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Cercasi somme delle Aree di complessa

Leoni che si battono 350 260 minPasqua, 25 aprile, 1° maggio. Per molti un lungo ponte dal 21 aprile alla Festa dei Lavoratori, per tantissimi altri, festività e ricorrenze nelle quali riconfermare la fedeltà alla democrazia conquistata unitariamente - al di là dell’imbarbarimento di qualche vicepremier - e rinnovare gli impegni di lotta per garantire lavoro e occupazione a questo nostro Paese.
Ormai si aspetta il Primo Maggio ’19 che quest’anno ha, da noi, una vigilia altrettanto importante, il 29 aprile di Vertenza Frusinate con una assemblea convocata come in tante altre occasioni nel salone dell’Amministrazione provinciale.

Come gli stessi disoccupati ricordano senza posa su Facebook, per “voce” di Luigi Carlini, due sono gli argomenti principali: “Quante risorse darà il governo alla Regione Lazio per l'area di crisi complessa Frosinone/Rieti per l'accordo quadro 2019 /2020?”
Dove sono le cosiddette politiche attive senza le quali nessun intervento di sostegno per sopravvivere sarebbe stato possibile? Le hanno individuate i disoccupati, per intanto, nei 53 milioni di euro stanziati per la bonifica della Valle del Sacco in 19 comuni. Da qui non intendono retrocedere chiedendo che allo scadere dei sei messi previsti per la “caratterizzazione“ dei territori inclusi (analisi degli interventi da effettuare e modalità della loro realizzazione), si individuino lì posti di lavoro certi sia per giovani inoccupati che per quelli che il lavoro l'hanno perso, iniziando sin da ora a conoscere procedure e modalità di accesso trasparenti.
Come si legge, si tratta di temi ed argomenti che influiranno anche sugli impegni del 1° Maggio.

Sulla prima questione posta dai disoccupati bisogna rammentare che si tratta di tradurre in pratica gli impegni dell’accordo del 28 febbraio 2018, riconfermato ed aggiornato il 28 dicembre scorso, ma ad oggi ancora “incompiuto” nel rispetto degli impegni assunti verso i disoccupai, dei quali così Gino Rossi descrive lo stato d’animo: «non ci sono più parole per descrivere questa indifferenza da parte chi oggi rappresenta la Ciociaria, dopo la finanziaria approvata a dicembre che rifinanziava per 117 milioni di euro le mobilità in deroga nelle aree di crisi complesse ad oggi nessuna novità da parte del governo, quanto dovranno aspettare le (nostre) famiglie…?»

Vale la pena ricordare due fatti di cui poco si è parlato, tranne rapidi annunci a caldo. Poi silenzio.
Il 18 marzo scorso la Segreteria nazionale della Cgil chiedeva al Governo lo sblocco delle risorse per le aree di crisi complessa, ricordando che «oltre 60.000 lavoratori attendono, ormai da mesi, gli ammortizzatori sociali che spettano loro di diritto» chiedendo ai Ministri del Lavoro e dell’Economia di emanare “immediatamente” il necessario decreto interministeriale. E, concludevano mettendo in evidenza che con questi ritardi il «Governo del cambiamento sta replicando, nei modi e nei tempi, quelli precedenti».
Ad oggi nulla è accaduto e neppure è stato convocato dal Ministro Di Maio il tavolo specifico sugli ammortizzatori sociali per cui si era impregnato con Landini, Furlan e Barbagallo. Un duro atto di critica, quindi quello della Cgil. Inascoltato. Punto e basta.

Esiste anche un secondo richiamo, più ravvicinato, infatti si verifica al Senato della Repubblica nel "question time" del 4 aprile 2019 (seduta n° 107). La Senatrice Teresa Bellanova (PD), illustra la sua interrogazione (n° 3-00754 ) al Ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, sulla soluzione delle attuali crisi occupazionali e sul sostegno alla riconversione industriale, ricordando che «l'Istat, l'OCSE, Confindustria (attraverso il suo ufficio studi) e tanti altri ancora certificano che in Italia la crescita è negativa. Praticamente, siamo in recessione: il fatturato industriale è a -7,3 per cento, gli ordinativi a -5,3 per cento… gli occupati diminuiscono» (nei giorni successivi i numeri cominciano a ballare…diventano positivi. Meglio così?!!).

C’è un ben di più, tuttavia, che c’interessa qui. Dice la Senatrice «Signor Ministro, la situazione è molto grave. È chiaro che la vostra ricetta non funziona. Ma c'è una situazione ancora più grave che è quella delle aree di crisi complessa. Sono 18 in Italia, distribuite su tutto il territorio, da Portovesme a Taranto, a Savona, a Trieste, a Gela, e così via dicendo, territori che hanno subito crisi devastanti nel corso dell'ultimo decennio: 60.000 lavoratori dislocati in queste 18 aree di crisi, da gennaio sono senza stipendio perché lei, il suo collega dell'economia, il suo Governo non avete avuto il tempo di fare un decreto. E non ci dica che ha firmato due giorni fa. Quello era un atto dovuto, ma il decreto non è ancora applicabile perché non porta la firma dell'Economia e la registrazione alla Corte dei conti.».

Queste parole sono state pronunciate in Senato. E’ chiaro perché i soldi non arrivano?

Nella stessa interrogazione, anzi nel suo resoconto stenografico, attenzione, si apprende che la storia “non ci sono i soldi”, non è vera. La Senatrice Bellanova rivela che «sulle aree di crisi avete una dote di 721 milioni di euro in gran parte della scorsa legislatura»; la cifra viene ridimensionata nella replica del Ministro, ma non smentisce che i fiondi ci sono in abbondanza, infatti «sono complessivamente 283 milioni di euro» (senza pudore ci viene da chiedere: la differenza fino a 721 milioni esisteva o no e se esisteva dove è andata a finire?). Comunque, bene disoccupati, tenetelo a mente. Non lo dimenticate e non fateveli toccarei 283 miioni a voi destinati.

Buon Primo Maggio a Isola del Liri.

I virgolettati sono tratti dal resoconto stenografico dell’interrogazione 3-00754 nella seduta n°107 del 4 aprile 2019 in Senato.

25 aprile 2019

 

 

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Aree di crisi complessa: utilizzare subito i fondi esistenti!

  • Pubblicato in Partiti

Bandiera pci 350 260PCI Lazio* - Aaree di crisi complessa: attuare progetti coi fondi esistenti! Come diciamo da tempo noi comunisti, la crisi economica che stiamo subendo, non ha nulla di casuale o ciclico. Purtroppo è una crisi strutturale che non avrà fine fino a che non ci sarà una totale inversione delle scelte economiche che mettano in discussione il sistema capitalistico.
Tuttavia, pur all’interno della situazione data, è possibile approntare interventi di parziale tutela, ovvero di risposte di area dove l’acutezza sociale sta devastando intere comunità. Questo è il caso delle aree di crisi complessa nel Lazio.
Per questo è condivisibile quanto portato avanti dalla interrogazione parlamentare della senatrice Bellanova, che, a proposito di aree di crisi, chiama il Governo alle proprie responsabilità. Governo che, tramite il vicepresidente Di Maio, risponde che in effetti il proprio ministero ha dato indicazioni ma altri ministeri non firmano lo sblocco di fondi.

E’ una vergogna! Ma che sono due Governi differenti? Ma il punto di vista che interessa questi governanti sono le liti quotidiane, oppure i lavoratori che restano senza tutele e che hanno le famiglie ridotte alla povertà?
Da parte dei lavoratori, il quesito al governo, la risposta attesa è proprio quella di voler sapere a che punto è l'attuazione dei progetti di riconversione e riqualificazione produttiva delle aree di crisi complessa. Di come si realizzano questi progetti e come effettivamente si costruiscono le condizioni perché le persone possano rientrare nel posto di lavoro, magari con progetti anche innovativi.

I lavoratori sappiano che il Partito Comunista Italiano, è e sarà al loro fianco sia da solo che con altri. Sia nei momenti di lotta che nei momenti della proposta: l’interesse del PCI è la difesa e la tutela dei lavoratori, non le passerelle elettorali o le insulse frasi governative “vorrei, ma non posso”.

Questa è l’ora di pretendere: i fondi ci sono. Le volontà di moltissimi, se non di tutti, sono state dette. Per opportunismo o per scelta convinta? Noi diciamo che poiché sono state pronunciate devono essere attuate. Il governo agisca, attui, questo interesse a noi e ai lavoratori!

*Dichiarazione congiunta del responsabile del lavoro, Tiziano Ziroli, e del segretario Oreste Della Posta del Partito Comunista Italiano – Lazio

 

 

 

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Crisi e lavoro: il PD deve ripartire da qui

partito democratico bandiera350 250di Alfiero Grandi su Il Fatto Quotidiano 12/3/2019 - Tanti hanno partecipato alle primarie sperando di aiutare la ricostruzione di una posizione di sinistra, diroccata da Renzi, che ora tenta di ipotecare la vittoria di Zingaretti. Anche le manifestazioni sindacale e antirazzista di Milano sono state partecipate e importanti. Novità incoraggianti ma insufficienti.

Ora la discontinuità del Pd con il passato deve essere netta. La maggioranza giallo-verde finora non ha dovuto fare i conti con una reale alternativa politica. F.I. e F.dI. sono subalterni alla Lega, il loro obiettivo è riallacciare con Salvini.

A sinistra un'opposizione confusa e divisa ha attaccato il governo con argomenti contraddittori e senza il coraggio di fare i conti con la sconfitta elettorale. Emblematico il reddito di cittadinanza. Alcune critiche al governo hanno rivendicato il REI introdotto da Gentiloni, chiedendo di potenziarlo invece di scegliere altre strade, mentre altre critiche hanno ritenuto un errore spendere risorse per alleviare le sofferenze della povertà, raddoppiata in dieci anni, dimenticando che anche gli 80 euro erano destinati ai lavoratori a basso reddito, quindi erano un intervento sulla domanda.

Interventi per aiutare i redditi che non bastano per una vita dignitosa sono giusti e necessari di fronte ad una crisi che dura da un decennio e non è finita. Il reddito di cittadinanza proposto dal governo ha aspetti criticabili come la confusione tra interventi per l'occupazione e sostegno al reddito delle aree di povertà. L'opposizione di sinistra dovrebbe condividere l'obiettivo e lavorare per correggerne errori e storture, compreso avere ignorato le regioni e i sindacati.

Una battaglia si impone ma per correggere in meglio. Il reddito di cittadinanza non crea occupazione e sono necessari altri interventi che questa maggioranza sembra incapace di fare. Tuttavia reddito di cittadinanza ed altri provvedimenti sono di segno diverso da quelli di Salvini sui migranti e sulla sicurezza. Zingaretti deve puntare ora a costruire un'alternativa al governo giallo-verde, prima che sia troppo tardi. La precondizione è rompere con la logica renziana del “mai con i 5 Stelle” sconfitta dalle primarie e prima ancora dal referendum costituzionale.

Per di più sulla Costituzione c'è la tentazione nel governo di riscriverne aspetti centrali con troppa faciloneria. La destra non ha i voti in parlamento, mentre una qualche convergenza tra Pd, sinistra e M5 Stelle potrebbe essere un'alternativa. Un confronto tra Pd, sinistra e 5 Stelle non è semplice ma - ad esempio - la proposta del salario minimo è una novità a fronte della frantumazione e della svalutazione del lavoro. Questo governo non è in grado di governare l'Italia in crisi, per di più in continuità con Renzi ha ignorato le rappresentanze sociali, sindacati in testa.

Ridare ruolo alla rappresentanza sociale è un punto chiave del futuro politico di questo paese. Zingaretti deve assumerlo esplicitamente.

Se il governo arranca la difficoltà è politica. Se l'Italia non vuole perdere il contatto con il gruppo di testa dell'Europa deve mobilitare le energie politiche, intellettuali e sociali che possono aiutare a fare uscire il paese da una crisi pericolosa.

La risposta deve essere politica e deve valorizzare il contributo delle forze sociali e intellettuali fondamentali di cui l'Italia tuttora dispone. Occorre costruire un progetto di futuro su cui far convergere governo e parti sociali. Il governo propone, le forze sociali fondamentali e l'intellettualità ne discutono e si tenta una sintesi condivisa, con impegni e verifiche precisi. Il punto di partenza deve essere la valorizzazione del lavoro, la sua quantità, la sua qualità, la sua crescita nella considerazione sociale, retribuzioni comprese.

Per un patto credibile occorre un governo affidabile e quello attuale non lo è, quindi il suo superamento è centrale, ora.

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Arlacchi: il grande imbroglio della crisi in Venezuela

Pino Arlacchi 350 mindi Pino Arlacchi* - “Io, ex vicesegretario dell’Onu vi spiego il grande imbroglio della crisi in Venezuela, tra Wall Street e petrolio” (da ilfattoquotidiano.it)

Se c’è una lezione che si impara dirigendo una grande organizzazione internazionale come l’Onu è che, nelle cose del mondo, la verità dei fattiraramente coincide con la sua versione ufficiale. Le idee dominanti – come diceva il vecchio Marx – restano quelle della classe dominante. E il caso del Venezuela di questi giorni si configura appunto nei termini di una gigantesca truffa informativa volta a coprire la sopraffazione di un popolo e la spoliazione di una nazione.

Il principale mito da sfatare riguarda le cause di fondo del dramma venezuelano. I media occidentali non hanno avuto dubbi nell’additare gli esecutivi succedutisi al potere dopo l’elezione del “dittatore” Chávez alla presidenza nel 1998 come unici responsabili della crisi, nascondendone la matrice di gran lunga più importante: le barbare sanzioni americane contro il Venezuela decise da Obama nel 2015 e inasprite da Trump nel 2017 e nel 2018.
Spese sociali mai così alte. La “dittatura” di Chávez, confermata da 4 elezioni presidenziali e 14 referendum e consultazioni nazionali successive, è stata condotta sotto il segno di uno strappo radicale con la storia passata del Venezuela: i proventi del petrolio sono stati in massima parte redistribuiti alla popolazione invece che intascati dall’oligarchia locale e imboscati nelle banche degli Stati Uniti.

Nonostante Chávez abbia commesso vari errori di malgoverno e corruzione tipici del populismo di sinistra – errori confermati in seguito dal più debole Maduro – sotto la sua presidenza le spese sociali hanno raggiunto il 70% del bilancio dello Stato, il Pil pro capite è più che triplicato in poco più di 10 anni, la povertà è passata dal 40 al 7%, la mortalità infantile si è dimezzata, la malnutrizione è diminuita dal 21 al 5%, l’analfabetismo è stato azzerato e il coefficiente Gini di disuguaglianza è sceso al livello più basso dell’America Latina (dati Fmi, Undp e Banca Mondiale).

 

Ma la sfida più temeraria lanciata dal Venezuela “socialista” è stata quella contro l’egemonia del dollaro. L’economia ha iniziato a essere de-dollarizzata favorendo investimenti non statunitensi, tentando di non farsi pagare in dollari le esportazioni, e creando il Sucre, un sistema di scambi finanziari regionali basato su una cripto-moneta, il Petro, detenuta dalle banche centrali delle nazioni in affari col Venezuela come unità di conto e mezzo di pagamento. Il tempo della resa dei conti con il Grande Fratello è arrivato perciò molto presto. Molti hanno evocato lo spettro del Cile di Allende di 30 anni prima.
Ma il Venezuela di oggi è preda ancora più consistente del Cile. Dopo la Russia, è il Paese più ricco di risorse naturali del pianeta: primo produttore mondiale di petrolio e gas, secondo produttore di oro, e tra i maggiori di ferro, bauxite, cobalto e altri. Collocato a tre ore di volo da Miami, e con 32 milioni di abitanti. Poco indebitato, e capace di fondare una banca dello sviluppo, il Banco do Sur, in grado di sostituire Banca Mondiale e Fondo monetario come sorgente più equa di credito per il continente latinoamericano.

È per queste ragioni che la “cura cilena” è inizialmente fallita. Il tentato golpe anti-chavista del 2002 e le manifestazioni violente di un’opposizione divenuta eversiva e anti-nazionale, si sono scontrati con un esecutivo che vinceva comunque un’elezione dopo l’altra. Perché anche i poveri, dopotutto, votano. L’occasione per chiudere la partita si è presentata con la morte di Chávez nel 2013 e il crollo del prezzo del petrolio iniziato nel 2015.

La strategia delle sanzioni – La raffica di sanzioni emesse l’anno dopo con il pretesto che il Venezuela fosse una minaccia alla sicurezza nazionale degli Usa mettono in ginocchio il Paese. Il Venezuela viene espulso dai mercati finanziari internazionali e messo nelle condizioni di non poter più usare i proventi del petrolio per pagare le importazioni. Quasi tutto ciò che entra in un’economia che produce poco al di fuori degli idrocarburi deve essere pagato in dollari contanti. E le sanzioni impediscono, appunto, l’uso del dollaro. I fondi del governo depositati negli Usa vengono congelati o sequestrati. I canali di rifinanziamento e di rinegoziazione del modesto debito estero del Venezuela vengono chiusi. Gli interessi sul debito schizzano in alto perché le agenzie di rating al servizio di Washington portano il rischio paese a cifre inverosimili, più alte di quelle della Siria. Nel 2015 lo spread del Venezuela è di 2 mila punti, per raggiungere e superare i 6 mila nel 2017.

Gli economisti del centro studi Celag hanno quantificato in 68,6 miliardi di dollari, il 34% del Pil l’extra costo del debito venezuelano tra il 2014 e il 2017. Ma il più micidiale degli effetti del blocco finanziario del Venezuela è il rifiuto delle principali banche internazionali, sotto scacco americano, di trattare le transazioni connesse alle importazioni di beni vitali come il cibo, le medicine, i prodotti igienici e gli strumenti indispensabili per il funzionamento dell’apparato produttivo e dei trasporti. Gli ospedalivenezuelani restano senza insulina e trattamenti antimalarici. I porti del paese vengono dichiarati porti di guerra, portando alle stelle le tariffe dell’import-export. Il valore delle importazioni crolla da 60 miliardi di dollari nel 2011-2013 a 12 miliardi nel 2017, portandosi dietro il tonfo del 50% del Pil.

Le banche di Wall Street – I beni che riescono comunque a essere importati vengono accaparrati e rivenduti di contrabbando dagli oligopoli dell’industria alimentare che dominano il settore privato dell’economia venezuelana. La stessa delinquenza di alto livello che tira le fila del sabotaggio del Clap, il piano di emergenza alimentare del governo che soccorre 6 milioni di famiglie. È stato calcolato che tra il 2013 e il 2017 l’aggressione finanziaria al Venezuela è costata tra il 110 e il 160% del suo Pil, cioè tra i 245 e i 350 miliardi di dollari. Senza le sanzioni, l’economia del Venezuela, invece di dimezzarsi, si sarebbe sviluppata agli stessi tassi dell’Argentina.
Durante il 2018 si sviluppa in Venezuela una crisi umanitaria interamente indotta. Che si accompagna a un’iperinflazione altrettanto fasulla, senza basi nei fondamentali dell’economia, determinata da un attacco del mercato nero del dollaro alla moneta nazionale riconducibile alle 6 maggiori banche d’affari di Wall Street.

È per questo che il rapporto dell’esperto Onu che ha visitato il Venezuelanel 2017, Alfred De Zayas (di cui non avete mai sentito parlare ma che contiene buona parte dei dati fin qui citati), propone il deferimento degli Stati Uniti alla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità perpetrati in Venezuela dopo il 2015.

27 Febbraio 2019 da ilfattoquotidiano.it https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/02/27/venezuela-in-crisi-cosa-nasconde-il-grande-imbroglio/5000660/

* Vicesegretario Generale dell’Onu dal 1997 al 2002 - https://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=69&biografia=Pino+Arlacchi

 

 

 

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Sora. Maggioranza in crisi, non si nasconda dietro un dito

M5S Sora - Il Re è nudo!
Nell’ultimo Consiglio Comunale era prevista all’Ordine del Giorno la designazione dell’Amministratore Unico di Ambiente S.u.r.l., come è noto, il punto è stato ritirato dalla maggioranza, palesando pubblicamente quanto già si conosceva da tempo: le divisioni interne tra i vari Consiglieri.

M5S logo minUfficialmente il punto è stato ritirato in seguito alla presentazione di una nota da parte di un dirigente indirizzata al Presidente del Consiglio con la quale si rappresentava che: «(…) la Commissione (…) è venuta a conoscenza di circostanze che potrebbero inficiare l’esito dei lavori della Commissione sul procedimento». Al riguardo si deve notare che l’avviso per la presentazione delle candidature scadeva lo scorso 31 agosto, nonostante il lasso di tempo per accorgersi di eventuali problemi sia stato più che abbondante, i problemi sono saltati fuori proprio a ridosso della seduta consiliare.

Quali siano queste circostanze, al momento, non è dato sapere, ma si possono solamente supporre.

La realtà, probabilmente, è che la maggioranza si sia divisa sul nome da votare.

Non è certo la prima volta che si verificano delle divisioni all’interno della maggioranza, la differenza rispetto al passato è che questa volta sono manifestamente pubbliche. Se si tratta di una semplice divergenza basata sui requisiti professionali del profilo migliore da votare come Amministratore di Ambiente S.u.r.l. o, invece, di una e vera propria crisi interna destinata a produrre effetti lo si potrà constatare nei prossimi giorni o settimane. Tuttavia, non si deve dimenticare che tra le candidature ne è presente una che più di qualche problema di opportunità politica potrebbe aver provocato alla maggioranza.

Da semplici cittadini ci auguriamo di non essere di fronte all’ennesimo gioco politico basato sulla logica di spartizione delle poltrone, ma di trovarci ad assistere ad un “confronto” acceso tra i membri della maggioranza riguardante esclusivamente le competenze dei vari candidati alla guida di Ambiente S.u.r.l..

Innanzi ai tanti problemi della città è necessaria un’assunzione di responsabilità e chiedersi se si è in grado di fornire delle soluzioni idonee al buon governo cittadino.

Si deve essere consapevoli che per i tanti problemi quotidiani la città, ora più che mai, necessita di risposte in tempi certi, non si può – se così si può scrivere – tirare a campare sperando che la situazione migliori da sola.

Con l’occasione si porgono cordiali saluti.

Sora, 28 novembre 2018

Il Portavoce

Fabrizio Pintori

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I dioscuri

walter veltroni e massimo d alema 350 260 mindi Aldo Pirone - In queste due ultime settimane, nel mezzo del bailamme assordante della propaganda di governo grilloleghista, ci sono stati gli interventi di Veltroni (intervista al Corriere della Sera a cura di Aldo Cazzullo di mercoledì scorso) e l’apparizione televisiva a “Di martedì” di Massimo D’Alema il 9 ottobre.

Naturalmente le cose dette dai due ex dioscuri del PDS-DS spaziavano sull’attualità politica, sulle questioni economiche, sulle prospettive della sinistra ecc. Veltroni, sempre uguale a se stesso, continua a dire cose che si potrebbero riassumere nella “banalità del bene”. Con, in più, qualche approssimazione storica come quella, per esempio, sulle analogie dell’attuale crisi della democrazia occidentale con quella avutasi in Europa con la grande depressione degli anni ’30. Tema interessante che dovrebbe consigliare chi lo accosta a capire le differenze e le specificità di queste crisi, fra l’una e l’altra epoca, più che le astratte similitudini; condizione indispensabile per fronteggiare dal lato democratico gli effetti devastanti della crisi attuale sulla democrazia nell’Occidente euroatlantico, connotata dal propagarsi “alluvionale”, come dice bene l’ex segretario di DS e PD, delle pulsioni plebiscitarie, demagogiche e populiste, xenofobe e razziste. Non basta il richiamo alla rivoluzione tecnologica e all’introduzione del computer.

Al di là di questo e di molto altro ancora, quello che continua a unire personalità così diverse per storia e attuale collocazione politica come il “lider maximo” e “l’amico americano” è, per così dire, la irresponsabilità. Loro, se c’erano, quando si decideva di seguire il blairismo e l’ulivo mondiale e s'inneggiava alla globalizzazione, dormivano. Pensarono di fare il surf politico sulle onde della mondializzazione neoliberista, non accorgendosi che quei marosi avrebbero travolto la sinistra. Certo non sono responsabili per l'odierna crisi globale della democrazia, per carità, ma di quella della sinistra italiana sì; almeno per notevole parte. La descrizione dei processi di cambiamento e destrutturazione economica, sociale, ideale ed etica avvenuti in tutti i campi e l’incapacità a comprenderli e fronteggiarli - proprio nel momento in cui ci tenevano a presentarsi, specialmente Veltroni, col volto degli innovatori, dei rinnovatori, dei discontinuisti più radicali rispetto a un passato (il PCI) considerato vecchio, stantio e ammuffito - non sfiora le approfondite riflessioni dei due ex dioscuri usciti dalla tradizione comunista-berlingueriana. Essi sono soliti descrivere ciò che è successo e il punto di sfascio cui è arrivata la sinistra, dentro e fuori il PD, come se loro non c’entrassero. Anzi ci tengono a dire e a farsi dire (vedi le domande prostrate di Cazzullo a Veltroni) che loro l’avevano detto, previsto, denunciato come novelle e inascoltate cassandre.

D’Alema dice a Floris che le conseguenze devastanti per la sinistra delle scelte economiche e sociali renziane lui le aveva previste; con ciò dando a intendere che è da quelle che è arrivata l’ondata grillina. Ha pure criticato il ritardo a prendere atto dell’errore renziano e a separarsene. Alludendo evidentemente ad alcuni compagni di viaggio (Bersani) che poi hanno dato vita a Leu. Dimenticando che il M5s è esploso - diventando il primo partito in Italia nel 2013 - quando il PD era diretto da Bersani che lo aveva portato, con il consenso di tutti leader correntizi, a sostenere il governo Monti senza se e senza ma; e lui, D’Alema, era ben piazzato nella dirigenza piddina. E’ lì che dopo una lunga incubazione è esplosa la cosiddetta “rottura della connessione sentimentale” di gramsciana memoria, ultimamente evocata da D’Alema, fra i dirigenti della sinistra e il loro popolo. Il richiamo al Brasile fatto dall’ex segretario del Pds per significare che, a differenza dell’Italia, lì la “sinistra è stata sconfitta ma non ha ceduto”, riferita implicitamente al periodo renziano, non è storicamente fondata. Perché se si vuole parlare di cedimento strutturale non si può non risalire al periodo in cui a sinistra impazzavano i due ex dioscuri postcomunisti.
In verità il “lider maximo”, in momenti riflessivi più di spessore consegnati soprattutto alla sua rivista “Italianieuropei”, è arrivato a una certa anche personale autocritica sulle sue responsabilità, mentre tanti altri dirigenti di sinistra a lui coevi ancora procedono con solenni facce toste. Soprattutto, ed è quello che più interessa, è arrivato a dare un certo contributo all’analisi, seppur tardiva, delle caratteristiche della rivoluzione conservatrice, neoliberista e globalizzatrice. Tuttavia si vede e si sente che nell’esaminare criticamente il passato è come se lui non fosse stato, e in prima persona, della partita.

Un po’ più grave, se possibile, il caso di Veltroni. Il padre della sinistra, della democrazia e dell’Europa, come sentenzia Scalfari una domenica sì e l’altra pure, dice a Cazzullo che “ Oggi la sinistra ha perduto questa intensità, questa capacità di condividere il dolore degli altri” e perciò, “è evaporata in una grande nube”. Come se il dissolvimento allo stato gassoso fosse cosa degli ultimi anni e non un processo piuttosto lungo al quale Veltroni ha dato un non modesto contributo. Ma lo stile alato veltroniano, a imitazione dei discorsi dei leader democratici americani, pieno di buone intenzioni, di frasi fatte, di concetti di buon “cuore”, alla fine, seppur tra le righe, mostra il suo limite nella polemica retrospettiva sulla fondazione del PD. Parlando di come la sinistra dovrebbe presentare alle prossime elezioni europee, Veltroni auspica una lista aperta “che assomigli a come immaginavo il Partito democratico: un luogo cui persone, associazioni, movimenti, gruppi potevano aderire, restando se stessi. Le primarie dovevano servire a sintetizzare tutto questo. Poi il Pd è stato prosciugato e occupato dalle correnti; e il meccanismo delle primarie ne ha sofferto”. In sostanza cerca di riproporre la favola di un PD che lui voleva federatore della società civile progressista e che, solo dopo, fu occupato dalle correnti. Una rappresentazione furbesca e non veritiera. Perché le correnti - compresa la sua che ancora non disarma - le cordate e le sotto cordate erano già ben incistate sia nei DS sia nella Margherita soci fondatori del PD, a livello locale e nazionale. Furono queste forze reali a essere le vere fondatrici del PD; l’aggiunta delle primarie per l’elezione degli organismi dirigente e del segretario - “sintetizzarono” sì, come dice Veltroni, ma l’intruglio correntizio, non altro - furono il definitivo slittamento verso una concezione plebiscitaria anticamera del populismo; accompagnata, perché in politica tutto si tiene, da un impianto politico-culturale, quello del Lingotto per intenderci, interclassista, fondamentalmente liberal democratico, aperto ai successivi smottamenti renziani

Fecero un bel lavoro, in “concordia discors”, i due dioscuri postcomunisti. Misero insieme il correntismo con il plebiscitarismo, due cose stravecchie e non certo progressiste per la sinistra del futuro. Compreso il solipsismo della cosiddetta “vocazione maggioritaria” cui Veltroni dice di continuare a credere, ma, questa volta, con le alleanze, le aperture alla società civile, agli ecologisti, al pensiero liberale, al cattolicesimo democratico ecc. ecc. Insomma le solite cose. Una vocazione che non ha portato fortuna alla sinistra, perché, vedi un po’ l’eterogenesi dei fini, l’ha accompagnata verso il dissolvimento nella “grande nube”.

L’unica vocazione rimasta è quella di Veltroni: volare tra le nubi.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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Come interrogarsi sulla crisi?

Ciofi rivoluzione ritaglio 500 minCapita a volte che i messaggi pubblicitari sollecitino delle considerazioni che vanno al di là del loro unico intento, che è quello di vendere. Infatti, finito il Tg7, prima dell’Otto e mezzo della Lilli Gruber c’è un’interminabile serie di spot pubblicitari, fra questi uno è dell’Electrolux, azienda di elettrodomestici che offre lavatrici a “solo” 599,00 euro.. Quel “solo” fa scattare il rapido calcolo di una casalinga, mia moglie ex impiegata dello stato, insegnante, che così traduce il messaggio: ma come le lavatrici fra il ’70 e il ’90 costavano 300 mila lire ed chi guadagnava intorno al milione e mezzo ne avrebbe potuto comprare 5 ed oggi, invece con uno stipendio medio di 1200,00 euro ce ne entrano 2 e un pezzetto. Ma che affare è?

E’ una reazione istintivamente empirica o ha un fondamento? Voglio verificarla. Incredibile, ma i calcoli sono abbastanza simili a quelli della casalinga: la benzina per esempio costava poco più di 1000 lire, circa 0,55 € oggi nel migliore dei casi ci vuole 1,600 €) - dice answers.yahoo.com, che prosegue - il miglior casco per moto era in commercio a 500.000 lire oggi siamo sui 7-800 €, uno stipendio medio era di circa 1.500.000 di lire e a fatica ci campava una famiglia di 4 persone, oggi un single con 750 € morirebbe di fame (tutte le stime sono con l’euro a 1960 lire). E si può continuare: comprare casa in Italia oggi richiede uno sforzo pari a tre volte quello che era necessario nel 1980, da “idealista.it”. La Federconsumatori e finanche uno studio dell'economista Filippo Taddei, del PD, pubblicato da linkiesta.it, mettono in luce come sia cresciuto questo sforzo ben oltre le 3 volte per acquistare un appartamento. Un dipendente trenta-quarantenne con un reddito medio da lavoro per acquistare un appartamento impiega da 5,6 o 8 anni e fino a 9 o 11 per città come Roma e Milano. Questi pochi esempi ci fanno significa scoprire quanto abbiamo perso in termini di potere d’acquisto.

Cosa ripetutamente ci è stato detto in questi anni? Che stavamo uscendo dalla crisi e che dovevamo pensare ai nostri figli al loro futuro. Pensiamo, come fa a non salire la delusione, l'indignazione, la rabbia? Tutti i benefici verranno ... per i più domani. Per pochi ci sono già oggi, subito. Un po' come il paradiso promesso dopo la vita. E in questo stadio della crisi come si fa a pensare che si accetti la condizione esistente senza nemmeno provare a credere in qualche altra cosa? Si pensa davvero che gridare attenti al populismo possa creare ravvedimenti nel voto?
I vecchi partiti di governo non hanno voluto mai fare i conti con la perdita della loro credibilità. C’è chi scommette che accadrà anche ai nuovi governLocandina presentazione libro di Ciofianti, forse, è probabile, ma questo lo dirà la storia. Oggi vediamo cosa ci può dire la nostra ragione.
Il passaggio dalla lira all’euro è avvenuto sotto Berlusconi, nel solco del pensiero unico neoliberista con precise direttrici di marcia, tenere basso il costo del lavoro, limitare i diritti dei lavoratori in un brodo di coltura che indicava ogni protesta legittima come inutile e disdicevole. Da evitare se non da condannare. A vantaggio di chi si è tradotto il cambio di valuta?

I salari e la maggior parte degli stipendi, cioè i redditi reali, come un cambio alla frontiera sono passati da una valuta ad un’altra come se non fossero redditi da produzioni reali di merci e di lavoro intellettuale che invece sarebbero state vendute al valore corrente dell’euro. Questa la prima botta stramazzante al potere di acquisto. Si badi bene e nessuno gridi allo scandalo: non è colpa dell’euro è colpa di chi ha governato il passaggio da una moneta all’altra creando vantaggi per le grandi imprese e i grandi commerci, lasciando l’illusione della libera concorrenza fra i dettaglianti (poveri disgraziati anche loro), ma consentendo ai fornitori mondiali di dettare legge.

Nessuno ha modificato questa impostazione, dopo. Non Prodi, non Monti (ohi ohi), non Letta né tanto meno Renzi. La fatica fatta per uscire dalla crisi – dice oggi Gentiloni – viene vanificata.
Qualcuno vuole dire da quale crisi è uscito il popolo italiano? Il popolo italiano non è, né era affatto uscito dalla crisi. La società italiana nel suo insieme è dentro la crisi. Il crollo del ponte di Genova è l’ultimo grido di un Paese in terribile difficoltà. Qualcuno che dice di esser uscito dalla crisi, forse non lo è mai stato, anzi molti di costoro hanno fatto affari d’oro con la crisi. Pensiamo alla strana contraddizione che il terrorismo liberista per l’aumento dello spread, come lo chiama l’economista Giulio Sapelli, ha giornalmente riversato su tutti noi. Si badi bene terrorismo a partire da Bruxelles fino giù, in una ramificazione di rivoli della gran parte della informazione e delle banche: prima affermano che “i mercati” fanno valutazioni sui numeri e poi invocano che bisogna stare attenti ai “toni” altrimenti sale lo spread. Ma allora sono i toni (poco graditi) e non sono valutazioni scientifiche, di numeri immutabili a metterci in difficoltà? Quindi, ci sono dei manovratori che operano per conto di qualcuno?

IL NODO E' QUI, TUTTO QUI. Capire che non c’è una oggettività del destino.

È possibile fare il punto di questa situazione? Vogliamo cominciare a provarci? Vogliamo provare a dirci la verità una volta tanto? Già dall’epoca dei DS qualcuno aveva deciso che questo era il migliore dei mondi possibili. Il PD vive dominato da questo convincimento e trascina con se tutti i suoi alleati tradizionali e occasionali. PERCHE'? Forse perché è una formazione politica frutto di una unione a tavolino solamente politicista senza radici nel Paese? Una passiva assunzione a sinistra della «perennità» del capitalismo, in conseguenza della quale si è pervenuti alla «soppressione concettuale del lavoro salariato e dipendente». Il disagio dei più si rigonfia a dismisura proprio in rapporto allo straordinario sviluppo delle forze produttive che ora, in forme diverse sono sottomesse e sfruttate.

Quale sarà la sorte del PD ce lo dirà la storia vediamo cosa ci dice la ragione, quella delle nostre teste. Si può fare una valutazione di dove sta andando il nostro Paese? Il governo gialloverde non è un monolite, ma è sbilanciato, non ha una idea di società tranne che per la parte che tira a destra e che non si può assecondare. Tutti discettano dell’arte della guerra di Sun Tzu, ma anche la politica ha una sua “arte”, perché fare un dono di longevità a questo governo attaccandolo in blocco senza distinguere al suo interno? C’è davvero qualcuno che pensa che siano indissolubili? Questa maggioranza trova nemici, ma non le cause di questo disastro.

Vogliamo provare a trovare le cause? Cominciamo a provarci il 26 ottobre, alle ore 16, nella Biblioteca della Provincia di Frosinone, discutendo il libro di Paolo Ciofi “La Rivoluzione del nostro tempo. Manifesto per un nuovo socialismo”. Dall’esame di un potere privato e smisurato, in possesso di pochissime mani, al rinnovato riconoscimento della dualità capitale-lavoro e del conflitto che la caratterizza, il libro riesce a rintracciare nella nostra Carta Costituzionale e nella concezione «progressiva» da cui è originata, precisi connotati per una possibile azione ideale, politica, sociale di massa e organizzata.
Nella riflessione di Ciofi c’è anche un interessante contributo e un ulteriore stimolo a confrontarsi sulla questione, tutt’ora irrisolta, della mutilazione della sovranità democratica e popolare operata dalle istituzioni europee individuando una soluzione lontana e ben diversa dalla «retrocessione verso l’Europa delle patrie»

Arrivederci il 26 ottobre!

15 ott 18

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Come interrogarsi sulla crisi?

Ciofi rivoluzione ritaglio 500 minCapita a volte che i messaggi pubblicitari sollecitino delle considerazioni che vanno al di là del loro unico intento, che è quello di vendere. Infatti, finito il Tg7, prima dell’Otto e mezzo della Lilli Gruber c’è un’interminabile serie di spot pubblicitari, fra questi uno è dell’Electrolux, azienda di elettrodomestici che offre lavatrici a “solo” 599,00 euro.. Quel “solo” fa scattare il rapido calcolo di una casalinga, mia moglie ex impiegata dello stato, insegnante, che così traduce il messaggio: ma come le lavatrici fra il ’70 e il ’90 costavano 300 mila lire ed chi guadagnava intorno al milione e mezzo ne avrebbe potuto comprare 5 ed oggi, invece con uno stipendio medio di 1200,00 euro ce ne entrano 2 e un pezzetto. Ma che affare è?

E’ una reazione istintivamente empirica o ha un fondamento? Voglio verificarla. Incredibile, ma i calcoli sono abbastanza simili a quelli della casalinga: la benzina per esempio costava poco più di 1000 lire, circa 0,55 € oggi nel migliore dei casi ci vuole 1,600 €) - dice answers.yahoo.com, che prosegue - il miglior casco per moto era in commercio a 500.000 lire oggi siamo sui 7-800 €, uno stipendio medio era di circa 1.500.000 di lire e a fatica ci campava una famiglia di 4 persone, oggi un single con 750 € morirebbe di fame (tutte le stime sono con l’euro a 1960 lire). E si può continuare: comprare casa in Italia oggi richiede uno sforzo pari a tre volte quello che era necessario nel 1980, da “idealista.it”. La Federconsumatori e finanche uno studio dell'economista Filippo Taddei, del PD, pubblicato da linkiesta.it, mettono in luce come sia cresciuto questo sforzo ben oltre le 3 volte per acquistare un appartamento. Un dipendente trenta-quarantenne con un reddito medio da lavoro per acquistare un appartamento impiega da 5,6 o 8 anni e fino a 9 o 11 per città come Roma e Milano. Questi pochi esempi ci fanno significa scoprire quanto abbiamo perso in termini di potere d’acquisto.

Cosa ripetutamente ci è stato detto in questi anni? Che stavamo uscendo dalla crisi e che dovevamo pensare ai nostri figli al loro futuro. Pensiamo, come fa a non salire la delusione, l'indignazione, la rabbia? Tutti i benefici verranno ... per i più domani. Per pochi ci sono già oggi, subito. Un po' come il paradiso promesso dopo la vita. E in questo stadio della crisi come si fa a pensare che si accetti la condizione esistente senza nemmeno provare a credere in qualche altra cosa? Si pensa davvero che gridare attenti al populismo possa creare ravvedimenti nel voto?
I vecchi partiti di governo non hanno voluto mai fare i conti con la perdita della loro credibilità. C’è chi scommette che accadrà anche ai nuovi governLocandina presentazione libro di Ciofianti, forse, è probabile, ma questo lo dirà la storia. Oggi vediamo cosa ci può dire la nostra ragione.
Il passaggio dalla lira all’euro è avvenuto sotto Berlusconi, nel solco del pensiero unico neoliberista con precise direttrici di marcia, tenere basso il costo del lavoro, limitare i diritti dei lavoratori in un brodo di coltura che indicava ogni protesta legittima come inutile e disdicevole. Da evitare se non da condannare. A vantaggio di chi si è tradotto il cambio di valuta?

I salari e la maggior parte degli stipendi, cioè i redditi reali, come un cambio alla frontiera sono passati da una valuta ad un’altra come se non fossero redditi da produzioni reali di merci e di lavoro intellettuale che invece sarebbero state vendute al valore corrente dell’euro. Questa la prima botta stramazzante al potere di acquisto. Si badi bene e nessuno gridi allo scandalo: non è colpa dell’euro è colpa di chi ha governato il passaggio da una moneta all’altra creando vantaggi per le grandi imprese e i grandi commerci, lasciando l’illusione della libera concorrenza fra i dettaglianti (poveri disgraziati anche loro), ma consentendo ai fornitori mondiali di dettare legge.

Nessuno ha modificato questa impostazione, dopo. Non Prodi, non Monti (ohi ohi), non Letta né tanto meno Renzi. La fatica fatta per uscire dalla crisi – dice oggi Gentiloni – viene vanificata.
Qualcuno vuole dire da quale crisi è uscito il popolo italiano? Il popolo italiano non è, né era affatto uscito dalla crisi. La società italiana nel suo insieme è dentro la crisi. Il crollo del ponte di Genova è l’ultimo grido di un Paese in terribile difficoltà. Qualcuno che dice di esser uscito dalla crisi, forse non lo è mai stato, anzi molti di costoro hanno fatto affari d’oro con la crisi. Pensiamo alla strana contraddizione che il terrorismo liberista per l’aumento dello spread, come lo chiama l’economista Giulio Sapelli, ha giornalmente riversato su tutti noi. Si badi bene terrorismo a partire da Bruxelles fino giù, in una ramificazione di rivoli della gran parte della informazione e delle banche: prima affermano che “i mercati” fanno valutazioni sui numeri e poi invocano che bisogna stare attenti ai “toni” altrimenti sale lo spread. Ma allora sono i toni (poco graditi) e non sono valutazioni scientifiche, di numeri immutabili a metterci in difficoltà? Quindi, ci sono dei manovratori che operano per conto di qualcuno?

IL NODO E' QUI, TUTTO QUI. Capire che non c’è una oggettività del destino.

È possibile fare il punto di questa situazione? Vogliamo cominciare a provarci? Vogliamo provare a dirci la verità una volta tanto? Già dall’epoca dei DS qualcuno aveva deciso che questo era il migliore dei mondi possibili. Il PD vive dominato da questo convincimento e trascina con se tutti i suoi alleati tradizionali e occasionali. PERCHE'? Forse perché è una formazione politica frutto di una unione a tavolino solamente politicista senza radici nel Paese? Una passiva assunzione a sinistra della «perennità» del capitalismo, in conseguenza della quale si è pervenuti alla «soppressione concettuale del lavoro salariato e dipendente». Il disagio dei più si rigonfia a dismisura proprio in rapporto allo straordinario sviluppo delle forze produttive che ora, in forme diverse sono sottomesse e sfruttate.

Quale sarà la sorte del PD ce lo dirà la storia vediamo cosa ci dice la ragione, quella delle nostre teste. Si può fare una valutazione di dove sta andando il nostro Paese? Il governo gialloverde non è un monolite, ma è sbilanciato, non ha una idea di società tranne che per la parte che tira a destra e che non si può assecondare. Tutti discettano dell’arte della guerra di Sun Tzu, ma anche la politica ha una sua “arte”, perché fare un dono di longevità a questo governo attaccandolo in blocco senza distinguere al suo interno? C’è davvero qualcuno che pensa che siano indissolubili? Questa maggioranza trova nemici, ma non le cause di questo disastro.

Vogliamo provare a trovare le cause? Cominciamo a provarci il 26 ottobre, alle ore 16, nella Biblioteca della Provincia di Frosinone, discutendo il libro di Paolo Ciofi “La Rivoluzione del nostro tempo. Manifesto per un nuovo socialismo”. Dall’esame di un potere privato e smisurato, in possesso di pochissime mani, al rinnovato riconoscimento della dualità capitale-lavoro e del conflitto che la caratterizza, il libro riesce a rintracciare nella nostra Carta Costituzionale e nella concezione «progressiva» da cui è originata, precisi connotati per una possibile azione ideale, politica, sociale di massa e organizzata.
Nella riflessione di Ciofi c’è anche un interessante contributo e un ulteriore stimolo a confrontarsi sulla questione, tutt’ora irrisolta, della mutilazione della sovranità democratica e popolare operata dalle istituzioni europee individuando una soluzione lontana e ben diversa dalla «retrocessione verso l’Europa delle patrie»

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15 ott 18

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Nessuna foglia di fico può celare la crisi della maggioranza Caligiore

ConsComunale Ceccano 350 mindi Manuela Maliziola, Consigliere comunale dell'URD di Ceccano* - Risposta al sindaco Caligiore.
Non sarà una banale e scontata risposta, preparata a tavolino, a mettermi il bavaglio per evitare che vengano messe a nudo tutte le fragilità di una azione politico-amministrativa del Sindaco Caligiore, fondata sul nulla.
Nè tantomeno cadrò nelle puerili istigazioni, volte a deviare, senza riuscirci, l’attenzione dei cittadini dalle innumerevoli problematiche che affliggono la nostra città, rispetto alle quali dopo oltre tre anni di mandato il Primo cittadino non realizzato nulla, anzi ha fatto si che la stessa regredisse, gettandola in un completo isolamento.

Voglio ricordare al Sindaco Caligiore, mago indiscusso dell’improvvisazione , che è inutile spostare in tutti i modi l’attenzione dell’opinione pubblica attaccando l’operato della sottoscritta, prima da Sindaco ed attualmente come consigliere di opposizione, per nascondere la gravissima crisi che da tempo sta attraversando la sua traballante maggioranza, crisi che ormai è diventata di pubblico dominio.

Non si risolvono i problemi di un’importante città come Ceccano gettando fumo negli occhi dei cittadini, travisando la realtà dei fatti, screditando l’operato altrui per difendere ad ogni costo la poltrona, al solo scopo di “tirare a campare” per il resto del mandato.
Sta di fatto che, per un amministratore sacrificare le proprie ambizioni per il bene della sua gente , secondo i principi del buon padre di famiglia, è virtù di pochi e non certo di Caligiore. Lo dimostra il fatto che, ad appena due anni dalla mia elezione, per mantenere fede al patto con gli elettori, non ho ceduto a "ricatti politici" anche a costo della poltrona, altro che incapacità politica!

Forse al Sindaco non conviene ricordare i fatti del 2014, quando, proprio lui, compartecipe ed in accordo con una parte deviata del centro sinistra mise fine, tramite notaio, al mio mandato con la conseguente caduta della nuova giunta da poco nominata. Un golpe politico che di fatto ha consegnato alla destra le chiavi del Palazzo Comunale, con tutte le conseguenze negative scaturite da ciò e che tuttora stiamo subendo.

 

*URD di Ceccano: Unione per il Rinnovamento Democratico di Ceccano

 

Per chi volesse approfondire gli argomenti trattati può prendere contatto con il dottor Antonio Colasanti ai seguenti recapiti:
Email:
Tel. 347102038

 

 

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Accelerazione

repubblica350 260 mindi Aldo Pirone - Ieri su “La Repubblica” Corrado Augias, che si non raccapezza più da tempo su quel che sta succedendo nel mondo, rispondendo ai quesiti posti da un lettore sulla democrazia, si lamenta su di un aspetto della nostra contemporaneità : “Le comunicazioni sono state accelerate e stravolte – dice - ; l’approssimazione se non la falsità di molti messaggi diffusi in Rete va aumentando”. Tutto vero e sacrosanto. Poi aggiunge: “La stessa crisi della carta stampata ne è un sintomo poiché nessun altra forma di diffusione delle notizie e delle opinioni potrà mai uguagliare la meditata lentezza, la ricchezza di argomentazioni della letteratura su carta”. A smentire spietatamente questo postulato, s’incarica Eugenio Scalfari che nella sua lunga e consueta omelia domenicale, risponde, qualche pagina dopo, alle rimostranze dell’Ambasciata russa a proposito dei suoi giudizi su Putin e la politica estera russa espressi in precedenza. Dice Scalfari: “L’amicizia politica fra Putin e Salvini non è affatto scandalosa ….anche se è alquanto strano che un leader di destra sia legato a un intensa amicizia politica a un leader del comunismo mondiale (sic! N.d.r.). E’ pur vero che dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica il comunismo ha profondamente cambiato i propri metodi; del resto è cambiato il mondo e ovviamente e ovviamente anche il comunismo, ma pure in modi diversi è ancora la sostanza politica della Russia…”. Finora pensavamo che la sussistenza di comunisti e comunismo fosse un vecchio e propagandistico pallino di Berlusconi; anche lui, non a caso, amico di Putin. Non c’eravamo accorti, cribbio!, che lo “spettro” continuasse ad aggirarsi per l’Europa e il mondo sotto mentite spoglie.

L’altra domenica Scalfari, per mantenere alto il ritmo delle scempiaggini, aveva scritto che i padri della democrazia italiana sono stati De Gasperi, Nenni e Berlinguer. Mischiando, subliminalmente, generazioni diverse e momenti storici diversi - la Liberazione, la Repubblica e la Costituzione con gli anni ’70 - pur di non fare menzione di Togliatti che, insieme a De Gasperi e Nenni presiedette e lavorò concretamente per la nascita della nostra democrazia. Una fake news si potrebbe dire.
Tutto ciò in ossequio alla “meditata lentezza” e alla “ricchezza di argomentazioni della letteratura su carta osannate da Augias.

Non sappiamo se la crisi della carta stampata, lamentata da Augias, abbia investito anche “la Repubblica”, se lo ha fatto, come sembra, gli editoriali di Scalfari la stanno accelerando parecchio.

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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