontato del lavoro. Ancora oggi è incomprensibile che non si assuma con chiarezza e senza esitazioni la Costituzione come terreno di lotta e di programma per un cambiamento reale. Volto a risollevare l’Italia e gli italiani dai tormenti della disoccupazione e della precarietà, dallo sfascio della società e del territorio, dallo sfacelo dei diritti, dalla paura di un futuro senza prospettive. Un errore politico, o una scelta consapevole?

 

È arrivato comunque il tempo di prendere atto che non basta restare sul terreno istituzionale, pur con encomiabili e necessarie iniziative, per difendere la Costituzione. Soprattutto per attuarla nei suoi possibili sviluppi e uscire dalla crisi costruendo una reale alternativa. Occorre scendere nel profondo della società diversificata e devastata, lontana dalle istituzioni, e lottare perché lì, nelle diverse articolazioni del corpo sociale, si rianimi una forte presenza popolare e di massa in grado di far vivere nel nostro tempo i principi fondamentali di libertà e uguaglianza. Contrastando i tormenti della quotidianità, e riaccendendo fiducia e sicurezza nell’avvenire. Questa è la sfida.

 

A meno che non si considerino inutili rifiuti del passato, da far marcire nella discarica della storia - faccio solo qualche esempio - il diritto al lavoro «in tutte le sue forme ed applicazioni» e quindi la piena occupazione (articoli 4 e 35), «lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica» nonché la tutela «del paesaggio e del patrimonio storico e artistico» (art. 9), il ripudio della guerra «come strumento di offesa di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (art. 11).

 

E ancora: «il diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro» e comunque sufficiente ad assicurare «un’esistenza libera e dignitosa» (art. 36); la parità di retribuzione e di diritti, «a parità di lavoro», tra uomini e donne (art.37); la tutela della salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (art. 32); l’istruzione di base «obbligatoria e gratuita» per tutti, mentre «i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti dello studio» (art.34).

 

Non solo i diritti civili, ma una fitta trama di principi e di diritti nuovi cui nella Costituzione corrisponde l’indicazione dei doveri e delle condizioni economiche, sociali e politiche indispensabili alla realizzazione di una civiltà più avanzata che non sia fondata sul dominio del capitale, ossia sulla tanto sbandierata libertà di mercato. Primo fra tutti il dovere di concorrere alle spese pubbliche secondo la capacità contributiva. Ragion per cui «il sistema tributario è conformato a criteri di progressività» (art. 53).

Ma questo non basta. Per contrastare efficacemente disuguaglianze e povertà è necessario che l’iniziativa economica, ancorché libera, non si svolga – teniamolo bene a mente - «in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» (art.41). La proprietà, a sua volta, non può essere monopolio esclusivo dei privati. Al contrario, «è pubblica o privata» e, «resa accessibile a tutti», deve svolgere comunque «una funzione sociale» (art. 42). Inoltre, determinate categorie di imprese di particolare interesse generale, oltre che allo Stato e a enti pubblici, possono appartenere anche «a comunità di lavoratori o di utenti» (art.43). Il caso dell’Ilva di Taranto, in proposito, conferma pienamente la modernità di tale indirizzo.

 

Nell’insieme il progetto costituzionale configura un’economia mista, che non abolisce la proprietà privata sugli strumenti di produzione e comunicazione e sui mezzi finanziari. Ma configura la proprietà in modo tale da renderne possibile il limite e il controllo, ponendo l’economia la servizio degli esseri umani, e non viceversa. Come confermano gli articoli relativi ai limiti della proprietà terriera (art. 44), alla funzione sociale della cooperazione (45), al diritto dei lavoratori di partecipare alla gestione delle imprese (46), alla tutela del risparmio e al controllo del credito (47).

 

Non è difficile osservare che se i principi e i diritti costituzionali fossero stati attuati, o comunque se si fosse coerentemente lottato per attuarli, l’Italia non si troverebbe in queste condizioni: nell’oscurità di una stretta tra due forze politiche che ci spingono entrambe verso il passato, mentre il Paese va alla deriva. L’una, la Lega, perché sta sdoganando razzismi e violenze tipiche del fascismo in un torbido intreccio con ambienti malavitosi. L’altra, i 5 Stelle, perché galleggiando in un’area di pensiero dove la cultura della Costituzione non ha cittadinanza, è esposta a tutti venti e a tutte le avventure.

 

Diciamolo con chiarezza. Questo è il risultato di un fallimento clamoroso delle classi dirigenti. E però anche dell’insufficienza delle forze di opposizione, che non sono state in grado di offrire un’alternativa credibile. Perciò è necessaria una svolta radicale rispetto al passato. E questa svolta si può compiere impugnando il progetto di nuova società tratteggiato dalla Costituzione, raccogliendo e unendo le forze per la sua attuazione.

 

L’operazione non è semplice perché occorre in pari tempo costruire la condizione primaria che è stata distrutta, e che la Costituzione medesima indica come imprescindibile per la sua esistenza in vita: la presenza di una classe lavoratrice politicamente organizzata nella società e rappresentata nelle istituzioni, capace di incidere nei rapporti di forza a tutti i livelli. In altre parole, nel tempo della rivoluzione digitale e del capitalismo globale finanziarizzato, si tratta di costruire una formazione politica di tutti coloro che dal capitale sono sfruttati, delle lavoratrici e dei lavoratori, uomini e donne, giovani e anziani, autoctoni e migranti, oggi divisi e in lotta tra loro.

 

Un compito di enorme portata, al quale non si può rinunciare. Da dove cominciare? Non c’è un prima e un dopo. Prima facciamo il partito delle lavoratrici e dei lavoratori, poi lottiamo per l’attuazione della Costituzione. Una formazione politica che faccia asse sul lavoro si costruisce nel fuoco delle lotte e dei movimenti. Nei territori, nelle fabbriche e negli uffici, nelle scuole, nei luoghi di e di studio, nelle periferie e nei centri urbani, portando in primo piano e coordinando le tre questioni che emergono con particolare acutezza dalle contraddizioni esplosive del capitale: lo sfruttamento del lavoro, la distruzione dell’ambiente, l’oppressione di genere.

 

Cominciare dunque dal basso è necessario, intanto con una diffusa campagna d’informazione che illustri la portata innovativa della nostra Carta. Ma non basta. È indispensabile agire anche dall’alto mettendo insieme le forze disponibili a lottare per l’attuazione di alcuni punti qualificanti della Costituzione, senza dannosi personalismi e distruttive personalizzazioni. In pari tempo è essenziale colmare il vuoto di una cultura critica della realtà, in grado di rimuovere il dogma su cui si è esercitata la vera forza egemonica del capitalismo moderno, ossia la negazione del conflitto di classe. La più grande falsificazione del secolo, diffusa nel momento stesso in cui con la globalizzazione si è compiuto il più esteso e massiccio dominio del capitale sul lavoro. Aver accettato questo dogma è stato il segno della resa e l’inizio della catastrofe della sinistra.

 

Nell’economia moderna, comunque tecnicamente configurata, permangono con tutta evidenza rapporti di dominio e di dipendenza tra chi dispone dei mezzi di produzione e di comunicazione e chi dispone esclusivamente delle proprie capacità fisiche e intellettuali. È su questa base che si compie lo sfruttamento della classe lavoratrice e in ultima analisi il destino di ogni essere umano, la sconsiderata distruzione della natura, l’oppressione sociale delle donne. Ed esattamente questo il nodo cruciale da mettere a fuoco, dal quale non si può prescindere.

 

La nostra Carta del 1948 non nega il conflitto tra le classi. Al contrario, riconosce il carattere costruttivo del conflitto promosso dalla classe lavoratrice, da tutti i subalterni e gli sfruttati, per l’affermazione della libertà e dell’uguaglianza, e per estendere una democrazia progressiva. Una conquista storica, da preservare e da arricchire per costruire il futuro. E da portare anche in Europa. La Costituzione degli italiani che fonda sul lavoro la Repubblica democratica è un buon punto di riferimento per costruire un’altra Europa. L’Europa dei popoli e dei lavoratori.

 

Paolo Ciofi www.paolociofi.it

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L’eredità più preziosa

25aprile19 350 minArticolo Uno, Ceccano - Il 25 Aprile è l’eredità più preziosa che ci è stata consegnata.
Celebriamo la liberazione della nostra Patria dal ventennio di dittatura, di guerre e di invasione. Celebriamo le Istituzioni della nostra Repubblica Democratica e ricordiamo il sacrificio di quanti hanno combattuto a prezzo della vita perché potessimo goderne oggi.

25 Aprile 2019, oltre alla commemorazione delle vittime e alle celebrazioni rito che negli anni hanno accompagnato questa Giornata, sentiamo il dovere di ribadire il nostro impegno alla tutela delle Istituzioni e delle pratiche democratiche del nostro Paese contro le campagne di odio, di contrapposizione, di revisione storica e in qualche caso di rigurgiti nostalgici cui assistiamo, purtroppo, sempre più spesso.

Lo facciamo ricordando in questa giornata le parole di Nilde Iotti sulla Resistenza
“La Resistenza era stata un fatto straordinario. Aveva realizzato una unità veramente eccezionale che andava dagli ufficiali badogliani agli operai comunisti”
Scegliamo anche queste parole perché in modo molto semplice e diretto restituiscono l’idea di quello che è stato, di quanto forte e trasversale sia stato il desiderio e lo sforzo profuso da questo Paese per uscire dall’oppressione e per disegnare un futuro di libertà democratica per i propri figli, per noi.
No, non è un derby, è la Festa della liberazione di questo Popolo.
25 Aprile, Noi ci siamo.

 

 

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Grazie Simone

Simone 350 260 mindi Emanuela Piroli - “Io ragiono co’ a testa mia. Nun me devo fa spigne da voi. Si, perché voi spignete la gente pe’ na manciata de voti...”

Perché il problema non sono le persone, il problema è l’inefficienza istituzionale, è l’indifferenza dello Stato. Tutto ciò trasforma il disagio in odio verso altri disagiati, mette le une contro le altre le classi sociali in difficoltà, e questo odio viene fomentato da politicanti senza scrupoli e senza argomenti alti.

Ha ragione Simone nel dire “come se il problema fossero i rom”. Il problema è l’assenza dello Stato. Torniamo nelle periferie abbandonate a se stesse, torniamoci per renderci conto, per intervenire, per dare loro dignità! Dignità è scuola, servizi, lavoro, decoro, pulizia, sicurezza, luoghi di incontro, giardini e parchi. Ripartiamo dai ragazzi come Simone, dalla loro consapevolezza e saggezza. Lui sa con certezza che la sua Torre Maura non ha bisogno della guerra tra poveri, non è togliendo il pane a chi sta peggio, che gli altri staranno meglio. “Nessuno va lasciato indietro”. I rom, gli immigrati, sono l’escamotage utilizzato da una classe politica dirigente incapace, per spostare l’attenzione dai problemi reali. Ma chi dovrebbe dare l’input giusto? Quale parte politica? Fino a qualche tempo fa avrei detto la sinistra, il centrosinistra, così come erano nella mia testa. Il partito maggiore, che ho considerato la mia casa. Ora sono in difficoltà, perché da quella parte ho visto arrivismo, menefreghismo, ho visto la mobilitazione solo per garantirsi la poltrona e per tutelare i propri interessi personali. Ho visto guerre interne infinte per mantenere parvenze di potere. Non ho visto differenza con gli altri partiti. Ora sono arrabbiata, perché non percepisco una volontà vera di ripartire da quelle che dovrebbero essere le nostre priorità.

Ma per fortuna c’è Simone, così piccolo eppure un gigante di fronte ai suoi interlocutori. Simone ci da una lezione che dovrebbe stimolare una riflessione e provocare una reazione forte, tanto da indurre uno scatto di orgoglio e una presa di coscienza da parte di chi, come me, e non siamo in pochi, ancora crede in un certo modo di fare politica. Non bastano le vignette e le frasi ad effetto, trattasi di pura strumentalizzazione, serve il coraggio di esporsi, di stare tra la gente e di cambiare rotta. Non so ancora bene come, ma io nel mio piccolo continuerò a provarci. Grazie Simone.

 

 

 

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Salvini è un pericolo per la nostra Costituzione

AlfieroGrandi minAlfiero Grandi articolo su www.jobsnews.it - Guardare in faccia la realtà, comprenderla, reagire all'altezza delle sfide è una regola aurea, purtroppo ora largamente in disuso a sinistra.

Dalla Basilicata, come dalle altre regioni in cui si è votato prima, emerge un dato evidente, si tratta della crescita della Lega. In alcuni casi neppure si era presentata, eppure ha raggiunto risultati importanti, molto più alti di quelli delle politiche del 4 marzo. La Lega è un pericolo evidente per le strizzate d'occhio al fascismo, per atteggiamenti di prepotenza evidenti, per i flirt spregiudicati con posizioni apertamente reazionarie sui diritti civili, sulla famiglia, sulla concezione del rapporto tra persona e società. La lega ha orientamenti di vera e propria restaurazione ideologica, religiosa fino a dialogare con i settori della chiesa che non sopportano il magistero di papa Franesco, fa appello alle paure profonde e in una certa misura le suscita sollecitando reazioni da far west, che in questo caso non sono film ma vita reale, oggi. Eppure i toni gridati e i contenuti reazionari non impediscono alla Lega di conquistare voti. Inseguire o essere l'alternativa? Essere l'alternativa. E' vero che la destra politica e sociale ha sempre avuto in Italia una forza importante, ma ora si è spostata più a destra, si sente sulla cresta dell'onda e riconosce largamente nella Lega di Salvini il suo riferimento, con buona pace di Fratelli d'Italia e Berlusconi.

Neppure la sottrazione di 49 milioni pubblici è bastata a bloccarne i consensi. Questo reato è stato riconosciuto visto che la Lega si è impegnata a restituire in quasi 80 anni i soldi sottratti, ma non ha creato particolari imbarazzi.

Si stanno lentamente consolidando i tentativi di costruzione di un regime reazionario di massa.

Il M5 Stelle, purtroppo, non è un argine a questa deriva, non ne comprende la pericolosità e anzi finisce con il portare acqua al consolidamento della Lega come dimostra l'approvazione della nuova legge sulla (il)legittima difesa e la copertura politica offerta sui migranti, fino al voto contrario alla richiesta del tribunale dei Ministri di Catania di processare Salvini perchè aveva agito non come attuatore delle leggi, ma eccedendo nell'uso dei suoi poteri bloccando lo sbarco da una nave militare che è territorio italiano a tutti gli effetti, fino a lambire lo spregio di diritti garantiti dalla Costituzione.

L'avvocato-Ministro Buongiorno ha capito bene il rischio che correva Salvini se il processo fosse andato avanti e gli ha consigliato un'inversione di rotta decisa, dal “processatemi” non ho paura, al “dovete respingere” la richiesta stessa del processo, costringendo il M5Stelle ad una ridicola giravolta di 180°, ancora una volta hanno subito il diktat. E' questo che fa perdere voti e che conferma che il Movimento 5 Stelle non è un argine, ma è purtroppo una copertura di atteggiamenti reazionari, pur di fare stare in piedi il governo.

La sinistra, intesa nel suo insieme, senza andare troppo per il sottile, sembra non rendersi conto della gravità e dell'urgenza della situazione. Oppure se ne rende conto ma non ritiene possibile opporsi perchè condizionata da troppi lacci del passato. Certo per opporsi a questa deriva reazionaria il Pd – ad esempio - dovrebbe fare alcune svolte decise, come, ad esempio, prendere le distanze dalle scelte di Minniti sui migranti e in particolare sull'appalto ai libici del lavoro sporco. Oppure sulla Costituzione della Repubblica.

Si è già detto della delusione per le parole di Zingaretti che hanno attribuito alla vittoria del No parte delle ragioni della situazione attuale. E' un grave errore insistere sulle posizioni del Si, sconfitte senza appello nel referendum costituzionale il 4 dicembre 2016 e neppure la spiegazione tutta interna ai rapporti di forza del Pd è convincente. La conseguenza più seria di questa posizione è che non consente di individuare la gravità dei rischi che corre oggi la Costituzione e rende difficile costruire una reazione perchè non prendendo le distanze dalle scelte del periodo renziano la credibilità delle posizioni sulla Costituzione è meno forte, come è ovvio.

Eppure è del tutto evidente che la Lega punta apertamente non solo a prendere voti ma sogna un regime politico e istituzionale a sua immagine e somiglianza. La controprova sta nella legge elettorale che l'esperienza di Calderoli ha fatto approvare al Senato strettamente agganciata al taglio dei parlamentari con un tempismo sospetto.

La legge elettorale perpetua i principi del rosatellum attuale, semplicemente riducendo il numero degli eletti, con effetti grotteschi: in Calabria verrebbero eletti 2 senatori con collegi di quasi un milione di abitanti. Alla Lega interessa avere gruppi parlamentari fedeli al capo Salvini, il resto molto meno.

Questa ed altre scelte puntano a creare le condizioni per calare l'asso fondamentale: l'elezione diretta del Presidente della Repubblica, che sarebbe del tutto compatibile, per non dire coerente con l'autonomia differenziata di Lombardia e Veneto che sognano di diventare simili alle regioni a statuto speciale. Un sistema di governatori e Presidente eletto direttamente possono dare una risposta alle ambizioni della Lega.

La sinistra e il Pd in particolare farebbero bene a prendere seriamente in considerazione la sfida che si profila. E' vero: tra i presidenti delle regioni ci sono anche alcuni del Pd, cosa facciano in questa compagnia è un mistero, o almeno ragione di confusione. E' vero altresì che il primo firmatario di una proposta di legge per il presidenzialismo è Ceccanti del Pd, sarebbe bene prendere le distanze come è accaduto con la proposta di Zanda.

Resta il fatto fondamentale che occorre chiarire al paese la natura di fondo della sfida che è anzitutto difendere le radici antifasciste della Costituzione ma ancora di più evitare la deriva politico istituzionale di un presidenzialismo, che vorrebbe dire avere un parlamento di mero supporto al potere del governo e del suo capo e un accentramento del potere che finirebbe con erodere l'autonomia della magistratura, metterebbe il bavaglio alla stampa che dovrebbe solo esaltare il regime.
Del resto gli amici polacchi e ungheresi di Salvini si sono già mossi in questa direzione, quindi perfino gli esempi sono pronti. Il M5Stelle vuole coprire anche questa deriva costituzionale ?

Cosa si aspetta ancora per reagire da ogni settore che ha sensibilità costituzionale?

 

 

 

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Violenza alla Certosa di Trisulti e più ancora alla Costituzione

Certosa di Trisulti 390 260 mindi Angelino Loffredi - Nella giornata di sabato 29 dicembre il paesino di Collepardo ha ospitato due iniziative organizzate dalla Rete delle Comunità Solidali (in mattinata la Marcia, il pomeriggio il dibattito) per difendere la Certosa di Trisulti dall’assalto predatorio della destra integralista ed anti-Bergoglio.

Il dato che a me preme evidenziare riguarda il fatto che se teniamo presente che tali momenti sono stati fatti conoscere solo qualche giorno prima, privi di una necessaria ricostruzione del (mis)fatto e di una ipotesi di iniziative da tenere a medio termine, oltre che dalla non adesione del sindaco di Collepardo mi sento di dire che la presenza di 300 persone alla marcia rappresenta un lusinghiero risultato.

Cosa è successo di così importante e grave da far accendere i riflettori da parte di giornali e tv nazionali e esteri, su la Certosa di Trisulti, sito benedettino consacrato nel 1211, situato a 825 metri sul mare nel territorio di Collepardo?

Proverò, pertanto, a ricostruire gli avvenimenti accaduti negli ultimi mesi. Scrivo “proverò” perché tanti di questi non risultano essere di chiara comprensione. Parto allora da un dato inequivocabile: il Ministro Dario Franceschini, sviluppando il pensiero perverso delle privatizzazioni, decide di dare in Concessione un bene pubblico e monumento nazionale, sotto la cura e la gestione del Ministero dei beni culturali, attraverso un Bando. Vincitrice dello stesso risulta essere la Fondazione Dignitatis Humanae Istitute, organizzazione vicina o meglio finanziata da Steve Bannon, già consigliere di Trump e al cardinale Raymond Burke meglio conosciuto come l’oppositore di Papa Francesco. La Fondazione quindi potrà utilizzare il sito versando allo Stato 100.000 euro l’anno, somma riducibile se accompagnata da opere di ristrutturazione o di manutenzione.

A proposito della fase preparatoria che ha preceduto il Bando, l’avvocata Carla Corsetti, in un articolo pubblicato sul settimanale LEFT il 28 settembre 2018, ci porta a conoscenza di una missiva del Cardinale Martino, già Presidente della succitata Fondazione, inviata a Parolin Segretario di Stato, per sollecitare il Papa ad intervenire sul Ministro Franceschini a favore della Fondazione.

Alla data di oggi lo scritto della Corsetti non ha avuto nessuna contestazione, rettifica o richiesta di precisazioni. L’altro dato da conoscere riguarda la presenza nel Bando, sulla base del quale si è giunti alla concessione, di Parametri soggettivi, discrezionali che hanno permesso di escludere altre organizzazioni.
La funzione del sito non sarà ne museale, ne religiosa, ne storica se ti tiene conto di una realtà di studio applicato della farmacologia anche perché l’intervista di Bannon al Corriere della sera (rilasciata a Viviana Mazza) conferma il carattere completamente diverso. “Il compito” dice Bannon “sarà quello di addestrare 300 persone ogni anno a diventare gladiatori guerrieri della cultura giudaico cristiana“. Insomma, la scuola rappresenta il punto di partenza per lanciare una crociata contro gli “infedeli “, contro coloro che non la pensano come gli adepti della Fondazione.

Benjamin Harnwell, guardiano del sito, durante l’incontro pomeridiano di sabato 28, tenuto presso la Sala del Consiglio Comunale di Collepardo, ha avuto una reazione idrofoba nei confronti di Carla Corsetti quando questa metteva in evidenza che la Concessione non era un atto del Vaticano, ma dello Stato italiano, pertanto ogni atto deve essere adeguato ai princìpi costituzionali. Una scuola, così come disegnata da Bannon, ostile a chi non accetta quelle idee, è fuori da ogni valore della Costituzione.

Se la Concessione è a dir poco “discutibile“, cosa si fa ? Innanzi tutto, bisogna respingere l’ipotesi che non ci sia più niente da fare, per essere pronti ad incassare qualche misero piatto di lenticchie. È necessario, al contrario, dare corpo al significato delle iniziative del 29 dicembre: creare una organizzazione, ipotizzare ricorsi e raccogliere contributi, coinvolgere studiosi di materie giuridiche e forze politiche.

La vicenda che stiamo vivendo è molto inquietante, non riguarda solo il destino di Papa Francesco, ma anche quello della sua chiesa e soprattutto della democrazia nostra e della stessa Europa.

 

 

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La proprietà di Salvini e quella della Costituzione

Articolo41dellaCostituzione 490 mindi Paolo Ciofi - Bene ha fatto Alfonso Gianni, sul Manifesto del 4 settembre, a cannoneggiare con l’artiglieria pesante della critica l’affermazione retrograda e reazionaria di Matteo Salvini, secondo cui «la proprietà privata è sacra». Una bestemmia, sostiene Gianni, o se volete una fake news in contrasto radicale con ciò che la Costituzione prescrive. Occorrerebbe però riconoscere anche a Salvini un merito, peraltro involontario, se con la sua perentoria affermazione riporta alla luce del sole la questione cruciale di questa fase storica, appunto la proprietà, per troppo tempo oscurata anche a sinistra.
 
Opportunamente sono stati ricordati al vicepresidente del Consiglio dei ministri (e anche a molti altri che in materia non hanno mosso e non muovono un dito) alcuni fondamentali principi fissati in Costituzione. Quelli dell’articolo 41 riguardante l’iniziativa economica, che deve essere orientata all’utilità sociale e non può recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Quelli dell’articolo 42, che pone precisi limiti alla proprietà privata allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. E anche quelli dell’articolo 44, che prevede vincoli per la proprietà terriera.
 
Mi auguro che sul tema cruciale della proprietà, oggi massimamente concentrata a fronte della disgregazione del lavoro e della diffusione della povertà, si possa sviluppare un dibattito e soprattutto un’iniziativa politica, rompendo il silenzio tombale imposto dai grandi proprietari. Aggiungo che secondo la nostra Carta la proprietà privata come fondamento dell’economia (da non confondere con la proprietà individuale indispensabile al riprodursi della vita) non è totalitaria ma solo una parte costitutiva del sistema. Giacché – come sancisce lo stesso articolo 42 - «La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati». Né si può mettere tra parentesi, specialmente nelle condizioni dell’Italia di oggi, l’articolo 43, secondo il quale è possibile trasferire non solo allo Stato e a enti pubblici, ma anche a comunità di lavoratori o di utenti, imprese che si riferiscano a servizi, a fonti di energia o a situazioni di monopolio.
 
I richiami di Gianni a Cesare Beccaria e a Stefano Rodotà sono efficaci nella critica al «terribile diritto» proprietario. Tuttavia non basta ricordare che la Costituzione abbatte l’antemurale della proprietà sacra e inviolabile, su cui - teniamolo ben presente - si è retta la dittatura fascista che ha violentato i lavoratori, distrutto la democrazia, cancellato la libertà. È arrivato il tempo di prendere finalmente atto a sinistra che i dispositivi costituzionali sulla proprietà e il pluralismo delle forme proprietarie sono i pilastri di un inedito e ardito progetto di trasformazione delle relazioni umane e sociali verso una civiltà più avanzata, che potremmo denominare nuovo socialismo.
 
Non è un caso che da più parti si voglia liquidare una Costituzione programmatica che fonda la Repubblica sul lavoro e non sul capitale. E che perciò, guardando al futuro, sancisce diritti e principi di valore universale, ponendo l’economia al servizio degli esseri umani e non viceversa: la vetta più alta raggiunta nel mondo occidentale dal movimento operaio e dei lavoratori. Una sinistra di alternativa oggi ha senso se fa proprio e assume fino in fondo questo progetto, lottando per la sua effettiva attuazione. Non già per chiudersi nei confini nazionali di fronte alla crisi dell’Europa, ma per portare in Europa un disegno di cambiamento che unisca le lavoratrici e i lavoratori oggi in lotta tra loro.
 
La Costituzione italiana non abolisce la proprietà, ma – come fa notare Stefano Rodotà - la conforma in modo tale da consentire il raggiungimento di finalità sociali. Con ciò viene superata la tradizionale forma dello Stato liberale, non più al servizio del mercato, ma antagonista e protagonista del mercato; non più al servizio della classe dei proprietari, ma al servizio della classe delle persone che vivono del proprio lavoro. Alla condizione che le lavoratrici e i lavoratori siano politicamente organizzati e in grado di lottare per i loro diritti. O a sinistra si scioglie questo nodo ineludibile, o la sinistra è destinata a scomparire definitivamente.
Paolo Ciofi
 
 

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Donne, Resistenza e Costituzione un legame inscindibile

le21donnedellacostituente 460 320 mindi Paola Bucciarelli - Il 22 maggio scorso sono ricorsi i 40 anni della L. 194, quella che tutela l’interruzione volontaria di gravidanza.
Ho ripensato così a tutte le leggi che dal 1945 ad oggi hanno cambiato, tutelato e migliorato la vita delle donne in Italia.
Dalla legge n.80 del 26 agosto 1950 “Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri”, passando per la L. 75 del 20 febbraio 1958 “ abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”, a quella n.66 del 9 febbraio 1963 “diritto delle donne ad accedere a tutte le cariche, professioni e impieghi pubblici compresa la magistratura”, e ancora L. 151 del 19 maggio 1975 “riforma del diritto di famiglia”, L.546 del 29 dicembre 1987 “Indennità di maternità per le lavoratrici autonome”, L. 66 del 15 febbraio 1996 “Norme contro la violenza sessuale”, L. 40 del 15 Febbraio 2004 “norme sulla procreazione medicalmente assistita”; ho riflettuto sul fatto che tale processo normativo è potuto avvenire grazie alla Costituzione repubblicana di cui oggi, 2 giugno, ricorre la festa.

Le donne italiane votarono per la prima volta. Il 2 giugno 1946 per il referendum istituzionale fra Monarchia e Repubblica e per l’elezione dell’Assemblea Costituente. La percentuale delle partecipanti al voto fu altissima.

 

Furono elette ventuno donne su cinquecentosei componenti dell’Assemblea. Per la prima volta, quindi, un piccolo gruppo di donne entrava in Parlamento. Le ventuno madri costituenti erano donne che avevano partecipato alla lotta antifascista.
Con la partecipazione determinante di queste donne, che nonostante le forti differenze politiche hanno sempre saputo agire in modo concorde per far riconoscere i diritti delle cittadine italiane, è stata approvata la nostra attuale Costituzione, che, dopo 70 anni, per quanto riguarda la questione femminile, è una delle più avanzate e complete.
Le donne hanno partecipato alla stesura della Costituzione e poi hanno determinato il cambiamento profondo della nostra società, i suoi costumi e valori, le sue condizioni di vita, le sue leggi.

Le donne sono state pienamente protagoniste della nascita della Repubblica. Quindi le donne sono state le protagoniste fondamentali del cambiamento successivo, quello che ha cercato di inverare i valori della nostra Costituzione.
Tutto ciò si può leggere attraverso le leggi che hanno cambiato l’Italia e che hanno avuto come autrici le donne.
Queste leggi hanno tutte come obiettivo la promozione della dignità della persona e una dimensione di cittadinanza piena.
Sarà questo il tema di cui parlerà la professoressa Fiorenza Taricone dell’Università degli studi di Cassino nel corso della lezione “Storie di donne e della Resistenza taciuta”. La lezione si terrà nell’ambito del I* Festival di Filosofia in Ciociaria dal 13 al 15 luglio 2018 presso il Castello dei Conti di Ceccano ( FR).

La Resistenza è stata, quindi, il momento in cui si è espresso un nuovo protagonismo femminile.
È nella Resistenza che le donne hanno la possibilità di partecipare alle decisioni da cui dipende la loro vita presente e futura.
Nel momento più tragico della guerra, in cui tutto sembrava perduto e distrutto, ecco le donne uscire dalle loro case, spezzare vincoli sociali secolari, e prendere il loro posto nella lotta, perché combattere era giusto e necessario.

La Resistenza ha contribuito a far nascere una comune coscienza nazionale tra donne di differenti ceti sociali, di diverso livello culturale e orientamento ideale, e a far loro acquisire una nuova consapevolezza del proprio ruolo e l’aspirazione a conseguire tutti i diritti. Non a caso i Gruppi di difesa delle donna (GDD) affermavano che la conseguenza della partecipazione delle donne alla Resistenza dovesse essere il diritto di voto. La partecipazione delle donne alla Resistenza è stata dunque il fondamento per la conquista dei loro diritti.
Sarà la partigiana Lidia Menapace a raccontare questo passaggio tanto importante per la storia delle donne italiane nel corso della lezione “ Storie di donne e della Resistenza taciuta” il 14 luglio alle 18:00 al Castello dei Conti di Ceccano in provincia di Frosinone.

 

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Sana e robusta Costituzione per Toti e Zaia

Zaia Toti 350 260 mindi Aldo Pirone - Due cazzotti nell’occhio di Salvini e anche di Di Maio. Li ha sferrati nei giorni scorsi la Corte costituzionale. Due micidiali sinistri, è il caso di dire. Il primo ha mandato al tappeto Giovanni Toti “sgovernatore” della Liguria. L’Alta Corte ha bocciato una norma della Regione che prevedeva che gli stranieri potessero partecipare all'assegnazione di case popolari solo se fossero "regolarmente residenti da almeno dieci anni consecutivi nel territorio nazionale". L’art. 4 della legge 13/2017, ha detto la Consulta, è affetto da "irragionevolezza e mancanza di proporzionalità".

L’altro uppercut l’ha preso Luca Zaia governatore leghista del Veneto. La Corte gli ha bocciato l’accesso prioritario all’asilo nido di chi risiede da almeno 15 anni nel territorio regionale. La norma contrasta “con il principio di uguaglianza” hanno sentenziato i giudici, aggiungendo, per chiarire le idee a lui e a tutti quelli come lui, che “Non c'è alcuna ragionevole correlazione tra la residenza prolungata e le situazioni di bisogno o di disagio".

Saputa la notizia il renziano Nardella sindaco di Firenze sembra che gli abbiano fischiato le orecchie. Lui aveva qualche settimana fa ha sopravanzato i sovranisti della Lega e di FI, proponendo di dare a Firenze, per l’assegnazione delle case popolari, la precedenza non agli italiani ma ai toscani. Ricevendo la ola di Salvini, "Meglio tardi che mai, anche il Pd dà ragione alla Lega: prima gli italiani", e di Giorgia Meloni: “Il sindaco Nardella adotta a Firenze il 'modello Fratelli d'Italia' sul bonus di residenzialità per dare priorità agli italiani nell'accesso alle case popolari. Una proposta che io stessa ho messo nero su bianco nel mio programma di candidato sindaco di Roma”.

Quello dei bambini italiani prima di quelli stranieri è un punto del programma di governo del duo Salvini-Di Maio. Glielo ha già cancellato la Consulta.
Il PD renziano, invece, lo stanno cancellando gli elettori.

Bambini all'asilo: incostituzionale la legge veneta
Prevede accesso prioritario ai figli di chi risiede in regione da almeno 15 anni. La Consulta ha bocciato la norma perchè contrasta "con il principio di uguaglianza". "Non c'è alcuna ragionevole correlazione tra la residenza prolungata e le situazioni di bisogno o di disagio". Il governatore Zaia: "Nessun razzismo, era solo buonsenso"

 

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Un voto in sintonia con la nostra Costituzione

jobsact 460 minIntervento di Daniela Mastracci - A quale elettorato provo a rivolgermi? Credo che dalle intense settimane tra il maggio 2016 e il fatidico 4 dicembre 2016, io non abbia fatto altro che pensare a chi non vota. L’astensione è da recuperare ad ogni costo perché si tratta di milioni di donne e uomini che hanno smesso nel tempo di credere nei politici, forse, più che nella politica. Una classe dirigente verso la quale si scatenano sfiducia derisione e malcontento. Che non viene percepita come risolutrice dei problemi della vita delle persone, ma come lucratori di quanto il seggio consenta economicamente. Però proprio le settimane pre-referendum sono state il terreno del ritorno al voto per quei milioni, là sapevano di potersi giocare una partita: come sia andata poi la partita, lo sappiamo da un anno e mezzo. È cambiato il presidente del consiglio ma non sono cambiate le politiche: contro il lavoro, contro i diritti, contro la scuola, contro la sanità, contro l’ambiente. Tutto fatto secondo la logica del dare a chi potenzialmente assumesse, nel togliere a chi non solo non avesse lavoro, ma anche a chi il lavoro lo trovasse: lavoro a ore, lavoro sottopagato, lavoro demansionato, lavoro sempre più precario.

Dall’astensione possiamo aspettarci ancora un sussulto di partecipazione, dopo l’ennesima delusione? Se puntiamo il dito sulle diseguaglianze, se diciamo con forza “basta precarietà”, “diritti e lavoro tutelato, innanzitutto”, “sanità e scuola pubbliche finanziate dallo stato”, “ambiente tutelato e non perciò nemico del lavoro, se connettiamo i due valori in una green economy”; se diciamo con forza che viene prima di tutto l’essere umano e non mai il profitto di pochi, si può pensare che le persone ci diano fiducia?

Se ripartiamo dalla Costituzione, quella che ha smosso milioni di noi al voto, quella che scrive a chiarissime lettere di lavoro come diritto, non solo possiamo avere da dire la nostra visione del mondo, ma possiamo dire anche come attuarla, visto che sempre la Costituzione ce ne dà gli strumenti: che dire cioè della articolo sulla progressività fiscale (articolo 53 “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”)? E di quello sulla finalità sociale dell’impresa privata (art. 41)? Lo sappiamo da là come si dovrebbe fare per dare dignità al lavoro e sostegno concreto ai diritti tutti. Perciò là ritorno ogni volta che prendo la parola negli incontri tra Liberi e Uguali e le donne e gli uomini di questa Italia tanto diseguale e ingiusta.

Come a Cassino, sabato 17, quando ho detto che il Jobs act ha violato l'articolo 4 della Costituzione (“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”) perché ha vanificato il lavoro come Diritto, e che perciò quando i “riformatori costituzionali” dicevano che la riforma non avrebbe toccato i primi 12 articoli della Costituzione, dicevano il falso, perché con quella ingiusta legge sul lavoro l'hanno toccata eccome! L’hanno calpestata nella pratica, prima ancora di toccarla con la teoria della riforma.

Allora così come abbiamo vinto il referendum, noi che ci basiamo sempre sulla Costituzione, che troviamo là le fondamenta per una Repubblica equa, giusta, dobbiamo vincere adesso, abrogando il Jobs act e ripristinando l'articolo 18. Perché dobbiamo e vogliamo innanzitutto ridare piena dignità al lavoro, nel riconoscimento del suo essere Diritto e non merce, sempre al ribasso, nel mercato del lavoro che nasce per il profitto di pochi e non certo per garantire i lavoratori.
E poi, ricordandomi sempre che sono un’insegnante e che mi occupo di scuola da tanto tempo, non dimentico di dire che oggi vinciamo, come Liberi e Uguali, perché abroghiamo la 107, perché gli studenti meritano di diventare cittadini consapevoli, piuttosto che lavoratori sfruttati e assoggetti a quello stesso Mercato che fa crescere i profitti di pochissimi, a tutto danno dei moltissimi.
Per i molti, non per i pochi Liberi e Uguali

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