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Pride only pride, voglia di diritti e di equità

orgogliociociaro 350 minMaria Giulia Cretaro e Valentino Bettinelli - Con lo slogan “Orgoglio Ciociaro” il corteo del Lazio Pride, svoltosi a Frosinone sabato 22 giugno, ha colorato la centralissima Via Aldo Moro, fino ad arrivare alla Villa Comunale.
Una manifestazione unitaria e pacifica che ha fornito la più bella risposta ai fiumi di polemiche che strumentalmente si erano scatenate sul merito del pride. Un mare di persone festanti, (8000 per gli organizzatori, 4000 per la Questura) , che con orgoglio hanno mostrato la necessità di unirsi per rivendicare i diritti di tutti.

Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, Transgender, Intersessuali, Asessuali, e sì anche tanti, tantissimi eterosessuali, famiglie e bambini. I diritti non hanno un colore politico e il corteo arcobaleno che ha stregato il capoluogo ne è la dimostrazione. Tante le adesioni, Comuni, partiti, associazioni e movimenti che hanno sfilato fianco a fianco per superare l’oscurantismo del pensiero comune odierno, sempre più retrogrado e malcelato dietro fantomatiche morali cattoliche, spesso sbugiardate dallo stesso Pontefice.

La folla si è riunita alle 15:30, sotto un caldo sole, a Piazza Salvo D’Acquisto. A guidare la marcia il camion degli organizzatori che ha indicato il percorso ai tantissimi manifestanti. Arrivati sulla strada della discordia, la tanto discussa Via Aldo Moro, la sorpresa più bella; le vetrine dei negozi colorate con motivi arcobaleno, gli stessi, che a detta del Sindaco, sarebbero stati danneggiati dal "carnevale" e, soprattutto, tante persone che non hanno preso parte alla sfilata, pronte a filmare, fare foto e offrire il proprio sostegno alla causa. Scene di ordinata civiltà e di colorata disobbedienza a quel pensiero unico binario della tanto decantata “famiglia tradizionale”.
Meravigliosi i bambini in marcia con la bandiera della pace. Stoici i genitori che hanno accompagnato i propri figli in difficili tunnel di odio e persecuzione. Perché il 22 Giugno ha riportato Frosinone nel mondo, permettendo a molti, giovani e meno, di non doversi più nascondere all'ombra del pregiudizio di paese. Un messaggio verso tutti i moralizzatori spiccioli e soprattutto al Sindaco neo leghista Nicola Ottaviani, che aveva motivato il mancato patrocinio all’evento con “la violenza intellettuale e le furbate celate nei confronti dell’Ente”.

Ancora una volta una certa politica ha cercato di nascondere ed osteggiare lotte per i diritti di tutti, specialmente di chi ancora non li ha, ma la risposta della città dà il senso di una comunità ormai pronta a rivendicare quello che la Costituzione garantisce a tutti i cittadini “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
La città di Frosinone e l’intera provincia hanno dimostrato che chi vuole diffondere odio, classismo e discriminazione non vince sempre. Il nostro territorio ha dato vita ad un evento storico, grazie alla caparbietà di chi ci ha creduto sin dai primissimi giorni, quando bisognava conquistare l’organizzazione attraverso una pacifica gara sui social network. Soprattutto dopo che la tornata elettorale che ha consacrato Salvini un pupillo ciociari. Eppure il pomeriggio del 22 giugno segna un punto da cui ripartire per aprire finalmente la stagione dei diritti anche in un provincia che sembrava così lontana.

Le strade di Frosinone hanno ospitato, in un presente difficile e nebuloso, il futuro da raggiungere. Hanno accolto la voglia di giustizia sociale che coinvolge non solo la comunità LGBTI+, ma tutti coloro che richiedono equità in rispetto dello status costituente. Non è il solo Stato a negare, ma una fetta di società a non concedere. La manifestazione di sabato è stato il senso concreto e palese di quanto la necessità ha assunto i toni del dialogo concreto e senza traccia del tanto temuto folklore. Perché il primo Pride in terra ciociara è stato a suon di pace ma ha schiaffeggiato i preconcetti di tanti benpensanti. Per ora attendiamo le dichiarazioni post evento di tutte le istituzioni che avevano puntato il dito e che ora dovranno cavare qualche ragno dal buco.
Il Frosinone Pride, culminato in serata con una festa al Parco Matusa, ha ribaltato le aspettative di molti, virando sull'etica e sulla bellezza delle differenze. Un passo dopo l'altro, uniti, perché nessuno subisca per la sola colpa di essere umano.

 

 

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La parità dei diritti non è un'elemosina

maternità 400 mindi Nadeia De Gasperis - Fa dell’ironia, il ginecologo Battagliarin, su youreducation.it, a proposito del congedo di maternità e della nuova legge che permette alle donne di recarsi al lavoro fino agli ultimi mesi di una gravidanza. Ironizza sulle apocalittiche conseguenze di un aumento di peso che si aggira tra i 9 e 12 chili, tutti concentrati, come uno zainone da alpinista, sul davanti, sul disagio della necessità di fare pipì in continuazione, aggiungerei, sulla possibilità che il vostro “capo” si veda improvvisamente salutare da una piccola testolina che spunta dal vostro grembo.

Oltre l’ironia ci sono drammatiche verità, come quella del parto prematuro, che sempre di più, sempre più frequentemente si verifica.
Non si dimentichi infatti che la sua incidenza in Italia è ormai da molti anni ferma al 7%.
Da non trascurare poi le possibili patologie del terzo trimestre, che sono più frequenti e spesso possono essere imprevedibili, prima tra tutti: il parto prematuro appunto.
Per non parlare della differenza di un lavoro d’ufficio e di una donna che al banco salumi del conad debba allungarsi per recuperarci una forma di parmigiano mentre qualcuno le scalcia in grembo e le intima di stare buona al suo posto.

Bene, ci risponderanno che la scelta di lavorare fino alla fine della gravidanza non sia obbligatoria, ma chi di voi, donne, non ha subito almeno una volta nella vita quel sottile ricatto, che spesso tanto sottile non è, a cui hanno dato il nome di “mobbing”!?
Bene, figuriamoci se si decidesse di procedere, come fatto finora e concedersi il bello e il brutto di quegli ultimi mesi che si separano dalla nostra “vita precedente”, sì perché di certo sappiamo che esiste un avanti - figlio e un dopo - figlio. Chissà a quali ricatti saremmo sottoposte. Il mondo del lavoro femminile, se possibile, è perfino più disastrato, in termini di diritti violati, di quello maschile, per non parlare dello stato del nostro welfare sociale.

Non abbiamo bisogno di eroine, abbiamo bisogno di donne consapevoli della propria femminilità, e questa consapevolezza dovrebbe prevedere la certezza di un adeguato stipendio, un adeguato orario di lavoro, un adeguata attenzione per ogni esigenza che prescinda dal lavoro stesso. La parità dei diritti, come ci insegnano Pablo Iglesias e sua moglie Elisa Moriconi di Podemos, è di poter scegliere chi rimane a casa e chi va a lavoro dopo la nascita di un figlio, senza che questa scelta abbia ripercussioni economiche o di altra natura. La parità dei diritti non è una elemosina concessa alle donne, non è uno scimmiottare gli uomini, è la possibilità di sopravvivere al di là delle nostre scelte e delle nostre possibilità, come è per un uomo, come dovrebbe essere, almeno, anche per un uomo.

 

 

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A Cassino: presentata la Carta dei diritti della bambina

CASSINO SALA RESTAGNO 11 GENNAIO 2019 350 260 mindi Fiorenza Taricone - Nel pomeriggio dell’11 gennaio nella Sala Restagno del Comune di Cassino sono intervenuta ad una manifestazione promossa dalla Fidapa (Federazione Italiana Donne Arti professioni Affari) che riguarda un tema antico e moderno insieme: i diritti della bambina. L’associazione infatti ha presentato la Carta dei diritti della bambina, in occasione della sua sottoscrizione anche da parte della Giunta del Comune di Cassino, ma che finora è stata approvata da moltissimi Comuni italiani e da cinque Regioni, fra cui recentemente anche il Lazio. L’associazione femminile e movimento di opinione Fidapa Bpw Italy è l’espressione italiana della Federazione americana Business and Professional Women nata nel 1919, alla fine della guerra; la finalità è sempre stata quella di promuovere, coordinare e sostenere le donne nel campo delle arti, professioni e affari, incentivandone l’impegno politico e civile, senza distinzioni di etnia, lingua e religioni. L’IFBPW è una cosiddetta ONG, cioè non governativa, accreditata presso Onu, Fao, Unesco, Consiglio d’Europa e altri organismi internazionali. Ispirata alla Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia del 1989, La Carta non ha la pretesa di essere vincolante; è un’enunciazione di principi di valore morale e civile per promuovere oltre alla parità sostanziale fra i sessi, la valorizzazione delle differenze tra bambine e bambini e il superamento degli stereotipi che limitano la libertà di pensiero e di azione in età adulta. Il progetto Fidapa BPW Italy prevede la diffusione del documento sul territorio nazionale, sollecitando la sottoscrizione e l’adozione da parte dei Comuni presso i quali è attiva l’Associazione F.I.D.A.P.A., dei Comuni limitrofi e delle Regioni. Oltre alla Presidente della Fidapa di Cassino, Silvia Volante, e a Anna Maria Cacciami, responsabile per Cassino della implementazione del progetto, Fiorella Annibali Responsabile Nazionale del Gruppo di Lavoro Carta dei diritti della bambina Educare alla parità Contrasto alla violenza ha illustrato il progetto che intende coinvolgere le scuole, innanzitutto le elementari. A sorpresa infatti un gruppo di bambini e bambine hanno letto a turno gli articoli della Carta.

 

Il testo presentato è stato rinnovato rispetto alla versione originale presentata ed approvata durante il Congresso della BPW Europa, a Reykjavik nel 1997, a seguito diBimba sfuttata un seminario sul tema "Il futuro della bambina in Europa", tenuto da Janice Brancroft, rappresentante dell'Europa presso la Commissione della condizione femminile dell'Onu. Ispirata alla Convenzione Onu sui Diritti del fanciullo del 1989, a differenza e ad integrazione di questa, che pone sullo stesso piano i due generi, la Carta dei diritti della Bambina li distingue in termini di caratteristiche e bisogni, per le diverse connotazioni fisiche ed emozionali. Dopo circa 20 anni, l’originaria Carta dei diritti della bambina doveva necessariamente essere aggiornata, in considerazione delle leggi sopravvenute in tutto il mondo; la nuova versione è stata definitivamente approvata il 30 settembre 2016 dal Meeting europeo della Fidapa durante la Conferenza di Zurigo.

 

Nel mio intervento ho sottolineato come i bambini e le bambine abbiano rappresentato un nodo storiografico: la storia moderna e contemporanea è stata vista quasi sempre dal punto di vista degli adulti, raramente considerando esclusivamente i minori come soli protagonisti. Sono recenti tutto sommato gli studi sui bambini in Italia come soggetti attivi e passivi durante i conflitti; oppure quelli che sui libri di testo delle scuole ricordino come il decollo industriale italiano, appena fatta l’unità d’Italia, fosse ricaduto anche sulle cosiddette mezze forze, cioè le donne e i bambini, che avoravano spesso quanto gli uomini, ma paradossalmente detti mezze forze, forse più per giustificare il minore compenso rispetto ai lavoratori uomini. Certamente la globalizzazione e la rete ci hanno mostrato le condizioni non dignitose e i pericoli che i minori di entrambi i sessi corrono, ma la distinzione fra i sessi s’impone.

 

La dobbiamo alla Conferenza Mondiale delle donne di Pechino del 1995, che in Italia ha avuto una scarsa eco, ma fra le sue novità, ha riservato alle bambine un posto a sé fra i tanti obiettivi strategici della sua Piattaforma. Nove elaborazioni che conservano tutta la loro attualità, tanto più drammatica se si pensa che da Pechino sono passati ben 24 anni. Il primo: Eliminare tutte le forme di discriminazione nei confronti delle bambine. Il secondo: Eliminare gli ateggiamenti e le pratiche culturali negative nei confronti delle bambine. Il terzo: Promuovere e proteggere i diritti della bambina e far meglio conoscere i suoi bisogni e il suo potenziale. Il quarto: Eliminare le discriminazioni nei confronti delle bambine nell’istruzione, acquisizione delle capacità e formazione. Il quinto: Eliminare la discriminazione nei confronti delle bambine nei settori della salute e della nutrizione. Il sesto: Eliminare lo sfruttamento economico del lavoro dei bambini e proteggere le bambine che lavorano. Il settimo: Eliminare la violenza nei confronti delle bambine. L’ottavo: Sensibilizzare le bambine e favorire la loro partecipazione alla vita sociale, economica e politica. Il nono: Rafforzare il ruolo della famiglia nel migliorare la condizione delle bambine.

 

Carta dei diritti delle bambine

 

 

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70 anni di Diritti Umani

diritti umani colori 350 260 mindi Valentino Bettinellli - E’ il 10 dicembre 1948 quando la giovane Assemblea delle Nazioni Unite (l’ONU nasce nel 1945), riunita a Parigi, diffonde la prima, e finora unica, Dichiarazione universale dei Diritti Umani. Sono 48 i Paesi firmatari dei 30 articoli di un trattato che, all’indomani del secondo violentissimo conflitto mondiale, intendeva difendere e tutelare i diritti e la dignità di singoli individui, popoli, comunità, culture ed idee. Regolamento etico di fondamentale rilevanza storica, in quanto unico documento che delinea per ogni epoca e per ogni regione del mondo, universalmente appunto, i diritti che spettano all’Uomo come individuo e membro di qualsiasi comunità.

Un progetto ambizioso e socialmente rivoluzionario, quello di garantire la pace internazionale riconoscendo pari diritti a tutti gli esseri umani. un trampolino verso la tanto sognata giustizia sociale, verso il rispetto e la cultura della diversità; una diversità vista come motore di speranza per una popolazione mondiale venuta fuori da anni di costanti conflitti, troppo spesso sfociati in circostanze belliche estremamente cruente.

Oggi, esattamente settant’anni dopo quel 10 dicembre ‘48, quel disegno sta subendo una pesante involuzione. Una regressione ideologica causata dall’idea di fallimento del progetto stesso agli occhi dell’opinione pubblica. Questa immagine di decadimento sta portando sempre più persone a pensare che sia meglio tornare ad un passato di autoritarismo ed isolazionismo. Forme che dovevano essere superate proprio dai valori espressi dalla Dichiarazione Universale.

Ancora una volta le colpe di una politica orba sono evidenti. Quella stessa politica che, trasgredendo i suoi stessi valori, ha tradito l’interesse verso il bene comune, favorendo l’accettazione dello status quo; un progetto sempre più fondato sul consenso a breve termine, cancellando irresponsabilmente gli impegni presi per il popolo.

Altra causa di fallimento di questa Carta, l’equivoco storico per cui si tende a far coincidere l’ascesa del Capitale con la Democrazia ristoratrice. La costante erosione del bene comune e la privatizzazione dei servizi sociali (sanità, istruzione, tutela ambientale, lavoro), ha causato una crescita esponenziale delle disuguaglianze, accentuando le diversità culturali ed economiche.

Al giorno d’oggi esistono masse enormi di persone che non hanno acceso nemmeno ai beni primari come cibo, acqua potabile e condizioni di vita accettabili. Miliardi di individui dimenticati, come se vivessero su un universo parallelo a quello del benessere e del profitto, ai quali viene negata ogni forma di assistenza, accoglienza ed integrazione. Non è un caso che nel benestante “mondo occidentale” ci sia una costante crescita di campagne d’odio nei confronti dello straniero. Un straniero che assume, però, i tratti del migrante da rispedire da dove veniva, solo se povero e socialmente disagiato. Gli stessi Membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU (Usa, Russia, Cina, Regno Unito e Francia), i garanti della pace e della sicurezza, sono i maggiori commercianti di armi di tutte le guerre, quindi i principali traditori dei trattati firmati nel ‘48.

Perdurando questa assenza della politica, l’unica soluzione è la reazione della società civile. Una società che ha la necessità di riaffermare i propri bisogni fissando i tempi per riprendere in mano l’iniziativa. Tornare a dettare l’agenda è possibile, ed è la storia a donare questa speranza: basti pensare alla cancellazione della segregazione razziale negli Stati Uniti e dell’apartheid in Sudafrica, alla demolizione del Muro di Berlino o all’imposizione di un accordo sul clima. Battaglie di civiltà vinte da una società presente a se stessa.

Vista la vacuità etica della politica, è dunque nostro compito ricostruire quello che dissennatamente è stato distrutto in questi ultimi decenni. Sta a noi impegnarci per riconquistare i nostri diritti, mettendo in campo tutta la nostra forza morale e la nostra naturale umanità.

 

 

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A Ceccano dibattito su diritti ed Europa

  • Pubblicato in UE

bruxelles parlamento europeodi Valentino Bettinelli - L’auditorium della Biblioteca Comunale di Ceccano è stato un perfetto teatro per l’incontro organizzato, nel pomeriggio di ieri 16 novembre 2018, dalle associazioni “Pequod” e “Famiglia Futura”, con la collaborazione della sezione di Ceccano dell’A.N.P.I.

Ospite della manifestazione, incentrata sui diritti e l’uguaglianza nel contesto dell’Unione Europea, l’Avvocato Anna Falcone, che ha avuto modo di sedere al tavolo con le colleghe Manuela Maliziola e Lucia Pizzuti. A moderare gli interventi delle tre, una professionale Chiara Alessandrini, anch’essa aspirante avvocato.

La discussione ha avuto inizio con i pensieri di Lucia Pizzuti, la quale ha posto come paletti di partenza i temi di sicurezza e libertà. Secondo la Pizzuti “è in atto un tentativo di separare i concetti di libertà e sicurezza, squartando in due l’individuo e la sua coscienza”. Un progetto, a detta della relatrice, “che rischia di attentare pericolosamente i bisogni e le dignità degli esseri umani”.

Un discorso sentito e denso di significati, a cui hanno fatto eco le parole di Manuela Maliziola. L’ex sindaco di Ceccano ha aggiunto uno sguardo d’insieme di respiro europeo. La Maliziola affonda le basi del proprio pensiero nell’articolo 3 della Costituzione, visto come “futuristica proiezione del nostro Paese e della nostra democrazia, votata sin dai primordi ad una visione europeista di uguaglianza”. Continua asserendo che “è necessario vedere l’Europa non più come nemico da combattere, ma come grande opportunità di crescita e sviluppo sociale ed economico”.
Terminato l’intervento di Manuela Maliziola, la sempre pronta Chiara Alessandrini ha ceduto il microfono ad Anna Falcone. AnnaFalcone Maliziola Pizzuti Alessandrini min

Il primo valore espresso nel suo discorso è stato quello dell’uguaglianza. Una “giustizia fatta di diritti sociali e civili, vista come elemento circolare, attivo e fondante di realizzazione a tutti i livelli della democrazia promessa”. La Dottoressa Falcone individua una “costante erosione dei principi costituzionali voluti fortemente dai nostri Padri Costituenti e frutto di grande battaglie di libertà. Questo tentativo di distruzione”- continua la Falcone-“rischia di distruggere la struttura costituzionale, fondata sul rapporto trilaterale tra Diritti, Doveri e Partecipazione”. Nella sue lucida e puntuale dissertazione non è mancato di certo lo spazio per il lavoro, altro “diritto calpestato e venduto, troppo spesso, anche per responsabilità della sinistra stessa. Uno sfruttamento che non permette la realizzazione completa del progetto democratico pensato dai Costituenti”.

Dopo i discorsi delle principali relatrici dell’evento, anche il Presidente Provinciale dell’A.N.P.I. Giovanni Morsillo ha avuto modo di salutare i presenti e sottoscrivere le parole dette fino a quel momento, puntando il suo obiettivo sul concetto di democrazia funzionale. Secondo Morsillo, infatti, “la nostra società ha una forte necessità di democrazia. Una lotta difficile, ma da affrontare, chiarendo, però, che non vi sarà prospettiva democratica dove i cittadini rinunciano, come in parte fanno, alla loro sovranità, limitandosi a formulette di matrice nazionalistica come -prima gli Italiani-, -padroni a casa nostra- e simili”.

Una discussione estremamente sentita dal pubblico presente che non ha avuto remore nell’esporre anche le proprie domande e considerazioni. Una platea positivamente sorpresa nel vedere un tavolo della presidenza occupato interamente da donne. Un plauso che va dunque esteso agli organizzatori, che hanno fortemente voluto questo “assetto” di discussione.

Un incontro che ha stimolato le coscienze nel merito della narrazione riguardante i diritti, la libertà e la sicurezza. Tre aspetti cardini del progresso sociale. Tre fondamenti democratici che hanno bisogno di legarsi in uno stretto rapporto di reciprocità. Unico paradigma, dunque, utile alla crescita della democrazia e quindi della società stessa.

 

 

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Il decreto dignità e la dignità dell’opposizione (se esiste)

disoccupazione precariato 350 260di Anna Rosa Frate - L’interesse verso il Decreto Dignità non nasce solo dall’attivismo politico, in quanto portavoce cittadina di Possibile, e dal senso etico e civico ma si lega anche ad aspetti professionali in quanto da anni sono Consulente del Lavoro.
Nella mia, precaria, professione mi sono sempre posta l’obiettivo di consigliare i clienti sotto il profilo della morale e dell’etica; cercando di ottemperare dove e come possibile il risparmio, considerata la grande divaricazione del cuneo fiscale, ma anche un più giusto trattamento della lavoratrice e del lavoratore.
All’epoca del Jobs Acts tenendo conto dell’eliminazione dell’art.18, della riforma degli ammortizzatori sociali che avrebbero dovuto essere sostituiti da un reddito di cittadinanza, dalla precarizzazione dovuta al reiterare dei contratti a termine senza obbligo di causale* e della Gig-economy, è stato molto difficile tener conto di questi due principi, che sono alla base del pensiero di importanti politici come Berlinguer, Moro, Rodotà e che sono strettamente connessi a due pilastri della nostra Costituzione come l’Articolo 1 e l’Articolo 3.

Nutro diversi dubbi sul grande cambiamento che questo Decreto può apportare, seppur riconoscendo dei miglioramenti rispetto al JOBS ACT, tanto da aver scontentato tutti i principali attori che sostenevano la precedente riforma: Confindustria e PD in primis ma anche Forza Italia. La Lega ha dichiarato che le Camere lo miglioreranno (o annacqueranno). Landini e Cofferati hanno sostenuto che è migliorabile così come Leu e PaP.

È evidente che questo decreto si scontra con il pensiero di Salvini, motivo per cui, se esistesse un’opposizione, cosa di cui abbiamo estremo bisogno, essa cercherebbe di incunearsi tra il pensiero pentastellato e quello leghista cercando di migliorare le nuove norme sul lavoro e tramite esse trasformare queste divisioni in una vera frattura della maggioranza facendone emergere non solo la fragilità ma anche la grande incongruenza di un’alleanza instabile.

È da battaglie come questa che una seria opposizione, in Parlamento e fuori, può ripartire. Lasciando all’angolo chi ha contribuito, come il PD, alla situazione attuale e rilanciando con un fronte ampio di sinistra che non sia solo di opposizione ma anche di proposta, libera ed alternativa, capace di costruire un orizzonte comune a chi non ha voglia di rassegnarsi alla deriva di destra che questo Paese ha preso.
Noi di Possibile non ci rassegniamo e continuiamo a resistere e chiediamo a tutte le forze politiche, ai movimenti e alle associazioni di fare fronte comune. Noi ci siamo e resistiamo.

* per i non addetti ai lavori : la legge del 1962 prevedeva una casistica tassativa di ipotesi in cui era possibile stipulare il contratto a termine. Il D.Lgs. del 2001, invece, superava la precedente e tassativa impostazione che richiedeva nella sua formulazione originaria, una qualsiasi motivazione di carattere tecnico, organizzativo, produttivo o sostitutivo. Attualmente, invece, a seguito delle modifiche introdotte dal DL 34/14, convertito in Legge 78/14 – modifiche interamente confermate dal recente D.Lgs. 81/2015 –, è stato soppresso ogni riferimento alla giustificazione tecnica, organizzativa, produttiva o sostitutiva:. In buona sostanza, attualmente la legge non prevede più esplicitamente che il contratto a termine debba essere giustificato,precarizzando ulteriormente il lavoro

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I diritti della persona sono inalienabili

Arcigay Bandiera minMaria Spilabotte sottoscrive la piattaforma di impegno della campagna Votoarcobaleno.

“Credo che i diritti siano universali ed è per questo che ho deciso di sottoscrivere le cinque richieste che compongono la piattaforma che Arcigay rivolge ai candidati in vista del voto del prossimo 4 marzo” ha spiegato la candidata del PD al Senato. Arcigay, aprendo un dibattito all’interno dei suoi 56 comitati presenti su tutto il territorio nazionale, ha stilato un elenco di cinque richieste prioritarie da rivolgere ai futuri eletti e alle future elette del Parlamento italiano. “Matrimonio egualitario, cioè il superamento dell’istituto giuridico ad hoc per le coppie di gay e lesbiche e la definitiva messa in sicurezza del riconoscimento delle coppie omosessuali. Una legge contro l’odio omotransfobico, che faccia tesoro degli errori del passato e sappia farsi strada con strumenti efficaci e rapidi, perché l’odio in Italia è un’emergenza; la riforma delle adozioni, da aprire a single e coppie same sex, e la tutela dei diritti dei minori che già vivono in famiglie omogenitoriali; l’accesso alla fecondazione eterologa per donne lesbiche e single, , un welfare che accompagni il percorso di depatologizzazione della condizione trans. Queste richieste sono legittime in un Paese democratico ed è per questo che nel pieno rispetto dello spirito realmente egualitario del Partito Democratico ho assunto l’impegno di tutelare, promuovere e salvaguardare la comunità Gay, soprattutto ora che la discriminazione e l’omofobia tornano a riempire i proclami elettorali di alcuni candidati. Non consentirò mai all’ingiustizia sociale di compromettere il valore dei diritti umani” ha dichiarato la Sen Spilabotte.

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Ricordi sbocciavan le viole…

deandrè 350di Arianna Rossi - Era il 1966 quando Fabrizio De André cantava le parole di un amore perduto, di un amore costruito su una promessa di eternità e che invece è diventato invisibile con il tempo fino a scomparire definitivamente…

Era l’inizio di un decennio che avrebbe cambiato per sempre l’aspetto morale ed etico del paese, un decennio che avrebbe assistito ad eventi tragici, alla giustificazione della codardia, alla corruzione della politica ma sarebbero stati anche gli anni in cui il POPOLO italiano avrebbe raggiunto un’unità che non ha mai più ritrovato.

Il malcontento era generale, gli studenti manifestavano per le strade, la lotta politica impazzava sui giornali, basterebbe prendere un quotidiano di oggi e cambiarne la data e avremmo esattamente le stesse notizie e le stesse condizioni ma purtroppo c’è stato un cambiamento fondamentale, il tacere della voce del popolo.

La divisione classista è sempre stata lo spettro con cui l’Italia ha dovuto confrontarsi, i figli di avvocati, giudici, medici non sono mai stati considerati nello stesso modo dei figli degli operai, era così cinquant’anni fa ed è così anche adesso eppure c’era qualcosa di diverso. Cos’è che caratterizzava il popolo italiano che oggi non esiste più?

Il senso di unione, la voglia di far parte dello stesso gruppo, della stessa collettività, non aveva importanza il reddito dei genitori, lo stato sociale, la scuola che si frequentava, la facoltà che si sceglieva, era importante il popolo di cui si faceva parte.

Per le strade il suono costante delle sirene si mescolava con quello dei ragazzi che manifestavano urlando a squarciagola le loro idee, l’odore di fumo delle sigarette si univa a quello della polvere da sparo delle pistole dei poliziotti, il suono dei colpi si confondeva con quello delle ossa rotte degli studenti. Studenti che marciavano per i loro diritti, italiani che univano le loro voci in un unico grande grido, in un’unica grande richiesta, quella di essere ascoltati, la voglia di comunicare univa le diverse generazioni, il bisogno di sentirsi parte di un organo, di una comunità faceva sì che le differenze sociali, culturali e sessuali venissero meno.

Ricchi, poveri, laureati, ragazzi, operai scendevano in piazza e urlavano, urlavano perché la voglia di farsi ascoltare era tanta, urlavano perché la voglia di CAMBIARE era impossibile da tacere, urlavano perché in un paese che chiude occhi e orecchie davanti agli eventi è importante COMUNICARE.

Ma oggi, nell’era dei social dove è possibile scambiare pensieri con tutti gli abitanti del mondo il termine COMUNICAZIONE è soltanto una parola vuota, una pagina del dizionario bianca eppure prima bastavano una chitarra e un microfono, uno striscione e un megafono per farsi sentire, per trasmettere un punto di vista diverso.

Il popolo italiano contraddistintosi sempre per la voglia di cambiamento ha permesso che la sua scintilla si spegnesse, la sua anima si inaridisse e il suo corpo si atrofizzasse. Dove sono gli studenti che si iscrivevano all’università con la voglia di imparare, dove sono i lavoratori che difendevano fino alla morte i loro diritti, dove sono quelle piccole cose che bastavano a definire un popolo tale?

Salendo sulla metropolitana o aspettando il treno alla stazione ci si accorge che l’attenzione delle persone non è rivolta al mondo che li circonda ma è risucchiata dai Black Mirrors, i Social Network hanno messo in evidenza la parte più infima ed inutile dell’essere umano, il suo egocentrismo e in un paese ormai costruito sulla differenza tra classi sociali esso non può che crescere a dismisura.

Il prendersi per mano è diventato il digitare dei tasti, non ci si guarda più negli occhi ma attraverso gli schermi, la vernice delle bombolette spray ha lasciato spazio all’inchiostro digitale, i post hanno sostituito i volantini di cinquant’anni fa ma su di essi non si leggono parole che comunicano la drammatica situazione generale e reale del paese ma frammenti di momenti di una vita quotidiana vuota, priva di quella parte informe e splendente che la rende viva…l’anima.

Non si è preoccupati per una scuola formativa che non sta formando, non si è preoccupati per la mancanza di un primo ministro che non viene scelto ormai da anni, non si è preoccupati dell’immagine che il nostro paese sta dando al mondo perché si è concentrati solo sulla propria immagine, l’attenzione è rivolta esclusivamente agli aspetti superficiali smettendo di prendersi cura della parte interiore, quella parte per cui in passato si era disposti a morire pur di difenderla.

Nella nostra epoca elementi come la voce, la personalità, il pensiero sono scomparsi fino quasi ad estinguersi totalmente… “l’amore che strappa i capelli è perduto ormai, non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza…”

 
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Lavoro e Dignità

dignitàperognilavoratore 460 mindi Nadeia De Gasperis - La candidata alla mansione di commessa nel negozio di abbigliamento per donne, deve sapere che è controllata dalle telecamere, non deve mai smettere di muoversi, prelevare gli abiti dagli scaffali, piegarli e dispiegarli per dare costantemente l’idea, ai passanti che sbirciano dalle vetrine, di essere costantemente in attività. Durante tutta la giornata, anche quando non ci sono clienti, bisogna dare l’impressione di avere un gran da fare, guai a fermarsi, guai a sedersi, guai, guai, pena il licenziamento. Anche quando il datore di lavoro si assenta sarete costantemente monitorate dalle telecamere. Il periodo di prova, non retribuito, è di due settimane, ma spesso accade che una commessa non “resista”, o almeno questo, il datore di lavoro intuisce, con la sua spiccata perspicacia e indiscutibile sensibilità, accade che si accorga che la commessa non ce la fa a sopportare quei ritmi. E così di due settimane in due settimane, si arriva alla fine del mese e poi si ricomincia daccapo, con una nuova ragazza.
Questo accade in un negozio di abbigliamento di Sora.

In questo ufficio, durante il periodo dedicato alla dichiarazione dei redditi, terremo dei ritmi sostenuti, non ci sono orari, l’una l’una e mezza della notte sono la normalità. La mattina, alle 8 puntuali, le ragazze, le vedo dal mio balcone, un capannello di trentenni, o più giovani, che si stringono intorno al loro smarrimento. Il loro lavoro non viene retribuito per tutto il mese di prova, che di solito equivale al tempo massimo al quale le giovani donne “resistono”. Anche questa volta, è quasi sempre il datore di lavoro che con perspicace sensibilità, coglie il “sacrificio” massimo che le ragazze riescano a sostenere.

Nell’annuncio di lavoro “Frosinone e dintorni” si cerca una figura professionale che occupi la mansione di “direttore di supermercato”. Le caratteristiche sono “carattere freddo e distaccato, imperturbabile ed emotivamente indifferente ad alcune dinamiche emotive nelle relazioni coi dipendenti.
Questo, anche questo, è diventato il nostro mondo del lavoro.

Non siamo nuovi alle catene del datore di lavoro, ai controlli esasperati, alla violazione di qualsiasi diritto di esseri umani, prima ancora che di lavoratrici/lavoratori. Non dobbiamo percorrere le strade dell’universo mondo di Amazon o altre grandi aziende, per capire dove ci sta conducendo la scellerata gestione del lavoro, delle leggi che lo regolano, che ne regolano i diritti.
Mi chiedo se basti riferire che si "è svolto in un clima costruttivo" e "ha consentito di comprendere meglio le dinamiche, le relazioni interne all’azienda e le specificità dei modelli organizzativi, rendendo così più chiare le posizioni di tutte le parti coinvolte", per condannare certe dinamiche lavorative. Ma in fondo il futuro occupazionale, che ci viene prospettato così roseo, in costante ripresa, ci riprende al laccio, prevede che il lavoratore possa essere assegnato a qualsiasi mansione del livello di inquadramento, purché la nuova attività lavorativa rientri nella stessa categoria.

Questo significa che il lavoratore può essere collocato dal datore di lavoro a mansioni non solo equivalenti alla sua professionalità ma anche ad altre, per cui diventa legale spostare il dipendente a mansioni inferiori. E in fondo una delle novità introdotte dal Job act nel contratto a termine, è l’obbligo da parte dell’azienda di indicare il motivo che giustifichi l’utilizzo di questo contratto, semplificandone l’operato. Non è necessario insomma che avanzi argomentazioni di carattere produttivo, organizzativo, tecnico. Così non sarà necessaria la visita di Poletti o chi per lui, per mettere fine al “chiacchiericcio” su situazioni incresciose.

L’unico braccialetto che monitori la nostra esistenza, dovrebbe essere quello che ci lega a filo unico a nostra madre, nel momento in cui veniamo alla luce. Porta un numero, lo stesso della mamma, che sancisce il nostro ingresso al mondo, da quel momento, non siamo più di nessuno, apparteniamo a noi stessi con il nostro bagaglio ancora intero e inviolabile di dignità.

 
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Che resta oggi della Rivoluzione Francese?

rivoluzione francesedi Daniela Mastracci - 14 luglio 1789 - 14 luglio 2017. Correva l'anno di Liberté, Egalitè, Fraternitè ...
Quando spiego la Rivoluzione Francese faccio sempre un passaggio sul titolo della “Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino”, sottolineando che c'è l'Uomo e non, che so, il Francese, e c'è il Cittadino e non , di nuovo, il cittadino francese. E questo mi sembra essere il punto saliente per parlare dell'ampliamento di prospettiva, che la dichiarazione porta con sé, rispetto allo Stato Nazione, rispetto a diritti concepiti all'interno dei suoi angusti confini.


Non pretendo, quando lo racconto ai miei ragazzi, di essere super scientifica, no. Io lo dico con passione umana, a parte la scientificità (semmai fosse possibile) della mia spiegazione. Lo dico credendoci. Perché a me interessa che il messaggio della "fu" Rivoluzione Francese sia vissuto dai ragazzi come un momento in cui la storia nazionale si apre al mondo intero. E mi assumo la responsabilità delle contraddizioni implicite in tale lettura: come ad esempio la schiavitù delle colonie francesi, oppure di quelle inglesi. Ma arrischio le contraddizioni confidando, in verità, che la ragione e il cuore dei ragazzi si apra alla stessa presa di coscienza di una umanità intera, che travalichi gli abitanti di una sola Nazione, e che possa fare delle stesse contraddizioni proprio il momento di frizione che porti alla lotta affinché quella umanità intera sia il loro obiettivo, la loro visione, il loro approccio al mondo: la consapevolezza delle contraddizioni come punto di partenza onde rafforzare l'universalismo del messaggio rivoluzionario di libertà, uguaglianza,fratellanza. E ciò si può studiare anche in seno all'espansione a ovest dei neonati (al tempo della rivoluzione francese, ovviamente) Stati uniti d'America: una corsa che ha significato l'eccidio dei Nativi americani, nonché, anche in quel paese che narrava già di se stesso la democrazia, la schiavitù di Africani condotti là in catene, venduti e acquistati per lavorare nelle loro fiorenti piantagioni.
Sottolineiamo insieme, io e miei studenti, i lati universali di queste contraddizioni, ne vediamo lo sviluppo nel tempo, l'ampliarsi della sfera dei diritti a diritti mondiali, fino ad arrivare alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948.


Ma ad un certo punto le contraddizioni vengono di nuovo al pettine, in verità mai davvero sciolte nei due secoli e rotti che ci separano dalla Rivoluzione Francese, o dalla Dichiarazione di Indipendenza Americana.
Ecco, il lato universale non pare aver davvero vinto la partita. Oggi dobbiamo cambiare prospettiva e svelare il lato nascosto del presunto sviluppo e ampliamento dei diritti umani. Oggi dobbiamo saper riconoscere che dietro la marcia trionfale dei diritti c'è in verità la mondializzazione del potere economico, piuttosto che politico, che fa del liberalismo dei diritti solo una schermata di superficie, al di sotto della quale troviamo l'esatto contrario dei diritti stessi: troviamo sfruttamento, lavoro poverissimo, nuove schiavitù, bambini, donne e uomini usati e abusati, fatti essere pedine di giochi di guerra e di potere. Troviamo che di diritti ci si riempie la bocca ma poi, proprio quella Francia che l'Occidente vanta come terra di libertà e uguaglianza, sia stata colonizzatrice e tremenda sfruttatrice, la Francia, come la gran parte del cosiddetto mondo libero occidentale. E che adesso chiude i porti, mai aperti in verità, ai migranti detti economici: un distinguo che evidenzia la spregiudicatezza e arroganza di Stati che hanno ridotto alla fame interi popoli e che però non sono disposti ad accoglierli, adesso che migrano in condizioni di totale miseria. Oggi che assistiamo all’innalzamento di muri ovunque, di frontiere invalicabili e presidiate da militari pronti ad usare le armi.


Oggi che l’Europa, terra madre dei diritti, terra che vanta la sua civiltà come più avanzata, è governata da chi induce a stringere la cinghia ai lavoratori, ai pensionati, a tutti coloro che stanno soffrendo l’austerità, ma che dall’altra parte protegge capitali e accumulazioni di ricchezza che ampliano una forbice indegna tra mondo ricco e mondo povero. Insomma dentro queste lacerazioni odierne cosa ci dice oggi il 14 luglio 1789? A mio giudizio ci dice che dobbiamo leggere attraverso, sempre. Dobbiamo cogliere le contraddizioni oggi, senza credere che fatta la rivoluzione allora, noi siamo protetti e immunizzati da modi oltraggiosi rispetto ai diritti, e che non è poi così vero che il lato universale delle contraddizioni di due secoli fa si sia andato sciogliendo realizzandosi, e portandoci fuori da barbarie, razzismo, nazionalismo, xenofobia. Dovremmo saperci dire che sta ancora a noi operare in questa direzione, perché essa non si è compiuta affatto. E dovremmo uscire fuori da narrazioni che, al contrario, vorrebbero farci credere che la storia è finita, perché si è compiuta la sua grande conquista della libertà. Dovremmo prendere coscienza che la lotta sta a noi, oggi. E non soltanto per i diritti civili, ma anche, e direi soprattutto, per i diritti sociali: anche perché l'ampliamento fittizio di quelli civili ha nascosto una vera e propria inversione di tendenza rispetto a quelli sociali; il liberalismo e il neoliberismo hanno fermato la spinta propulsiva delle conquiste sociali, per poi riprendere terreno ed eroderle, viste come freni verso cui liberalismo-liberismo sentivano e sentono una feroce insofferenza. Allora se le date devono significare qualcosa, che significhino questo: consapevolezza che la lotta non finisce mai, che mai dobbiamo considerarci al sicuro. Forse anche la consapevolezza che lottare sta intanto nel Resistere al "nuovo che avanza", a domandarsi cosa mai voglia dire ed essere quel "nuovo", difendere le conquiste, esigerne ancora di ulteriori, anziché accomodarci su uno stile di vita che vorrebbe già tutto compiuto per sempre. Distrarsi? qualche volta, non sempre. Resistere? Sempre

 
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