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La Rivoluzione francese e le donne

 OlimpeDeGouges 350 mindi Fiorenza Taricone - La Rivoluzione francese, le donne, la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges

A luglio la Francia, ma anche tutta l’Europa moderna festeggerà la rivoluzione che ha abbattuto il potere assoluto della monarchia, ma che ha segnato anche una fase di rottura irreversibile nella schiavitù femminile.
Nel 1789 Luigi XVI si rassegna ad accettare la convocazione degli Stati Generali che non si riunivano dal 1614, secolo segnato dalla sovranità assoluta di Luigi XIV, Re Sole. I tre ordini dell’Ancien Règime, Nobiltà, Clero, Terzo Stato, tengono assemblee separate. Nel corso delle riunioni vengono eletti i deputati e redatti i cahiers de dolèances, una sorta di elenco di richieste da soddisfare. Per quanto riguarda le donne, come sempre non vengono interpellate. Le appartenenti alla nobiltà hanno diritto di rappresentanza, cioè di delega del proprio voto, in base al titolo di proprietario di un feudo, sancito dall’articolo XX del regolamento regio del gennaio 1789 che stabilisce le modalità di rappresentanza agli Stati Generali.

“Le donne che hanno proprietà, le ragazze e le vedove così come le minori che godono di nobiltà, purché in possesso di feudi potranno farsi rappresentare da procuratori presso l’ordine della nobiltà”. Per tutte le altre donne, nulla era previsto, e il voto per ordini avrebbe visto prevalere come sempre i due ordini della nobiltà e del clero contro quello più numeroso e produttivo. Ma gli avvenimenti presero un’altra piega: Luigi XVI, sotto la spinta delle proteste, concesse al Terzo Stato di avere tanti deputati quanto gli altri due messi insieme. Forse tutto ciò non fu estraneo alla decisione di alcune donne borghesi, escluse una seconda volta anche dopo la concessione del sovrano, di far sentire lo stesso la loro opinione. I Cahiers de dolèances femminili non sono moltissimi, e per lo più provengono dalle comunità religiose o da quelle di commercianti, comunque da gruppi ristretti e in difesa di precisi interessi. La Petizione delle donne del Terzo Stato, anonima, che segue, si colloca ad un livello più alto. I diritti che compaiono sono il diritto al lavoro e quello all’istruzione.

Petizione delle donne del Terzo Stato al Re
1 gennaio 1789
Sire, in un tempo in cui i differenti Ordini dello Stato si occupano dei loro interessi, in cui ognuno cerca di far valere i propri diritti e i propri titoli, in cui gli uni si agitano per evocare i secoli della schiavitù e dell’anarchia, in cui gli altri cercano di scrollarsi di dosso le ultime catene che li legano ancora ad un imperioso resto di feudalesimo, le donne, oggetto costante dell’ammirazione e del disprezzo degli uomini, le donne, in questa comune agitazione non potrebbero anch’esse far sentire la propria voce?
Escluse dall’Assemblee Nazionali da leggi troppo ben cementate per sperare di poterle scalfire, esse non chiedono, Sire, il permesso di inviare i propri deputati agli Stati Generali; sanno fin troppo bene quanta parte avrebbe il favoritismo nell’elezione, e quanto sarebbe facile agli eletti condizionare la libertà dei suffragi. Preferiamo, Sire, deporre la nostra causa ai vostri piedi; rivolgiamo le nostre lagnanze al vostro cuore, e al vostro cuore affidiamo le nostre miserie, poichè è solo da esso che vogliamo soddisfazione. Le donne del Terzo Stato nascono quasi tutte senza fortuna; la loro educazione è scarsamente curata, quando non completamente sbagliata; si risolve nel mandarle a scuola, da un Maestro che per primo non sa una parola della lingua che insegna, che frequenteranno finchè non sapranno leggere l'Officio della Messa in francese e i Vespri in latino. Soddisfatti i primi doveri della Religione, s’insegna loro un mestiere; giunte ai 15 o 16 anni, arrivano a guadagnare al massimo 5 o 6 soldi al giorno. Se la natura ha rifiutato loro la bellezza, si sposano senza dote, con poveri artigiani; vegetano stentatamente in province sperdute e danno la vita a bambini che esse stesse non sono in grado di allevare. Se invece nascono graziose, senza cultura, senza principi morali, cadono in balia del primo seduttore, commettono un primolassemblea nazionale costituente francese seconda repubblica maggio 1848 lannuncio di un regno e repubblica indivisibile dai rappresentanti del popolo raffigurazione del primo incontro del breve governo repubb 1 errore e per nascondere la vergogna vengono a Parigi, dove finiscono per perdersi completamente e morire vittime del libertinaggio. Oggi che le difficoltà di sussistenza costringono migliaia di loro a mettersi all’asta, che gli uomini trovano più comodo comprarle per un certo tempo piuttosto che conquistarle per sempre, quelle che si sentono portate alla virtù da una felice inclinazione, che sono divorate dal desiderio di istruirsi, che si sentono spinte da un gusto naturale, che hanno superato i difetti dell'educazione ricevuta e sanno un po’ di tutto, senza aver appreso nulla, quelle infine che un animo eletto, un cuore nobile, una fierezza di sentimento fanno chiamare bigotte, sono costrette a rinchiudersi nei monasteri, in cui si esige solo una modesta dote, o a mettersi a servizio.
Se la vecchiaia invece le sorprende nubili, la trascorreranno fra le lacrime, oggetto di disprezzo dei parenti più prossimi. Per ovviare a tanti mali, Sire, noi chiediamo: che gli uomini, in nessun caso possano esercitare mestieri che sono appannaggio delle donne, ossia quelli di sarta, ricamatrice, negoziante di moda, che ci lascino almeno l’ago e il fuso, e noi ci impegneremo a non prendere in mano il compasso e la squadra. Chiediamo di venire illuminate, di avere occupazioni, non per usurpare l’autorità degli uomini, ma per esserne maggiormente stimate, per avere mezzi di sussistenza al riparo dagli infortuni, perchè l'indigenza non costringa le più deboli di noi, abbagliate dal lusso e sviate dall'esempio, ad unirsi a quella folla di disgraziate che popolano le strade e la cui viziosa audacia costituisce l’obbrobrio del nostro sesso e degli uomini che le frequentano. Vorremmo che questa categoria di donne portasse un distintivo. Non dovrebbero mai togliersi il distintivo, pena l’obbligo di lavorare in pubblici laboratori, a vantaggio dei poveri. Vi supplichiamo Sire di istituire scuole gratuite in cui poter appendere i principi della nostra lingua, la religione e la morale. Noi chiediamo di liberarci dell’ignoranza, per dare ai nostri figli un'educazione sana e ragionevole, per farne Sudditi degni di servirvi. Li educheremo ad amare il bel nome di Francese, trasmetteremo l’amore che abbiamo per la Vostra maestà; noi infatti preferiamo lasciare agli uomini il valore, il genio, ma sempre contenderemo loro il pericoloso e prezioso dono della sensibilità.

 

La rivoluzionaria Olympe
Se le borghesi fanno sentire per la prima volta in modo compatto la loro voce, Olympe de Gouges stende una Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, in parte simile a quella ben più famosa di quella maschile. Fin dal lontano 1992 quando con Mimma De Leo scrivemmo il primo libro di testo per le scuole superiori dal titolo Le donne in Italia. Diritti civili e politici, ci auguravamo che il testo fosse inserito nei libri di storia di tutte le scuole, insieme a quella maschile, ma nulla da allora è cambiato.

Olympe de Gouges, il cui vero nome era Marie Gouze, si ritiene fosse nata a Montauban nel 1775. Non ebbe alcuna educazione, ma sembra fosse figlia illegittima di un nobile non privo di ambizioni letterarie e che da lui avesse ereditato le indubbie capacità di scrittrice. Lasciò presto la cittadina dove era nata per restare nella capitale, dove si mantenne anche con il “lavoro di penna”, scandaloso per i tempi. Scrisse anche pièces teatrali e testi sull’inferiorità femminile, equiparando con notevole anticipo sui tempi la schiavitù delle donne a quella dei neri. Fondatrice allo scoppio della Rivoluzione della Società fraterna d’ambo i sessi; appoggiò la marcia su Versailles, l’assalto alle Tuileries e nel settembre successivo dopo l’imprigionamento del re e della regina si offrì di assumerne la difesa. Nel frattempo rivolgeva affermazioni piuttosto pesanti contro Robespierre e i montagnardi. In uno dei suoi ultimi scritti politici invitò i cittadini a indire un referendum tra repubblica unitaria e monarchia costituzionale. Arrestata nel luglio 1793, affermò di essere incinta per avere salva la vita, ma prolungò solamente la sua prigionia. Venne ghigliottinata il 3 novembre 1793.

 

La Dichiarazione è costituita da 17 articoli, tanti quanti ne ha la parallela Dichiarazione al maschile: alcuni di questi articoli, una minoranza, o riproducono integralmente i corrispettivi dell’89, salvo aggiungere la parola «donna» o sostituirla alla parola «uomo» (dal I al III; IX; XII, XV). Olympe de Gouges riscrive, invece, completamente gli altri articoli della Dichiarazione dei diritti della donna da far decretare all'Assemblea Nazionale nelle sue ultime sedute o in quella della prossima legislatura. Fondante l’art. IV, che esplicita con una denuncia politica che la libertà non è affatto uguale per tutti gli individui, essendo quella delle donne invasa e ostacolata dalla tirannia dell’uomo. Altrettanto importante, il VI chiede che tutte le cittadine abbiano pari accesso a tutte le cariche, posti e impieghi pubblici «secondo le loro capacità, e senz’altre distinzioni che quelle dei loro meriti e dei loro talenti». L’art. X è il più famoso: interamente riformulato rispetto al corrispondente dell’89, sostiene la libertà di opinione per tutti tanto più per la donna che «avendo il diritto di salire il patibolo» parimenti ha quello «di salire alla tribuna». Ai diritti politici e alla libertà di opinione è associata la libertà di concepire figli anche fuori del matrimonio: le ragazze madri, nubili o vedove, non devono più dissimulare la loro «colpa» e possono legalmente effettuare la ricerca della paternità (art. XI). L'ultimo articolo, il XVII, introduce un concetto di comunione dei beni nel rapporto matrimoniale, che Olympe riprenderà nella postfazione, in particolare nella proposta di un Nuovo Contratto Sociale. Questo prevede la comunione dei beni da dividersi in parti uguali in caso di separazione, il riconoscimento dei figli naturali, il divorzio.

 

Preambolo

Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della nazione, chiedono di potersi costituire in Assemblea nazionale. Considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna sono le cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi, hanno deciso di esporre, in una Dichiarazione solenne, i diritti naturali, inalienabili e sacri della donna, affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, ricordi loro senza sosta i loro diritti e i loro doveri, affinché gli atti del potere delle donne e quelli del potere degli uomini, potendo essere paragonati ad ogni istante con gli scopi di ogni istituzione politica, siano più rispettati, affinché le proteste dei cittadini, fondate ormai su principi semplici e incontestabili, si rivolgano sempre al mantenimento della Costituzione, dei buoni costumi, e alla felicità di tutti. In conseguenza, il sesso superiore sia in bellezza che in coraggio, nelle sofferenze della maternità, riconosce e dichiara; in presenza e sotto gli auspici dell’essere supremo, i seguenti Diritti della Donna e della Cittadina.

ARTICOLO I
La Donna nasce libera e resta eguale all’uomo nei diritti. Le distinzioni sociali possono essere fondate solo sull’utilità comune.DichiarazioneDirittiDonne 350 min

ARTICOLO II
Lo scopo di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili della Donna e dell’Uomo: questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e soprattutto la resistenza all’oppressione.

ARTICOLO III
II principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione, che è la riunione della donna e dell’uomo: nessun corpo, nessun individuo può esercitarne l’autorità che non ne sia espressamente derivata.

ARTICOLO IV
La libertà e la giustizia consistono nel restituire tutto quello che appartiene agli altri; così l’esercizio dei diritti naturali della donna ha come limiti solo la tirannia perpetua che l’uomo le oppone; questi limiti devono essere riformati dalle leggi della natura e della ragione.

ARTICOLO V
Le leggi della natura e della ragione impediscono ogni azione nociva alla società: tutto ciò che non è proibito da queste leggi, sagge e divine, non può essere impedito, e nessuno può essere obbligato a fare quello che esse non ordinano di fare.

ARTICOLO VI
La legge deve essere l’espressione della volontà generale; tutte le Cittadine e i Cittadini devono concorrere personalmente, o attraverso i loro rappresentanti, alla sua formazione; essa deve essere la stessa per tutti: tutte le cittadine e tutti i cittadini, essendo uguali ai suoi occhi, devono essere ugualmente ammissibili a ogni dignità, posto e impiego pubblici secondo le loro capacità, e senza altre distinzioni che quelle delle loro virtù e dei loro talenti. .

ARTICOLO VII
Nessuna donna è esclusa; essa è accusata, arrestata e detenuta nei casi determinati dalla Legge. Le donne obbediscono come gli uomini a questa legge rigorosa.

ARTICOLO VIII
La Legge non deve stabilire che pene restrittive ed evidentemente necessarie, e nessuno può essere punito se non grazie a una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto e legalmente applicata alle donne.

ARTICOLO IX
Tutto il rigore è esercitato dalla legge per ogni donna dichiarata colpevole.

ARTICOLO X
Nessuno deve essere perseguitato per le sue opinioni, anche fondamentali; la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere ugualmente il diritto di salire sulla Tribuna; a condizione che le sue manifestazioni non turbino l’ordine pubblico stabilito dalla legge.

ARTICOLO XI
La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi della donna, poichè questa libertà assicura la legittimità dei padri verso i figli. Ogni Cittadina può dunque dire liberamente, io sono la madre di un figlio che vi appartiene, senza che un pregiudizio barbaro la obblighi a dissimulare la verità; salvo rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.

ARTICOLO XII
La garanzia dei diritti della donna e della cittadina ha bisogno di un particolare sostegno; questa garanzia deve essere istituita a vantaggio di tutti, e non per l’utilità particolare di quelle alle quali è affidata.

ARTICOLO XIII
Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese dell’amministrazione, i contributi della donna e dell’uomo sono uguali; essa partecipa a tutte le incombenze, a tutti i lavori faticosi; deve dunque avere la sua parte nella distribuzione dei posti, degli impieghi, delle cariche delle dignità e dell’industria.

ARTICOLO XIV
Le Cittadine e i Cittadini hanno il diritto di costatare personalmente, o attraverso i loro rappresentanti; la necessità dell’imposta pubblica. Le Cittadine non possono aderirvi che a condizione di essere ammesse a una uguale divisione, non solo nei beni di fortuna, ma anche nell’amministrazione pubblica, e di determinare la quota, la base imponibile, la riscossione e la durata dell'imposta.

ARTICOLO XV La massa delle donne, coalizzata nel pagamento delle imposte con quella degli uomini, ha il diritto di chiedere conto, a ogni pubblico ufficiale, della sua amministrazione.

ARTICOLO XVI Ogni società nella quale la garanzia dei diritti non sia assicurata, nè la separazione dei poteri sia determinata, non ha alcuna costituzione; la costituzione è nulla, se la maggioranza degli individui che compongono la Nazione, non ha cooperato alla sua redazione.

ARTICOLO XVII
Le proprietà appartengono ai due sessi riuniti o separati; esse sono per ciascuno un diritto inviolabile e sacro; nessuno ne può essere privato come vero patrimonio della natura, se non quando la necessità pubblica, legalmente constatata, l’esiga in modo evidente, e a condizione di una giusta e preliminare indennità.

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Il biennio 1848-49 e le donne della Repubblica romana

di Fiorenza Taricone - Il 201legiardiniere min9 sarà un anno ricco di date memorabili per la storia della questione femminile, come lo è stato il 2018, anno del varo della Costituzione italiana, ma anche anno della pubblicazione della Dichiarazione dei Sentimenti, su cui ho scritto precedentemente su UnoeTre un articolo-ricordo.

(Note 3, a fondo delle pagine in cui sono indicate.  Per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo.)

  1. Parte 1
  2. Parte 2
  3. Parte 3
  4. Parte 4

Quest’anno la Rivoluzione francese compirà 220 anni e sarà argomento di un prossimo articolo, ma ancora prima non possono passare sotto silenzio le donne che hanno lottato in ogni modo nella Repubblica romana; nata il 9 febbraio 1849 a seguito dei grandi moti del 1848 ebbe una vita breve; finì infatti il 4 luglio 1849 a causa dell'intervento militare della Francia di Luigi Napoleone Bonaparte, il nipote di Napoleone, che nonostante l’opposizione repubblicana, fece votare l’intervento in deroga ad un articolo della costituzione francese.

Tuttavia quella che sembrava una parentesi diede vita a una costituzione moderna, quasi anticipatrice di quella nata dopo la Resistenza, meno di un secolo dopo. Lo stato pontificio che era tra i più arretrati d'Europa, sperimentò nella Costituzione una teoria e prassi democratiche, di ispirazione mazziniana, come il principio del alledonneromane minsuffragio universale maschile; quello femminile non era vietato dalla Costituzione, ma non c’era alcun cenno, mentre faceva la sua comparsa l'abolizione della pena di morte e la libertà di culto.
Già dal 1848 le testimonianze hanno tramandato la memoria di un forte coinvolgimento delle donne nelle rivolte contro l’Austria e nelle esperienze repubblicane che ne seguirono: "popolane" sono sulle barricate di Milano e di Brescia a combattere e a soccorrere a feriti, "signore" formano gruppi e comitati di assistenza e lavorano attivamente alla raccolta di offerte di ogni genere per proseguire la guerra.
A Roma, la pubblicazione tra l’aprile e il novembre 1848 di un giornale unico nel panorama nazionale dal significativo titolo «La donna italiana» attesta come le donne siano considerate parte integrante o comunque necessaria da una comunità nazionale faticosamente in corso di costruzione. Il giornale dedica un’attenzione particolare all’educazione patriottica delle donne italiane e le sollecita a farsi parte attiva nella lotta contro l’Austria, non solo incoraggiando gli uomini a combattere per l’indipendenza italiana, ma collaborando attivamente con loro. Fin dai primi numeri del giornale, si susseguono appelli e resoconti che segnalano gli atti di generosità delle donne italiane per la causa dell’indipendenza, oltre che le notizie della raccolta di fasce e medicinali per i combattenti della Lombardia e del Veneto. Un gruppo di donne venete, Antonietta Del Cerè Benvenuti, Teresa Mosconi Papadopoli ed Elisabetta Michel Giustinian promuove la costituzione all’interno della guardia civica veneziana di un battaglione di donne: “Ufficio delle cittadine inscritte in questo battaglione deve essere di curare i militi che cadessero feriti, preparare le cartucce e fare quant’altro la carità di patria può domandare da noi”; è considerato comunque un ruolo non facile, se ci si premura di precisare che “il battaglione che sarà posto sotto gli ordini di un capo, eletto dal Comandante generale, adempierà la sua missione evitando qualunque comparsa in pubblico”. Comparsa che invece le donne non sempre eviteranno, nel corso degli eventi, se si segnalano le gesta eroiche di Luigia Battistotti, combattente sulle barricate milanesi, o l’ardore di Cristina di Belgioioso che recluta e conduce i volontari napoletani in Lombardia, di Isabella Luzzatti, Carolina Percoto, Giulia Modena, che sono sui campi di battaglia del Veneto e addirittura si mettono alla testa di centinaia di "crociati", come vengono definiti i volontari combattenti della "santa" guerra contro lo straniero. Il termine di partecipazione appare infatti insufficiente a connotare l’esperienza femminile e rischia di essere ancora una volta una "formula che presenta le donne come ospiti occasionali in una storia non loro, dove la normalità e la norma è l’azione degli uomini: partecipare non equivale a far parte, anzi marca il divario fra appartenenza e convergenza momentanea¹.

1 - A. BRAVO, Introduzione, in Donne e uomini nelle guerre mondiali, Roma- Bari 1991, p.VI.

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La presenza delle donne non fu solo quantitativamente rilevante in questa fase, che fu un momento cardine del processo di unificazione, e produsse significati ben oltre il 1848. Le donne, lungi dal restare escluse, sono chiamate in causa attraverso il legame familiare, in quanto madri, figli, consorti di patrioti, ma anche come sorelle in quanto figlie della stessa madre Italia, e dunque come patriote esse stesse, secondo una interpretazione estensiva e di genere dell’idea di fratellanza.
Nella primavera del 1848, mentre scoppiano i moti rivoluzionari e la guerra contro l’Austria, la situazione di Roma è ancora fluida, la città è lontana non soloCristina Trivulzio Belgiojoso by Henri Lehmann min geograficamente dal teatro di guerra. Pochi mesi dopo, il moto rivoluzionario tocca anche Roma; la guerra coinvolgerà uomini e donne giungendo sulla soglia e oltre delle loro case e le donne romane saranno le prime a rispondere alle necessità di sacrificarsi per le esigenze della patria. In una seduta dell’Assemblea mentre Mazzini accennava a queste urgenze, dalla tribuna riservata alle donne iniziava come ricordano le cronache, una pioggia d’oro, fatta di fermagli e d’anelli. Nell’aprile del 1849 l’intervento francese contro la Repubblica romana è ormai deciso e l’assemblea repubblicana vota la resistenza ad oltranza. Subito dopo lo sbarco dell’esercito francese a Civitavecchia in attesa dell’attacco imminente, il triumvirato da un lato conta le forze militari disponibili, dall’altro allerta la popolazione e ne organizza la resistenza attraverso l’istituzione di una Commissione Centrale delle barricate; si nominano i rappresentanti del popolo che, rione per rione, daranno istruzioni per la costruzione delle barricate, con l’obiettivo di difendere palmo a palmo il terreno: "le milizie d’ogni genere fanno e faranno il loro dovere. Tocca al popolo fare il suo”. La mobilitazione non esclude le donne: "Fino da oggi si è pensato di comporre un’Associazione di Donne allo scopo di assistere i feriti, e di fornirli di filacce e delle biancherie necessarie. Le donne romane accorreranno, non v'ha dubbio, con sollecitudine a questo appello fatto in nome della patria carità"².
Le donne romane effettivamente accorrono in gran numero: centinaia rispondono all’appello del Comitato di soccorso ai feriti fra cui Enrichetta Pisacane, Cristina Trivulzio di Belgiojoso e Giulia Bovio Paulucci, donne di diversa estrazione, e mogli per lo più di alcuni dei protagonisti delle vicende rivoluzionarie. Cristina di Belgioioso è stata in prima fila nelle giornate milanesi, poi è attratta anche se non convinta dagli esperimenti politici del Governo provvisorio toscano e della Repubblica Romana. Enrichetta Di Lorenzo è la compagna di Carlo Pisacane: già sposata al conte Dionisio Lazzari, madre di tre bambini, fuggita con Pisacane da Napoli nel 1847, è stata con lui per due anni in Inghilterra, in Francia, in Svizzera e infine in Italia sui campi di battaglia lombardi; nel marzo 1849 è a Roma con Pisacane, che provvede, con lo stesso Mazzini, alla riorganizzazione delle forze militari. Giulia Bovio Silvestri, bolognese, è la moglie di Vittorio Paulucci de’ Calboli, già comandante della piazza di Bologna e dei giovani volontari bolognesi, il cosiddetto Battaglione della Speranza. Nei giorni immediatamente successivi, lo stesso Comitato di soccorso ai feriti si costituisce in Amministrazione delle ambulanze con un significativo ampliamento della sfera d’azione. Ai precedenti componenti del comitato di soccorso si aggiungono alcuni "cittadini", in maggioranza personale sanitario già in forze negli ospedali romani. Il Comitato comunica coll’Amministrazione di Sanità militare, col Municipio e coi Ministeri della Guerra e dell’Interno.

2 - «Monitore Romano», 27 aprile 1849. 

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Le ambulanze, cioè i punti di soccorso ai feriti, vengono collocati in parte presso ospedali e ospizi, in parte presso conventi più o meno prossimi ai luoghi di combattimento. A fine aprile, come sedi di ambulanze vengono approntati la Trinità dei Pellegrini, antico ospizio fondato nel `500 da Filippo Neri, gli ospedali di S. Giovanni in Laterano, Fatebenefratelli, S. Spirito, S. Giacomo, il convento della SS. Annunziata delle Turchine a Monti, il convento di S. Pietro in Montorio, a ridosso del Gianicolo, S. Teresa a Porta Pia, e, in un secondo momento, il Palazzo del S. Uffizio, il Convento della Scala (dove peraltro i frati non consentiranno mai l’ingresso alle donne assistenti), l’Ospedale di S. Giovanni de’ Fiorentini, la Canonica di S. Maria Maggiore. A ognuno di essi è preposta una delle componenti il Comitato di soccorso. All’Ospedale della Trinità dei Pellegrini, l’assistenza è affidata a Giulia Paolucci e a Dina Galletti, bolognese, moglie di Giuseppe Galletti, presidente dell’Assembleaenrichettapisacane min costituente; dell’ospedale di S. Spirito è "regolatrice" Giulia Calame Modena, svizzera di Berna, moglie di Gustavo Modena, combattente con il marito nel Veneto e responsabile di un ospedale da campo a Palmanova, dove è ferita; imprigionata dagli austriaci poi liberata, raggiunge Firenze e di qui Roma; a S. Giacomo è Malvina Costabili, ferrarese, moglie di uno dei componenti della Commissione di finanze, a San Gallicano Adele Baroffio, moglie di Felice Baroffio, milanese, medico e chirurgo militare, combattente contro l’Austria e poi esule in Piemonte; a S. Giovanni, Paolina Lupi, a San Pietro in Montorio Enrichetta Pisacane, al Fatebenefratelli è "regolatrice" Margaret Fuller, giornalista americana appassionata sostenitrice della causa italiana, a Santa Teresa, Enrichetta Filopanti, moglie di Quirico Filopanti (pseudonimo di Giuseppe Barilli), deputato di Bologna all'Assemblea costituente, a Monti, Olimpia Razzani.
Il ruolo svolto da Cristina di Belgiojoso nell'organizzazione delle ambulanze è di primo piano, come ha modo di notare una delle sue collaboratrici, Enrica Filopanti che insiste sulle capacità organizzative e l’attiva determinazione di Cristina di Belgiojoso. E sottolinea come con "uguale zelo" vengano accolti e curati nelle ambulanze tutti i feriti, sia italiani sia francesi.
Se nelle organizzatrici dell’assistenza è motivo di particolare orgoglio trattare tutti i feriti "con uguale zelo", senza riguardi per la divisa che portano, la loro opera non è a questo riguardo universalmente apprezzata. Ai riconoscimenti tributati alle infermiere da Ferdinand de Lesseps, inviato nell’aprile a Roma in missione diplomatica come mediatore, per aver prestato ai ventisei feriti francesi dei combattimenti del 30 aprile tutte le cure del caso, fanno da contrappunto altri giudizi di parte francese tutt’altro che benevoli: c’è chi getta su di loro il sospetto più infamante, descrivendole come signore dalle "nude spalle e seducentemente adorne" che solo apparentemente si dedicavano alla cura dei soldati; in realtà si sedevano al capezzale dei malati francesi “per far proseliti colla voluttà” tant’è che Cristina di Belgiojoso sarebbe stata soprannominata, tra i francesi, Bellejoyeuse. Ma Alphonse Balleydier, autore di queste note, non è e non sarà il solo: è rimasta famosa la testimonianza di Antonio Bresciani, letterato gesuita. Falsificando i reali motivi delle visite compiute dalla Belgiojoso nei conventi alla ricerca di luoghi adatti ad accogliere ambulanze, immagina che la Belgiojoso si rechi invece ad annunciare alle suore il decreto del 27 aprile con il quale il triumvirato non riconoscendo la perpetuità di voti, dà facoltà di sciogliersi dalle regole a tutti i religiosi e religiose che ne abbiano l’intenzione, proteggendoli contro ogni violenza e accogliendo i religiosi che ne facciano richiesta nelle milizie della Repubblica.

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Nella scena dipinta dal Bresciani la Principessa, accompagnata da altre “profetesse” con modi arroganti, legge il decreto e incita le suore a sciogliersi dai voti, ma di fronte alla fermezza delle suore, deve battere in ritirata. E non è questa l’unica forma di prevaricazione compiuta ai danni delle religiose: di ben più gravi attentati al pudore si sarebbero resi colpevoli gli studenti della Sapienza. Bresciani lamenta che i conventi siano stati ridotti ad alloggiamenti militari, a magazzini, a ospedali: "E fosse stato soltanto per riporvi i feriti; ma nel brutale comunismo repubblicano, cacciavano di casa le monache per empire i monasteri della plebe sfrenata e ingorda, sotto sembiante di sottrarla al pericolo delle bombe. Indi i religiosi si vedevano inondare di femmine i collegi e i conventi ... Infermierine, le quali s’avvolgevano snelle e leggere intorno ai letti in grembiulino di seta a ventaglio; colle maniche riboccate assai sopra il gomito; con gli scialli appiccati agli arpioni dell’antisala, perché il caldo e l’afa le opprimeva; coi capi ben acconci, per non aver sembiante di suore, e non metter tedio e nausea agli eroi d’Italia, ai martiri della libertà; con certi risolini in bocca, con certe parole dolciate, da mandarli all’altro mondo in ben altra guisa che non fanno i preti in cotta e stola"³.
Anche i medici non mostrano di apprezzare l’ingresso di queste figure irregolari nell’ambiente sanitario, sia pure in situazione d’emergenza; molti di loro protestano controgiardiniere min1 “l’invasione muliebre" e il "dispotismo delle femmine”.
In realtà Cristina di Belgiojoso non si limita a organizzare l’opera di soccorso momentaneo. Il suo ruolo le dà modo di rendersi conto della situazione complessiva dell’assistenza sanitaria a Roma, e di concepirne un progetto di riassetto che nel maggio 1849 espone ai triumviri. Il progetto prevede l’allargamento delle competenze del Comitato di soccorso a una sorta di sovrintendenza a tutti gli ospedali romani, la trasformazione dell’ospedale della Trinità dei Pellegrini in ospedale militare nonchè convalescenziario per malati dimissionati ospedali e sede di scuola infermieristica per le donne assistenti; al comitato, inoltre, sarebbero spettate l’amministrazione del patrimonio della Trinità dei Pellegrini, la direzione dell’ospedale militare, la direzione dell’istituto delle donne assistenti. A questo proposito non manca di mettere l’accento sulla necessità che alle infermiere venga richiesta "molta severità di costumi e regolarità di vita quasi monastica”, una risposta preventiva alle accuse di immoralità che da più parti pioveranno sulla stessa Belgiojoso e sulle altre volontarie; un segnale che il contatto e la cura del corpo sono considerati motivo di attrazione e al tempo stesso di pericolo per le donne.
Alle pendici del Gianicolo gli uomini si difendono fino allo stremo, e negli ospedali si è combattuta la battaglia delle donne per la patria: un duplice fronte che Carlo Rusconi, ministro degli Esteri della Repubblica e protagonista delle trattative con il generale Oudinot che precedettero l’intervento francese, ricorda con accenti commossi: "Molte donne gareggiavano in egual modo in Roma col sesso più forte nel difendere la patria loro e le istituzioni che dovevano ravvivarla. Molte altre ancora la carità loro dimostravano assistendo i feriti, vegliando le notti al capezzale dei moribondi. Non mai il compito della donna era stato più nobile di quello che si mostrasse in quei momenti. Per quegli uffici pietosi doveva essere poi vilipesa; tanta abnegazione, tanto amore, tanto affetto di patria dovevano essere segnalati al mondo come una libidine scellerata; e le angeliche donne furono stigmatizzate come meretrici abbiette.

 

3 - A. BRESCIANI, Della Repubblica romana Fatti storici dall’anno 1848 al 1849, appendice all’Ebreo di Verona, Napoli 1858, pp.13-9.

 

 

 

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HeForShe: uomini per le donne

HeForShe mindi Maria Luigia Pietrobono - All'incontro di Bologna:"Libere tutte, idee, esperienze: donne che cambiano l'Italia", Zingaretti ha diffusamente parlato delle cause che ancora impediscono la piena realizzazione di una democrazia paritaria, una democrazia che veda pienamente rispettati i dettami della nostra Costituzione di libertà,uguaglianza e pari diritti per tutte e per tutti.
"Nel nostro paese, ha detto, assistiamo in questi mesi al tentativo di respingere le donne in condizione di subalternità, di imporre un unico modello di famiglia, di negare le differenti forme di relazioni familiari e genitoriali,di rimettere in discussione la legge 194".

Le parole del presidente mi hanno fatto tornare in mente ciò che diceva Italo Calvino "quello che abbiamo potrebbe improvvisamente svanire". Le donne quindi devono essere al centro di un progetto di cambiamento, il cuore di un pensiero politico volto a far sì che esse possano sempre più affermare il loro protagonismo sociale, politico, culturale.

Poiché il raggiungimento della uguaglianza di genere è un elemento chiave per prevenire la violenza sulle donne, i primi passi compiuti dalla consigliera Sara Battisti nella regione Lazio sono stati fatti tenendo presente questo obiettivo.

Si è partiti dalla creazione di un Osservatorio che avrà il compito di analizzare e divulgare i dati relativi al fenomeno della violenza ; contestualmente la Regione ha stanziato fondi per:

- protocollo di intesa per la protezione delle donne al fine di finanziare l'ampliamento della rete per il contrasto della violenza (300.000 euro)
- implementazione della rete dei centri antiviolenza e delle case rifugio territoriali (5,5 milioni di euro)
- costruzione della prima casa di semiautonomia a Roma (190.000 euro)
- sistema informativo per il monitoraggio dei dati (200.000 euro)
- progetto per il percorso di reinserimento sociale e lavorativo delle vittime (583.000 euro)
- sostegno alla rete antitratta ( 1,8 milioni)
- per gli orfani delle vittime di femminicidio (180.000 euro)
- formazione degli operatori sanitari, delle operatrici antiviolenza e per gli appositi presidi (400.000 euro)
- progetto " io non odio" per sensibilizzare giovani studenti nelle scuole (300.000 euro)
- progetto generiamo parità per la prevenzione ed il contrasto della violenza di genere nelle scuole (365.000 euro).

Nel prosieguo del lavoro credo che in una sinergia tra assessori all'istruzione, alla cultura, alle pari opportunità si potrebbe riprendere il progetto Po.li.te che è stato presente in tutti i governi di centro sinistra, ma che purtroppo non ha mai visto una piena attuazione.

Il progetto "Pari opportunità nei libri di testo" consiste in un accordo tra le istituzioni e le case editrici affinché sia dato spazio alle biografie di donne che in qualche modo hanno lottato per la democrazia o si sono impegnate nella ricerca scientifica o nella letteratura.

A fianco dei padri costituenti perché non fare cenno anche alle madri, perché non presentare Olympe de Gouges che alla fine del 700 scrisse la "Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina", o ancora Ursula Hirschman politica e antifascista tedesca che si impegnò per la diffusione del manifesto di Ventotene a Roma e Milano nel periodo in cui i suoi autori erano confinati nell'isola?

Infine poiché le pari opportunità non si realizzano senza che anche gli uomini divengano ambasciatori di libertà e uguaglianza, condividendo le battaglie delle mogli, delle figlie, delle madri, delle sorelle, è auspicabile che in un prossimo futuro anche la regione Lazio possa aderire alla campagna di UN Women (organismo delle Nazioni Unite per la emancipazione femminile) "HEFORSHE" lui per lei e promuovere una campagna di sensibilizzazione sui temi dell'uguaglianza di genere che veda in prima fila gli uomini.

 

 

 

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Beatrice e il web. Leggere con gli occhi di oggi le donne del passato

Dante e Beatrice di Salvatore Postiglione 350 260 minFiorenza Taricone - Le chiavi per una nuova lettura della figura di Beatrice dantesca sono due: la prima si collega alla storia di genere; dagli anni Settanta in poi, in ambito europeo ed extra europeo, innovative ricerche hanno indagato ruoli, identità singole e collettive, funzioni, idealizzazioni e proiezioni collettive del genere femminile, disseppellendo dalla storia finora conosciuta singole personalità o eventi connotati solo al maschile. Il genere, come categoria interpretativa non contrapposta al maschile, a differenza dell’identità biologica, muta con l’evoluzione sociale, politica, economica, scientifica. Beatrice può essere letta quindi in relazione con la vita delle donne del suo tempo, il Medioevo; Beatrice appare comunque come una donna del tutto insolita per le qualità e i poteri che le sue contemporanee difficilmente avevano. Una Beatrice in contrasto con la condizione femminile del suo tempo, segnata per le donne dalla schiavitù civile, dall’analfabetismo, dove solo le religiose, le badesse, le mistiche, le teologhe di fatto, ma non di diritto, le nobili senza titolo di sovranità, facevano eccezione, era in grado di dare spiegazioni a Dante e di portarlo al cospetto di Dio. Una delle poche eccezioni laiche del secolo di Dante fu Christine de Pisan, italiana di nascita, che denunciò sia la misoginia del suo tempo, sia il silenzio delle donne. Imprenditrice di se stessa, rimasta vedova con figli, nel suo libro più famoso "La cité des dames", offriva il modello di un mondo diverso, fondato sulle virtù femminili, ragione, rettitudine, giustizia, e popolato di moltissime donne di valore, sante, eroine, scienziate.

La seconda chiave interpretativa riguarda la contemporaneità, cioè cogliere la sua qualità virtuale e incorporea; si può tentare di leggere la Beatrice del Paradiso dantesco, come fosse un’anticipazione della smaterializzazione del web. Nel Paradiso e nel web, la vita è slegata dalla realtà fisica. Mentre però il disancoraggio di Beatrice porta a un’esaltazione divina, quello attuale porta a una denigrazione del femminile, spessissimo riferito a un consumo sessuale, con lo spezzettamento del corpo diventato merce, apprezzato e monetizzato a pezzi. Entrambi, il Paradiso e il web, sono dei non luoghi, difficilmente collocabili nello spazio e nel tempo, e così Dante sembra intendere il Paradiso, un non luogo fatto di luce. Quest’ultimo elemento ci riporta a una straordinaria anticipazione dantesca: sembra, infatti, che per alcuni studiosi il Poeta anticipi l’attuale scienza delle particelle con l’idea di Dio come punto di fusione fra materia ed energia, concetto proprio della fisica del ventesimo secolo. Se infatti, l’empireo è un cielo, o comunque ha in sé aspetti materiali, è indubbio che la sua materia è speciale, deriva direttamente dal Dio, e la sua energia primaria è fatta di luce.

 

La forza dell’amore

Beatrice che Dante conobbe da bambina chiamandola con un nome che significava la beatificante, colei che rende beati quanti l’amano, ispira un amore puramente estetico, che desidera solo la gioia di vedere, a differenza dell’amore carnale teso al possesso dell’oggetto amato. Il contrasto con l’oggi in cui al centro delle violenze “per amore” è la critica al cosiddetto “amore proprietario, è schiacciante; Dante e Beatrice vissero ciascuno la propria vita. Quando lei morì, nel 1290, lui era già sposato a Gemma Donati, fidanzato dal 1277, quindi a dodici anni. Egli stesso informa del suo amore per altre donne, di cui una aveva rischiato di fargli dimenticare Beatrice; ma del suo vero amore si sa pochissimo, essenzialmente che al momento della morte Beatrice era già sposa e madre; l’amore di Dante non aveva sostanzialmente turbato la sua esistenza. Ma l’artista, com’è noto, vive dentro un uomo, o una donna, con i quali spesso ha scarsi rapporti e cui spesso neppure somiglia. La morte di Beatrice la rendeva una musa perfetta, cancellando lo scarto, sempre presente e talvolta imbarazzante, che separa l’ideale dalla realtà. Dante non ha visto disfare la bellezza, grande cruccio delle donne attuali cui cercano di porre riparo diventando delle maschere inespressive e immobili; la musa invece ha potuto restare giovane nel pensiero di chi l’amava. Dante trasformava la bambina di Firenze, sempre amata, in Musa e assegnava a Beatrice che “imparadisa” la sua mente, una posizione precisa nell’Empireo.
Cantare Beatrice era però impresa completamente diversa dal lodare la bellezza della giovane donna che incontrava talvolta per le vie di Firenze. Per riuscirci, occorreva istruirsi sul Paradiso, gli angeli e i beati, che affollavano il luogo degno di Beatrice. Per ritrovarla dunque Dante la cerca lassù, dov’è, e il suo spirito si reca in pellegrinaggio. Quando per Virgilio venne il momento di separarsi da Dante, Beatrice lo sostituì fin quasi sulla vetta del Paradiso, ma non fino in cima, perché fu sostituita da Bernardo di Chiaravalle, dottore dell’estasi, sempre però con delega di Beatrice. Il ruolo che rivestiva Beatrice era di una donna erudita, cui piaceva insegnare; quando non era possibile, si trovava un sostituto. Oggi, collocandola in una storia di genere, la chiameremmo donna d’eccezione, soprattutto in un periodo di quasi totale analfabetismo femminile, come il Medioevo.

Era attraverso l’idea del viaggio ispiratogli da Beatrice che Dante percorse paesaggi ultraterreni, cercando domande e risposte. La prima volta che Beatrice gli parlò, ne fu talmente inebriato da ritirarsi in solitudine, in preda a una violenta emozione, e si addormentò pensando a lei. Il poeta la vide allora in sogno mentre dormiva nuda sotto un velo leggero tra le braccia dell’Amore, che lo costringeva a mangiare il cuore del poeta. L’evento centrale era la morte di Beatrice, con un sogno premonitore che annunciava una data funesta: l’8 giugno 1290; Firenze era in lutto, il mondo aveva perso la sua bellezza.
La dimensione dello sguardo fra il poeta e la donna ispiratrice era centrale, fino a diventare motore trainante per l’ascesa: ogni volta che saliva a un cielo superiore, Dante guardava prima gli occhi di Beatrice, oppure addirittura compiva l’ascesa mentre li stava guardando. beatrice dante marie spartali stillman 1895 350 min

Nel Paradiso dove l’emisfero era quasi tutto bianco per la luce di mezzogiorno, mentre era già notte in quello boreale, Dante vide Beatrice guardare fissamente il sole; anche lui fissò gli occhi nel sole al di là delle possibilità consentite all’uomo sulla terra. Beatrice teneva gli occhi attentamente fissi sulle sfere celesti e Dante su di lei.
Nel secolo in cui Dante scriveva, ma per parecchi secoli a venire, almeno fino all’Ottocento, nelle virtù femminili obbligatorie giganteggiava la modestia, espressa anche dal tenere gli occhi bassi. Le donne per dimostrare il loro pudore, per accattivarsi le simpatie, per sedurre, usavano poche parole; al loro posto soprattutto gli sguardi, non diretti, non fissi, ma bassi e obliqui. L’immateriale Beatrice, cantata da Dante, era una donna che addirittura con lo sguardo faceva da tramite con la sua beatitudine fra il Poeta e la sfera celeste.

La nostalgia e il ricordo di Beatrice insomma guidarono Dante per tutta la "Divina Commedia", avendo sempre vicino un modello femminile del tutto inusitato per i tempi, che talvolta gli era accanto, talvolta lo precedeva come una guida, ribaltando il luogo comune che voleva la donna come musa ispiratrice in posizione subalterna al genio creatore, di solito maschile. Una figura che perdeva la sua corporeità, fatta di luce immateriale, ma che pesava infinitamente di più di una fisicità; il virtuale femminile sul web oggi non emana altrettanta luce, né mi sembra di poter dire, dignità; piuttosto, un corpo femminile offerto senza troppe allusioni.

Dante ha costruito un modello pressoché unico; il solo altro paragone è con Tolstoj; dichiarò di essersi innamorato a nove anni di una coetanea, Sonia Kolochine, e di averla poi amata per il resto dei suoi giorni, ma non scrisse nulla su di lei. Un raffronto che potrebbe essere nella sottrazione di sensualità, per non rischiare l’involgarimento e mettere a confronto la realtà con la virtualità. Molto più tardi, a 62 anni, infatti, avrebbe annotato su di lei nel Diario: ho pensato di scrivere un romanzo d’amore come per Sonia Kolochine, un amore che renda impossibile il passaggio alla sensualità, che sia la migliore difesa alla sensualità. Insomma, il nuovo non è sempre e solo positivo, la libertà sessuale femminile non garantisce dallo sfruttamento del proprio corpo e l’immaterialità non garantisce dal porno web.

 

 

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'La violenza sulle donne è una strage che non si ferma'

beatrice moretti“La violenza contro le donne è un problema di tutti” Cassino Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale Campus Universitario Loc. Folcara intervento di Beatrice Moretti, Segretario Generale SPI CGIL Frosinone Latina. **
La violenza di genere non è solo un problema inerente alla sicurezza ed incolumità fisica e psicologica delle donne e dei minori che vi assistono. E’ una gravissima forma di discriminazione legata ad una cultura sessista che svilisce la donna, ne oggettivizza il corpo e ne limita l’individualità, la visibilità e l’autorevolezza. E’ un problema culturale - e in quanto tale appartiene a tutti.

E’ di questi giorni la presentazione del disegno di legge “Codice Rosso” per i reati di violenza contro le donne, varato dal governo su proposta del ministro Giulia Bongiorno, che cerca di dare uno scossone all'attenzione delle forze dell'ordine e della magistratura finora piuttosto modesta, imponendo una priorità a questo tipo di denunce: comunicazione obbligatoria alla magistratura; audizione della denunciante entro tre giorni.
Dobbiamo infatti ricordare che molte storie di donne ammazzate nel 2018 seguono sempre lo stesso copione. E viene da chiedersi se il nocciolo duro della resistenza ad agire, a comprendere il rischio, a contenerlo prima che si realizzi, non venga proprio dalla categoria dei magistrati.

L'ultima relazione della Commissione d'inchiesta sul femminicidio del Senato ci ha rivelato che un quarto delle denunce per violenza, maltrattamenti domestici o stalkingbeatrice moretti Cassino30nov18 350 min presentate “contro soggetti noti” viene archiviato, con notevoli picchi nelle città metropolitane: 45 per cento a Milano e 35 per cento a Roma. Anche quando si arriva al processo, sembra che esistano norme diverse a seconda delle aree geografiche: a Caltanissetta quasi la metà degli imputati (43%) viene assolta, a Trento solo il 12,6 per cento, ed è ovvio interrogarsi su questa disparità. Le denuncianti di alcune zone sono “più bugiarde”? Oppure quelle Procure, quei Tribunali, indagano in modo più superficiale, sono più inclini a giustificare gli imputati

La sensazione che esista uno specifico problema culturale nel nostro sistema giudiziario è molto forte.
La violenza sulle donne è una strage che non si ferma e una ricerca Eures sottolinea un aumento progressivo dell’età media delle vittime, che raggiunge il suo valore più elevato proprio quest’anno: 52,6 anni per il totale delle donne uccise e 54 anni per le vittime di femminicidio familiare (in molti casi donne malate, uccise dal coniuge anch’esso anziano, che poi a sua volta si è tolto la vita).

Noi OO.SS. (organizzazioni sindacali) possiamo comunque fare molto, quindi sicuramente fare rete, ma ad esempio anche mettere in campo progetti condivisi con le associani datoriali per superare il cosiddetto gender pay gap, il contrasto alla violenza di genere e promuovere la sicurezza di genere nei luoghi di lavoro. Questo vuol dire che fondamentale è il ruolo di Rsu/Rls per promuovere la prevenzione ed il contrasto delle violenze di genere nei luoghi di lavoro, partendo dai compiti loro assegnati, formando però adeguatamente queste figure: ben l’80% delle donne che subiscono molestie e ricatti nei luoghi di lavoro non ne parla con nessuno. Questo è un dato che ci interroga perché vuol dire che abbiamo la necessità di essere maggiormente riconoscibili come interlocutori da questo punto di vista, in quanto pur essendo presenti nei luoghi di lavoro non riusciamo a far riconoscere i nostri rappresentanti sindacali nei diversi luoghi di lavoro come riferimento per le donne che hanno bisogno.

Come Sindacato vogliamo incidere, innanzitutto partendo dalla contrattazione, in cui peraltro sono stati inseriti strumenti importanti che sono già disponibili (congedi per le donne vittime di violenza) , ma vogliamo anche rafforzare il sistema, mettendo in campo nuove alleanze e progettualità, per essere conseguenziali rispetto alla convinzione che la violenza contro le donne è un problema di tutti.
Cassino, 30 novembre 2018

 

**Inviato in Redazione venerdì 30 novembre 2018. UNOeTRE.it pubblicherà anche l'intervento svolto da Alessandra Romano della Cisl di Frosinone appena ci verrà inviato.

 

 

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'La violenza sulle donne è una strage che non si ferma'

beatrice moretti“La violenza contro le donne è un problema di tutti” Cassino Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale Campus Universitario Loc. Folcara intervento di Beatrice Moretti, Segretario Generale SPI CGIL Frosinone Latina. **
La violenza di genere non è solo un problema inerente alla sicurezza ed incolumità fisica e psicologica delle donne e dei minori che vi assistono. E’ una gravissima forma di discriminazione legata ad una cultura sessista che svilisce la donna, ne oggettivizza il corpo e ne limita l’individualità, la visibilità e l’autorevolezza. E’ un problema culturale - e in quanto tale appartiene a tutti.

E’ di questi giorni la presentazione del disegno di legge “Codice Rosso” per i reati di violenza contro le donne, varato dal governo su proposta del ministro Giulia Bongiorno, che cerca di dare uno scossone all'attenzione delle forze dell'ordine e della magistratura finora piuttosto modesta, imponendo una priorità a questo tipo di denunce: comunicazione obbligatoria alla magistratura; audizione della denunciante entro tre giorni.
Dobbiamo infatti ricordare che molte storie di donne ammazzate nel 2018 seguono sempre lo stesso copione. E viene da chiedersi se il nocciolo duro della resistenza ad agire, a comprendere il rischio, a contenerlo prima che si realizzi, non venga proprio dalla categoria dei magistrati.

L'ultima relazione della Commissione d'inchiesta sul femminicidio del Senato ci ha rivelato che un quarto delle denunce per violenza, maltrattamenti domestici o stalking presentate “contro soggetti noti” viene archiviato, con notevoli picchi nelle città metropolitane: 45 per cento a Milano e 35 per cento a Roma. Anche quando si arriva al processo, sembra che esistano norme diverse a seconda delle aree geografiche: a Caltanissetta quasi la metà degli imputati (43%) viene assolta, a Trento solo il 12,6 per cento, ed è ovvio interrogarsi su questa disparità. Le denuncianti di alcune zone sono “più bugiarde”? Oppure quelle Procure, quei Tribunali, indagano in modo più superficiale, sono più inclini a giustificare gli imputati

La sensazione che esista uno specifico problema culturale nel nostro sistema giudiziario è molto forte.
La violenza sulle donne è una strage che non si ferma e una ricerca Eures sottolinea un aumento progressivo dell’età media delle vittime, che raggiunge il suo valore più elevato proprio quest’anno: 52,6 anni per il totale delle donne uccise e 54 anni per le vittime di femminicidio familiare (in molti casi donne malate, uccise dal coniuge anch’esso anziano, che poi a sua volta si è tolto la vita).

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Cassino, 30 novembre 2018

 

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Per essere davvero a fianco delle donne

trattamidadonna 350 260di Tiziano Ziroli - Ieri è stata la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ma io voglio scrivere oggi perché per me tutti i giorni è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
È da tempo che vedo che solo le donne combattono questo vero e proprio eccidio di donne, ma io penso che sia ora che anche noi uomini dobbiamo indignarci e ribellarci contro chi tratta la donna in quel modo.
La violenza secondo il mio punto di vista ha mille facce non solo quella fisica, ma anche quella verbale, psicologica…. cioè togliere la libertà in qualsiasi forma e modo.

Se si ama davvero non si può annientare una persona a nostro piacimento, la donna deve essere libera di poter esprimere tutta se stessa, e noi uomini non possiamo permetterci di toglierle tale libertà.

E' ora che si crei un movimento di “maschietti” che insieme alle femministe combatta questo dramma sociale, bisogna tornare nelle scuole ad insegnare cosa vuol dire amare, cosa vuol dire condividere la vita con un’altra persona.
La donna non è una cosa, un oggetto ma un essere umano libero e come tale deve essere rispettato.

Dobbiamo cambiare questa cultura maschilista e medioevale per cui una donna è sottomessa all’uomo.
La donna va rispettata, amata, vanno cancellati quei luoghi comuni del….questa è la mia donna….questa è mia moglie….la donna non è nostra…. è più giusto dire lei è la donna con cui condivido la mia vita….
Basta violenza... in qualsiasi forma!!!!!
E noi uomini indigniamoci e ribelliamoci contro questi presunti uomini.

 

 

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Le università sostengono la Casa internazionale delle donne

casa internazionale delle donne 350 260 minAppello segnalato da Fiorenza Taricone. Pubblicato su ilmanifesto.it del 20 nov '18.

di Laura Fortini - La Casa internazionale della donna non gode certo di privilegi, come invece sostiene la sindaca di Roma Virginia Raggi: lo hanno capito benissimo le donne e gli uomini che hanno aderito all’iniziativa dell’università a sostegno della Casa, nata d’impulso il 17 maggio 2018 mentre era in corso la seduta del consiglio comunale con il voto di una mozione contro le donne della Casa senza neanche ascoltare la loro voce.

La Casa delle donne svolge nella città pratica attiva di una positiva differenza rispetto a un clima di sopraffazione e sgombero forzato di tutto quello che cerca di costruire un tessuto di relazionalità diffuso. È un punto di riferimento e di convivenza pacifica, modello per la città in cui desideriamo vivere. Il lavoro della Casa nel corso di questi anni è di fatto incalcolabile e non si pone nel campo del privilegio, non certo nei termini con cui è stato tratteggiato proprio dalla sindaca Raggi, con superficialità e genericità.

Al comunicato che sintetizza il senso dell’iniziativa hanno aderito molte università romane, da Roma Tre a La Sapienza e Tor Vergata, moltissime università italiane e altrettante sedi internazionali, con il coinvolgimento di amministratrici e docenti, ricercatrici e bibliotecarie, studenti e insegnanti della scuola, direttrici di dipartimento e di centri di studi, prorettrici e tecniche di laboratorio, assegniste di ricerca, scrittrici e professore emerite; e uomini che hanno accettato di essere rappresentati dalla differenza femminile.

Una adesione per molti versi sorprendente e che dice anche di una porosità e di una capacità di impegno dell’università maggiore rispetto a quanto non ci si potesse aspettare in un momento storico in cui essa pare aver serrato i ranghi sul proprio essere comunità separata. Le parole che hanno accompagnato le adesioni a Roma e in Italia, dal Canada al Sud America fino alla Nuova Zelanda sono parole di forte apprezzamento e partecipazione ad una esperienza e a una storia alla quale anche da lontano si guarda come propria, capace di raccontarci in modo trasversale, qualunque sia il sesso, l’appartenenza, l’età, le esperienze professionali, le collocazioni lavorative.

Il mondo universitario sostiene la Casa consapevole della posta in gioco e di ciò che significa non solo per la città di Roma, ma per tutti quanti hanno a cuore la libertà e l’autodeterminazione delle donne. Come università continueremo a dare un contributo alla Casa in termini di progettazione di incontri e di opportunità di formazione e di conoscenza di ampio spettro e sappiamo bene quanto questo sia importante per la creazione di un orizzonte culturale e simbolico altro rispetto alla violenza e alla sopraffazione di qualsiasi genere e tipo.

Proprio per questo non è una questione che può essere affrontata in semplici termini economici come continuano a fare la sindaca Raggi e le assessore del Comune. Forse sono capaci solo di farne un’impresa di servizi, da assegnare indipendentemente dal lavoro svolto in quel luogo, indipendentemente dalla memoria storica di lungo periodo che lo sostanzia e che ne fa quel luogo unico per serenità e propositività che esso è per la città e come tale rinomato in così tante parti del mondo. Sarebbe una perdita che andrebbe a danno della città e di chi la abita non rinunciando a cambiarla. Essere donne non vuol dire solo pari diritti ma essere differenti: ne sono capaci le donne che governano questa città?

La Casa internazionale della donna non gode certo di privilegi, come invece sostiene la sindaca di Roma Virginia Raggi: lo hanno capito benissimo le donne e gli uomini che hanno aderito all’iniziativa dell’università a sostegno della Casa, nata d’impulso il 17 maggio 2018 mentre era in corso la seduta del consiglio comunale con il voto di una mozione contro le donne della Casa senza neanche ascoltare la loro voce.

La Casa delle donne svolge nella città pratica attiva di una positiva differenza rispetto a un clima di sopraffazione e sgombero forzato di tutto quello che cerca di costruire un tessuto di relazionalità diffuso. È un punto di riferimento e di convivenza pacifica, modello per la città in cui desideriamo vivere. Il lavoro della Casa nel corso di questi anni è di fatto incalcolabile e non si pone nel campo del privilegio, non certo nei termini con cui è stato tratteggiato proprio dalla sindaca Raggi, con superficialità e genericità.

Al comunicato che sintetizza il senso dell’iniziativa hanno aderito molte università romane, da Roma Tre a La Sapienza e Tor Vergata, moltissime università italiane e altrettante sedi internazionali, con il coinvolgimento di amministratrici e docenti, ricercatrici e bibliotecarie, studenti e insegnanti della scuola, direttrici di dipartimento e di centri di studi, prorettrici e tecniche di laboratorio, assegniste di ricerca, scrittrici e professore emerite; e uomini che hanno accettato di essere rappresentati dalla differenza femminile.

Una adesione per molti versi sorprendente e che dice anche di una porosità e di una capacità di impegno dell’università maggiore rispetto a quanto non ci si potesse aspettare in un momento storico in cui essa pare aver serrato i ranghi sul proprio essere comunità separata. Le parole che hanno accompagnato le adesioni a Roma e in Italia, dal Canada al Sud America fino alla Nuova Zelanda sono parole di forte apprezzamento e partecipazione ad una esperienza e a una storia alla quale anche da lontano si guarda come propria, capace di raccontarci in modo trasversale, qualunque sia il sesso, l’appartenenza, l’età, le esperienze professionali, le collocazioni lavorative.

Il mondo universitario sostiene la Casa consapevole della posta in gioco e di ciò che significa non solo per la città di Roma, ma per tutti quanti hanno a cuore la libertà e l’autodeterminazione delle donne. Come università continueremo a dare un contributo alla Casa in termini di progettazione di incontri e di opportunità di formazione e di conoscenza di ampio spettro e sappiamo bene quanto questo sia importante per la creazione di un orizzonte culturale e simbolico altro rispetto alla violenza e alla sopraffazione di qualsiasi genere e tipo.

Proprio per questo non è una questione che può essere affrontata in semplici termini economici come continuano a fare la sindaca Raggi e le assessore del Comune. Forse sono capaci solo di farne un’impresa di servizi, da assegnare indipendentemente dal lavoro svolto in quel luogo, indipendentemente dalla memoria storica di lungo periodo che lo sostanzia e che ne fa quel luogo unico per serenità e propositività che esso è per la città e come tale rinomato in così tante parti del mondo. Sarebbe una perdita che andrebbe a danno della città e di chi la abita non rinunciando a cambiarla. Essere donne non vuol dire solo pari diritti ma essere differenti: ne sono capaci le donne che governano questa città?

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Casa Internazionale delle Donne. Appello e firme di adesione
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La violenza contro le donne è un problema di tutti

Drammasilenzioso BrunellaFerrari minLa violenza contro le donne è un problema di tutti. Invito a partecipare alla Manifestazione presso l'Aula Magna de il Campus Folcara il 30 novembre ore 10,30 in occasione della "Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne".

Il 30 novembre presso l’Aula Magna dell’Università di Cassino e Lazio Meridionale, dalle ore 10, si terrà una manifestazione dal titolo La violenza contro le donne è un problema di tutti, in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, ( risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999).

Patrocinata dal Comitato Unico di Garanzia, dal Laboratorio Anti Discriminazione e dalla Consigliera provinciale di parità, Fiorenza Taricone, che è anche Presidente del Comitato e Responsabile del Laboratorio, la manifestazione è stata ampiamente condivisa dalle organizzazioni sindacali.

La manifestazione, dopo i Saluti istituzionali del Rettore, Giovanni Betta, della Direttrice del Dipartimento di Scienze Umane, Sociali e della Salute, Elisabetta De Vito e della prof.ssa Fiorenza Taricone, avrà il piacere di ospitare il Coro Vesuviano, composto di sole donne, insegnanti e musiciste di valore, che hanno arrangiato testi antichi e moderni, dedicandoli a quelle che in ogni tempo che hanno conosciuto la violenza, privata e pubblica.

Come è scritto nel CD che raccoglie i loro testi, in napoletano, accompagnati sullo schermo dalla traduzione in italiano e in inglese, questo progetto è in memoria di tutte le donne fatte sparire talvolta ancora prima che nascessero. I brani sono quindi dedicati a Eva, Antigone di Tebe, Gertrude da Monza, Eleonora Pimentel Fonseca, Margherita Hack, ma anche a tutte le Brave Donne che studiando e giocando, cantando, imprecando e cucinando alzano la testa, lasciando traccia di sé, imprimendo passi di pace su questa terra.

A seguire, la proiezione del video “Stupri di guerra” in cui Angelino Loffredi e Lucia Fabi parlano, intervistati da UNOeTRE.it giornale online, delle cosiddette marocchinate, alla luce di esperienze personali e conoscenze storiche condensate nel libro a loro firma “Il dolore della memoria”.

Invitiamo inoltre tutte le scuole, le persone interessate, gli studenti, chiunque ritenga di poterlo fare, di lasciare all’entrata un paio di scarpe rosse, che da anni simboleggiano ormai le donne scomparse violentemente e per noi sempre presenti.

 

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Cassino: Le Donne, il Coraggio, la Guerra

Convegno Cassino 270tt18 350 minIntervento di Lucia Fabi nel Convegno CASSINO: Le Donne, il Coraggio, la Guerra Organizzato dall’Associazione Battaglia di Cassino il 27 Ottobre 2018  (cliccare sulla immagine a sinistra per ingrandirla)

La vicenda che oggi porterò alla vostra attenzione si è realizzata in un momento particolare e difficile della nostra storia nazionale.
72 anni fa, da febbraio a maggio del 1946 , 3444 bambini partirono dalla Provincia di Frosinone, per essere ospitati, per 4 mesi, presso famiglie di 51 Comuni del Nord Italia. Bambini bisognevoli di cure , stremati dalla fame e dalle malattie, minacciati da mine e bombe inesplose, costretti a vivere in locali angusti e antigenici . Al termine dei mesi previsti 300 di questi bambini prolungarono di altri mesi la loro presenza, mentre 50 vennero adottati. Gran parte dei bambini che vissero questa esperienza rimasero legati per molti anni ancora alle famiglie che li avevano ospitati. L’allora bambino Peppino Gentile, da adulto amministratore di Cassino, ospitato da una famiglia di Vaiano, in Toscana ricorda ad es.che il rapporto che lo legò alla famiglia che lo aveva ospitato durò fino al compimento dei 105 anni dell’altra “mamma”.
Questa la cronaca concisa, fredda e essenziale della vicenda. Ma credo sia importante soffermarsi sull’idea e sullo sviluppo di questa grande espressione di solidarietà.

Tutto ebbe inizio durante il V Congresso del PCI, a cavallo fra 1945 e il 1946, allorquando i delegati Frusinati Raul Silvestri e il ferroviere Giovanni Gallozzi posero all’attenzione dei congressisti la drammatica condizione della Città Martire. Il Congresso decise di inviare Teresa Noce massima dirigente dell’Unione Donne Italiane che arrivò a Cassino il 6 gennaio del 1946, consegnando al sindaco della città Gaetano De Biasio 100 mila lire, 150 pacchi e una buona scorta di chinino. Ritornò prima che il congresso si concludesse e raccontò del dolore e della disperazione che aveva visto impresso sui visi delle persone, esprimendosi in questi termini : “Bisognava vedere le madri ringraziarci con le lacrime agli occhi per l’offerta di condurre i loro bambini fuori dall’inferno in cui vivono. Porteremo via da Cassino 800 bambini e con le nostre cure riusciremo a guarirli. Bisogna fare di più perché ci sono altri bambini nella zona che hanno bisogno di viveri, di vestiario, di medicinali, di chinino per vincere la malaria”. L’intervento scosse l’uditorio e la questione di Cassino fu inclusa fra le tante e importanti iniziative da prendere.

Immediatamente dopo il Congresso, scattò una fitta rete di volontariato che si prodigò per trovare una risoluzione al grave problema che affliggeva l’infanzia del cassinate. Ai bambini che rischiavano di morire per mancanza di cure e nutrimento, veniva offerta una concreta possibilità di sopravvivenza.
Con coraggio e determinazione si affrontarono e superarono un’infinità di ostacoli e si lavorò alacremente per ottenere alla fine, risultati più che soddisfacenti. L’organizzazione, pur variegata a seconda delle realtà, si dimostrò complessa e minuziosa. Bisognava trovare i genitori disposti a mandare i propri figli in luoghi sconosciuti e famiglie disposte ad accogliere. Mentre l’accoglienza fu ampia e diffusa in ogni realtà, nella nostra provincia purtroppo, emerse una campagna terroristica e diffamatoria. Vennero usati argomenti ignobili come ad es. bambini portati in Russia e usati per farne il sapone o bambini che sarebbero diventati atei e contro i valori della famiglia.

Tale campagna fu presente e forse ottenne qualche risultato in particolar modo a ridosso della partenza dei primi due scaglioni, quando i genitori erano veramente angosciati sul destino dei loro figli, poi però le calunnie persero credibilità perché arrivarono le prime lettere con notizie tranquillizzanti. Successivamente anche le visite effettuate dalle mamme ciociare per verificare direttamente le condizione dei bambini riuscirono a rassenerare i genitori.
I bambini, a gruppi più o meno numerosi, provenienti dai diversi comuni della Provincia, partirono con treni speciali appositamente predisposti assistiti da donne dei comitati locali e da personale della Croce Rossa. L’arrivo nelle varie stazioni era sempre caloroso e festoso. I bambini prima venivano portati in locali caldi e accoglienti, rifocillati e poi affidati alle famiglie ospitanti di estrazione prevalentemente contadina, operaia o artigiana; raramente si trattò di famiglie ricche.

L’accoglienza in seno alle famiglie non rappresentò un trauma per il bambino, anche perché di fronte ad un piatto caldo e abbondante, ad una casa confortevole, a vestiti e scarpe comode, non potevano nascere nostalgie di alcun genere. Al loro arrivo i bambini venivano visitati da un dottore, immediatamente curati se ammalati, e portati a scuola. Forse l’unico grosso problema che si presentò fu proprio l’inserimento nella scuola, a causa della lingua, ovvero del dialetto che rappresentò, almeno all’inizio un grosso ostacolo. Ma la volontà di inserimento unita alla spontaneità , alla mancanza d’inibizioni tipica dell’età e alla voglia di sentirsi gai e sereni, fu determinante per instaurare buoni rapporti con i coetanei. I rapporti con la famiglia d’origine furono epistolari e continui.

La scelta originale di accogliere i bambini presso famiglie rappresentò un criterio umanitario nuovo che superava il concetto di pietismo e di carità, e rifiutava , a priori, la strada più facile: quella dell’internamento negli orfanatrofi o negli istituti religiosi. L’inserimento presso famiglie oltre a rappresentare una continuità educativo-affettiva andava a rompere il perverso rapporto fra“ benefattore” e assistito, fra chi possiede e chi non ha niente. Si può perciò capire (ma non giustificare) l’ostilità, la campagna denigratoria portata avanti dal clero di Cassino che rimarrà costante nella memoria dei testimoni. Ma il comportamento delle organizzazioni religiose si differenziò da località a località, in particolar modo furono disponibili e impegnati i Vescovi di Parma, Piacenza, Ventimiglia, Imperia. I bambini intanto continuarono a praticare la religione cattolica e molti di essi fecero la prima comunione. La mattina della domenica donne e bambini andavano a messa e il pomeriggio si divertivano nelle Case del Popolo a ballare e cantare sotto i giganteschi quadri raffiguranti Stalin.

A conclusione mi preme soffermarmi sul ruolo che in tutta la vicenda rivestirono le donne. Esse furono determinanti dall’inizio, allo svolgimento e alla conclusione di questa esemplare iniziativa.
Il loro impegno, la loro dedizione alla causa , lo sforzo per contribuire alla nascita di un mondo migliore fatto di amore e solidarietà, permisero a tanti bambini di uscire dall’incubo della guerra e da tutto ciò che rappresentò per loro.
In tutta la vicenda come non ricordare alcune donne: da Teresa Noce, che ebbe il merito di ideare l’iniziativa, alle donne dell’Udi di Sora, in grado di ostacolare l’offensiva scatenata con i minacciosi manifesti affissi nella loro città alla vigilia della partenza, evocanti cosacchi russi pronti a uccidere i bambini del Cassinate, fino all’attivismo costante delle donne di Lugo e di Colle di Val d’Elsa, alla presenza preziosa nella zona del cassinate di Maddalena Rossi, Pina Savalli, e Linda Puccini ; a Maria Moscarelli semplice ragazza che venendo da Sgurgola ogni giorno consumava km. e km nella campagna di Cassino per convincere le famiglie a dare la possibilità di salvare i propri figli e alle moltissime altre che per motivi di tempo non riprendo.

Come si fa a non pensare che nell’interno delle famiglie ospitanti furono proprio le donne a caricarsi di lavoro e di rinunce? Furono loro che determinarono la scelta certamente non facile di aggiungere un posto a tavola e di allargare affetti senza creare gelosie nell’interno delle famiglia, gestendo le nuove situazioni con saggezza e umanità, accollandosi un nuovo impegno che fortunatamente seppero in ogni situazione risolvere con coraggio e amore.?
Come si fa a non pensare al coraggio di quelle madri che decisero di lasciare andare i loro figli verso l’ignoto?
Come non credere ai sacrifici , alle sofferenze di quelle donne semplici, che credendo nell’iniziativa si impegnarono a convincere famiglie , a organizzare i gruppi , a procurare vestiario?

Anche in questa vicenda, come in moltissime altre, le donne si sono dimostrate indispensabili nel dare un contributo prezioso nella ricerca di una società migliore.

ù

 

Il Programma del Convegno

09.00 ETICA DEL VOLONTARIATO Prof.ssa S. Petrillo
09.20 IL SENSO ANTROPOLOGICO DEL VOLONTARIATO. RADICI STORICHE Prof.ssa B. Marzucchini
09.40 IL CONTESTO STORICO:
LE TRUPPE COLONIALI FRANCESI E LA LINEA GUSTAV Dr. G. De Angelis – Curtis
10.20 UNA TESTIMONIANZA DIRETTA: I FIGLI DELLA SORELLA FLORENZA MELANO
11.15 Coffe break
11.30 L’OSPITALITÀ CHE ACCOLSE I BAMBINI DI CASSINO Prof.ssa L. Fabi
12.00 TANTE STORIE PER UN UNICO DESTINO S.lla E. Pro
12.20 MALATTIE SESSUALMENTE TRASMESSE NEL DOPOGUERRA S.lla A. Plastino
12.50 STORIE DI GUERRA, IL ’44 NEL CASSINATE. IL DRAMMA DEI CIVILI Avv. R. Molle
Moderatori
Prof.ssa Bruna Marzucchini
Dott. Massimiliano Mancini

 

 

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