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Sora. 99milioni per rimediare ad un grave errore

  • Pubblicato in Partiti

ospedalesora 350 260 minOspedale di Sora, 99milioni di euro stanziati per rimediare ad un grave errore. Il nosocomio non doveva essere costruito in quell’area che è pericolosissima.

Negli anni ’70 si opposero al progetto SOLTANTO i Comunisti. Avevamo ragione!

Sora, 05.01.2019 – In questi giorni in tanti esultano per i 99 milioni di euro stanziati per l’ospedale SS. Trinità di Sora. Addirittura politici di entrambi gli schieramenti fanno a gara per prendersi i meriti relativi allo stanziamento. Peccato che nessuno ricordi la storia, quella vera. Ve la ricordiamo noi.

L’Ospedale volsco è ubicato in una zona sismica, classificata ad alto rischio! SOLTANTO i Comunisti già dagli anni ’70 si opposero alla sciagurata progettazione in quanto sbagliata e pericolosa. Ma i democristiani preferirono speculare!

Oggi, qualche generazione più avanti fatta anche di figli e figliocci di democristiani della prima ora che proprio benedirono la follia dell’ospedale costruito a San Marciano, ci viene a dire che tutto va bene e che dobbiamoPRC - Ospedale di Sora festeggiare perché piovono milioni per il nostro nosocomio. A loro e poi a tutta la cittadinanza va detta la verità: costruire un ospedale in zona altamente sismica è stato un grave errore, che paghiamo ancora a caro prezzo.

Pensate soltanto a quanto sia difficoltoso accedere alla collina di San Marciano; pensate alla struttura simil labirinto che è stata realizzata. Un ospedale che si possa definire Ospedale, è un’altra cosa. Questo noi lo chiamiamo, da sempre, spreco. Questo noi lo chiamiamo, da sempre, sperpero di danaro pubblico. Noi conosciamo la storia e la ricordiamo. I Comunisti avevano ragione, peccato solo che di ragione a volte si può morire, così proprio come sta succedendo alla nostra amata Sora.

Il segretario Prc -Provincia di Frosinone

Paolo Ceccano

Il segretario Prc – Circolo di Sora

Giuseppe Di Pede

 

Inviato da Irene Mizzoni

Clicca sulla locandina a destra per ingrandirla

 

 

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Grave errore il quesito unico: Voterò NO

Sandro MosconeUN "NO" AL GIORNO TOGLIE LA DEFORMA DI TORNO

Voterò "NO"
SANDRO MOSCONE - INGEGNERE, PROFESSORE DI DISCIPLINE MECCANICHE E TECNOLOGICHE PRESSO L’ISTITUTO IIS NOBILI DI REGGIO EMILIA

Una cara amica mi ha invitato a dare le mie ragioni del mio "NO" per il vostro giornale. Con piacere cerco di dare il mio contributo sperando di cogliere lo spirito dell'iniziativa.

Voterò NO.
Ci sono alcune parti della riforma costituzionale che condivido. Ce ne sono tante altre, come la modifica del senato o della procedura per l’elezione del Presidente della Repubblica che disapprovo. Ho sempre dato molta importanza al voto referendario ma credo sia stato un pericoloso e grave errore unire in un unico quesito la modifica o la cancellazione di tanti, troppi, articoli della nostra costituzione. Anche per questo motivo voterò No.
Sandro Moscone
Ingegnere, professore di discipline meccaniche e tecnologiche presso l’Istituto IIS Nobili di Reggio Emilia

 
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Un grave clima di dege­ne­ra­zione dello spi­rito costi­tu­zio­nale

elezioni generali 350 260di Michele Prospero da Il Manifesto - Dopo l'incostituzionalità del Porcellum, di fronte a una nuova legge elettorale con gli antichi vizi, tocca al Quirinale ripristinare le condizioni di un confronto democratico
Può un paese, che ha appena rice­vuto la con­danna della corte di Stra­sburgo , per­met­tersi di gio­care sulle deli­cate mate­rie elet­to­rali e costi­tu­zio­nali affi­dan­dosi alla giu­liva esu­be­ranza di Boschi e di Renzi, che scom­met­tono sull'adozione in ogni angolo del con­ti­nente delle loro splen­dide riforme illiberali?
Per ora l'Europa, nel campo del diritto pub­blico, ha rice­vuto dalla poli­tica ita­liana solo la rie­su­ma­zione della tor­tura di Stato, la fio­ri­tura delle leggi ad per­so­nam , la com­parsa della giu­sti­zia penale con ben scol­pito un volto di classe. Un'ennesima legge elet­to­rale di segno illi­be­rale e com­pleto sarebbe il qua­dro della deriva dell'ordinamento.
Al posto di tante chiac­chiere di mini­stri e rela­tori incom­pe­tenti chia­mati a redi­gere le nuove norme per il voto, il par­la­mento dovrebbe con­fe­zio­nare una legge elet­to­rale non sulla base dei sogni di suc­cesso del lea­der attuale, ma avendo un qual­che dise­gno di sistema. I cal­coli di inta­scare una vit­to­ria certa, mano­vrando a pia­ci­mento le tec­ni­che elet­to­rali, peral­tro non por­tano bene.
Ne fece le spese già un De Gasperi minore, che pagò la for­za­tura illi­be­rale della legge truffa (pre­mio del 65 per cento dei seggi al "poli­par­tito" coa­liz­zato) con una scon­fitta, che acce­lerò il tra­monto di un leader.
In nome della demo­cra­zia pro­tetta e dello Stato forte, aveva sospinto il paese nelle incer­tezze di un con­flitto radi­cale (clima di stato d'assedio a Roma, inci­denti alla camera, Ingrao fu man­ga­nel­lato dalla celere , i depu­tati d'opposizione abban­do­na­rono l'aula can­tando l'inno della repub­blica). E anche la strana cop­pia Occhetto-Segni, che aveva otte­nuto il per­messo di scri­vere la nuova legge elet­to­rale sotto det­ta­tura refe­ren­da­ria, uscì di scena con le prime con­sul­ta­zioni mag­gio­ri­ta­rie. All'ingegneria elet­to­rale di Cal­de­roli non andò meglio.
Una demo­cra­zia malata che scrive tre leggi elet­to­rali in vent'anni, e che da dieci lustri con­vive con una for­mula giu­di­cata dalla Con­sulta inco­sti­tu­zio­nale, dovrebbe muo­versi con ben altra respon­sa­bi­lità e cul­tura delle regole.
Il tempo per un con­senso allar­gato del par­la­mento dovrebbe essere un impe­ra­tivo irri­nun­cia­bile. E invece il mestiere delle riforme è appal­tato a poli­tici dell'improvvisazione che pre­ten­dono, con il 25 per cento dei voti, di imporre ad ogni costo, al restante 70 per cento, la regola del gioco fon­da­men­tale, quella elet­to­rale esco­gi­tata per vincere.
Qual­che solerte giu­ri­sta all'odor di regime inco­rag­gia il pre­mier ad affron­tare lo scon­tro in campo aperto, non esi­tando a ricor­rere al voto di fidu­cia, che sarebbe un pas­sag­gio legit­ti­mato dal pre­ce­dente della legge truffa, quando peral­tro il par­la­mento aveva altri rego­la­menti. E' vero che De Gasperi in aula pose la que­stione di fidu­cia ma, con il suo gesto (si appellò a «impel­lenti ragioni di calen­da­rio» e a «cir­co­stanze straor­di­na­rie»), pro­vocò una crisi isti­tu­zio­nale lace­rante, che nes­suno sta­ti­sta lun­gi­mi­rante può per­met­tersi di sca­te­nare. Lo stesso pre­si­dente del con­si­glio rico­nobbe che «la fidu­cia su un dise­gno di legge non appar­tiene alla pro­ce­dura usuale». Il pre­si­dente del senato Para­tore lo inter­ruppe scan­dendo: «e non costi­tui­sce precedente!».
Col­pito dalle accuse del governo, in merito ai suoi sforzi di media­zione, e anche ai suoi cenni di aper­tura all'ipotesi di un refe­ren­dum ven­ti­lata da Togliatti (si avviò la rac­colta di 500 mila firme per la richie­sta del refe­ren­dum, da abbi­nare alle ele­zioni poli­ti­che con la scelta affi­data agli elet­tori tra l'attribuzione dei seggi secondo la nuova o la vec­chia legge), Para­tore ras­se­gnò le dimissioni.
Secondo il governo d'allora, il senato avrebbe dovuto limi­tarsi a pren­dere atto della legge che riguar­dava solo le moda­lità di ele­zione della camera dei depu­tati. Ma, come ram­mentò Umberto Ter­ra­cini, i pre­ce­denti sto­rici smen­ti­vano la fretta del governo. Nel 1881–82 il senato non solo discusse i ritoc­chi alla legge elet­to­rale ma votò emen­da­menti di cui fu tenuto conto. Le oppo­si­zioni si sca­glia­rono con­tro la pre­tesa dell'esecutivo cen­tri­sta di sta­bi­lire una data per l'approvazione del testo.
Il senso illi­be­rale della legge truffa, dise­gnata per argi­nare quelli che Scelba chia­mava «i mas­sicci par­titi tota­li­tari», lo colse in pieno il giu­ri­sta Vit­to­rio Ema­nuele Orlando che stig­ma­tizzò un'arbitraria pro­pen­sione del potere in carica, quella di inven­tare le nuove regole a ridosso delle con­sul­ta­zioni elet­to­rali (il pro­getto di legge fu pre­sen­tato solo il 21 otto­bre del 1952, con ele­zioni pre­vi­ste nella pri­ma­vera del 1953), che pur­troppo farà scuola. In una let­tera Orlando ammonì: «Con­si­dero come diso­ne­sta ogni legge elet­to­rale che sia pre­ce­dente imme­dia­ta­mente le ele­zioni». E aggiunse: «Ora sic­come il governo attuale vuole que­sto atto diso­ne­sto, pre­cede la mia ribel­lione su que­sto punto».
I riscon­tri sto­rici mostrano che non può esserci il sospetto, in un sistema demo­cra­tico appena decente, di scri­vere le regole "diso­ne­ste" della con­tesa sull'abito delle con­ve­nienze del deten­tore con­giun­tu­rale del potere.
Le riforme, soprat­tutto se varate da un par­la­mento ille­git­timo quanto alla sua com­po­si­zione alte­rata dal pre­mio di mag­gio­ranza, non si defi­ni­scono seguendo le sirene del trionfo annun­ciato ma ipo­tiz­zando anche argini alla bana­lità del male. In un sistema tri­po­lare, con par­titi liquidi e forze a voca­zione anti­si­stema, è segno di pura inco­scienza con­tem­plare la pos­si­bi­lità che dal bal­lot­tag­gio esca con i gal­loni del comando una for­ma­zione con il 20 per cento o anche meno dei consensi.
Nell'attuale sistema tutto si è sciolto e non esi­stono le con­di­zioni reali per una com­pe­ti­zione bipo­lare. Per que­sto la tro­vata del bal­lot­tag­gio di lista perde ragio­ne­vo­lezza, effi­ca­cia. Lo sci­vo­la­mento ple­bi­sci­ta­rio del Pd, che invoca i pre­sunti man­dati impe­ra­tivi sca­tu­riti dai gazebo, rivela un dete­rio­ra­mento del qua­dro istituzionale.
Costi­tui­sce «un pen­siero aber­rante», ha scritto Gian­franco Pasquino, l'idea di invo­care la disci­plina par­la­men­tare sulle riforme, come hanno fatto Renzi, Boschi, per­sino i gio­vani tur­chi. «La disci­plina di par­tito –spiega Pasquino– può essere richie­sta ai par­la­men­tari esclu­si­va­mente sulle mate­rie inse­rite nel pro­gramma che il loro par­tito ha sot­to­po­sto agli elettori».
Se non una deriva auto­ri­ta­ria, un grave clima di dege­ne­ra­zione dello spi­rito costi­tu­zio­nale è già ope­rante. Non c'è spe­cia­li­sta di sistemi elet­to­rali che non abbia mostrato i limiti strut­tu­rali dell'Italicum. Anche tra i giu­ri­sti non ostili verso il rifor­mi­smo di Renzi si rico­no­sce che l'Italicum «è molto simile al Por­cel­lum» e non supera «le obie­zioni sostan­ziali» mosse dalla Con­sulta, che anzi nel qua­dro tri­par­ti­tico «risul­tano forse aggra­vate» (A. Mar­rone, "Il Mulino", 2014 n. 4, p. 555).
Senza par­titi fun­zio­nanti, in grado cioè di cen­su­rare il lea­der, di sfi­darlo alla pari e di non essere dei pas­sivi nomi­nati agli ordini di chi ha lo scet­tro, l'Italicum oscilla tra cadute assem­bleari e vel­leità cesa­ri­sti­che. All'elezione diretta del capo di governo, il con­ge­gno aggiunge anche il con­trollo del 55 per cento della camera deli­neando così un pre­mie­rato illi­mi­tato. Una post­mo­derna repub­blica delle banane con la lea­der­ship creata dai salotti della tv.
In que­sto qua­dro, è indi­spen­sa­bile la vigi­lanza cri­tica del Colle, che dovrebbe essere aller­tato dal costoso pre­ce­dente della man­cata cen­sura pre­ven­tiva che nel 2006 con­se­gnò il Por­cel­lum viziato dai gua­sti illi­be­rali denun­ciati dalla Consulta.
Non si tratta della con­sueta arte di tirare per la giacca il pre­si­dente coin­vol­gen­dolo nel gioco politico.
E' invece l'attesa della rigo­rosa coper­tura del ruolo trac­ciato dalla Carta e che implica l'esercizio del rin­vio per regole che ema­nano il solo dub­bio di inco­sti­tu­zio­na­lità. Dinanzi alla volontà di potenza di un par­tito (diviso) del 25 per cento, che ripro­pone una legge con anti­chi vizi (nes­suna soglia è pre­vi­sta per l'accesso al bal­lot­tag­gio), tocca al Qui­ri­nale ripri­sti­nare le con­di­zioni mini­mali di un con­fronto demo­cra­tico così gra­ve­mente alterato.

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PD: malato grave non solo per il voto del 12 ottobre

partito-democratico bandiera350-250di Ignazio Mazzoli - Incredibile PD. Il segretario del PD Lazio, On. Fabio Melilli  bacchetta i dirigenti locali per la divisione, ma, accetta il risultato, e invita a ritrovare le ragioni dell'unità del partito. Ricordiamo male o non è stato il comitato regionale del Pd e con il suo segretario a riconoscere che l'unica candidatura del PD e l'unica lista che si potesse fregiare del simbolo di questo partito erano quelle decise nella direzione provinciale del partito democratico di Frosinone?
Non solo. I commenti a caldo che vanno da "con il PD e con il centrosinistra sempre mai con il centrodestra" di Sara Battisti, Presidente dell'Assemblea provinciale del partito, alla classificazione che il risultato è una vittoria del centrodestra di cui il senatore Scalia sarebbe il capo indiscusso, come sostiene Francesco De Angelis responsabile degli enti locali. Queste affermazioni che stanno a significare? così direbbe il commissario Montalbano.
"Il risultato del voto per eleggere il Presidente dell'Amministrazione provinciale richiede una riflessione politica più ponderata, depurata dai fumi dello scontro elettorale" – "si legge su Facebook da parte di Ermisio Mazzocchi. – "Un dato è certo, - continua - la maggioranza del Consiglio provinciale è di centrodestra". Sarà, ma il quesito che i dirigenti di questo maldestro partito si dovrebbero porre oggi, è un altro. Chi dirigerà il PD ciociaro? E con quale linea? (ma forse per qualcuno questo è problema secondario)
Ragioniamo se possibile: In tutta Italia i presidenti delle province sono stati eletti con grandi "ammucchiate" legittimate dalle larghe intese nella versione Renziana che comprende forze impegnate nella maggioranza per esplicita alleanza e forze che sostengono dall'esterno pur senza patti pubblicamente sottoscritti ma con implicite dichiarazioni d'amore incondizionato per non meglio precisate ragioni. Lasciamo stare.
Quindi nessuno scandalo e nessuna meraviglia per gli appelli al "voleteve bene".
Quello che invece ci meraviglia è l'assenza di una visione coerente e dichiarata della propria collocazione e delle finalità che si vogliono raggiungere oltre a quella di stare al potere comunque. Per fare cosa è fatto secondario?
C'è un aspetto in questa vicenda che ci aiuta a richiamare alla memoria degli antefatti che forse a qualcuno possono essere sfuggiti. Uno in particolare ci appare evidente anche se occorre precisare le analogie per non ingenerare confusione, giudizi sommari e quindi superficiali. Per queste elezioni di secondo grado il senatore Francesco Scalia ha scelto una linea che aveva avuto l'opportunità di sperimentare in occasione delle ultime elezioni amministrative a Veroli. Tutti insieme contro una minoranza del suo partito. Le analogie finiscono qui.
Perché? A Veroli il sindaco Giuseppe D'Onorio nei dieci anni impegnati nelle realizzazioni utili al comune ha tenuto d'occhio anche i pilastri su cui costruire la continuità del suo lavoro e quindi la sua successione. Dubbioso per la latitanza del PD, in primo luogo ha operato perché il supporto al lavoro di amministrazione fosse espressione dei cittadini organizzati in liste civiche tanto da non rompere con il PD, ma senza restarne travolto dalle sue lotte intestine senza utili finalità sociali. In quell'occasione il senatore Scalia per rafforzare il suo sostegno pronunciò una frase rumorosa: anche se il mio partito avesse scelto di assegnare il simbolo a qualche lista io avrei comunque sostenuto questa coalizione capeggiata da Simone Cretaro (il PD non consentì in quella occasione che si utilizzasse il simbolo di partito ndr). Lì chiaramente si trattava di tutte liste civiche. Oggi si tratta d'altro, di schieramenti e partiti nazionalmente identificati e presenti in Parlamento.
In questa circostanza delle elezioni provinciale di secondo grado, il senatore Francesco Scalia ha reso esplicita e concreta questa sua determinazione facendoci capire che quell'affermazione del maggio scorso era molto, da lui, pensata.
Che cosa si coglie nel suo pensiero? Dagli avvenimenti si ricava un disegno che non si può collocare nell'occasionalità elettorale. In questo senso è leader di un progetto, quello di definire un PD che raccoglie prevalentemente se non esclusivamente un'area di centro moderato-conservatore in cui possano collocarsi anche quegli uomini e donne del centrodestra che si sono impegnati in Forza Italia e oltre.
Perché questo disegno può arrivare al successo? Per le ragioni più volte ripetute. Per esser forza di rinnovamento e di sinistra bisogna avere un progetto di società, esser coerenti fra affermazioni, comportamenti e risultati. In questo PD ciociaro non appaiono operanti forze di questo tipo.
Chi è pronto a credere a un impegno di differenziazione dal centrodestra? Oggi qualcuno ha "un ricordo di Mario Abruzzese", di quando ha contribuito a distruggere la sanità provinciale, di quando ha contribuito alla presentazione della legge Tarzia per la chiusura dei consultori familiari, di quando ha finanziato la legge 46, quella per la Fiat per intenderci, con gli spiccioli, di quando è stato travolto con i suoi compari nello scandalo politico che ha coinvolto la Regione Lazio, a danno dei cittadini. Ma dov'era tutta questa memoria? Se sapevate tutte queste cose perché non le avete dette durante la campagna elettorale per le regionali del 2013 e in quella per le Europee? Forse per non diturbare il guidatore troppo impegnato a cercare preferenze con Sergio Cippitelli e in seguito con tutti gli uomini utili di centrodestra (senza badare al capello). Non basta essere stati iscritti al Pci per qualificarsi eredi di quel partito. Senza coerenza, rigore morale e soprattutto senza stare tutti i santi giorni dalla parte di chi lavora ed è più debole non ci sono eredi di quel partito. Si può essere solo dilapidatori del patrimonio grande lasciato. Com'è avvenuto.
Le elezioni provinciali di secondo grado sono una piccola cosa. Ma il problema aperto è gigantesco. Basterà un congresso a dare un volto dignitoso al PD? Ognuno si faccia un esame di coscienza e valuti se in questo PD si può restare.

14 ottobre 2014

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L'ARS sulla riforma del Senato: un atto grave e gravemente contraddittorio

aulaSenato 350Documento approvato dall'Assemblea nazionale dell'Ars.
L'assemblea nazionale dell'Ars, riunita a Roma il 19 giugno, esprime piena solidarietà e incoraggiamento ai senatori del Pd che si stanno battendo per affermare il pieno rispetto dell'articolo 67 della Costituzione che non prevede vincolo di mandato per i parlamentari eletti, tanto più su questioni di grande peso che implicano la libertà e questioni di principio, come sono certamente le scelte istituzionali.
Non a caso questi senatori si erano autosospesi dal gruppo del Pd del Senato di fronte all'atto di sopraffazione che li aveva visti rimossi dalla presenza nella commissione affari costituzionali, come se il diritto previsto dall'articolo 67 della Costituzione fosse relegato al solo comportamento in aula.
Per un partito che ha scritto democratico nel suo nome questo resta un atto grave e gravemente contraddittorio, che va denunciato. Il consenso elettorale non giustifica in alcun modo un'azione come questa di riduzione della libertà dei parlamentari di fare valere fino in fondo i diritti previsti dalla Costituzione. Diritti che furono garantiti perfino durante la discussione parlamentare in occasione dei bombardamenti in Serbia.
La Costituzione non può essere appannaggio dei governi. Di nessun governo.
Le modifiche costituzionali debbono garantire la divisione e l'equilibrio tra i poteri. La riduzione del numero dei parlamentari può essere ottenuta diversamente e in modo più ampio come dimostrano proposte di legge i campo, mentre un Senato ridotto di numero ma non votato dagli elettori non avrebbe la necessaria autonomia verso il governo. Inoltre il Senato, sebbene non eletto, concorrerebbe all'elezione del Presidente della Repubblica e della Corte Costituzionale creando così un ulteriore accentramento dei poteri nelle mani del Governo, già rafforzato dalla proposta di legge elettorale ipermaggioritaria che, paradossalmente, sta proprio al Senato ora modificare nella versione approvata dalla Camera dei Deputati.
Il Governo Renzi deve aprirsi ad un confronto libero ed aperto sulle modifiche costituzionali, tenendo conto delle opinioni espresse da diverse parti per evitare un accentramento di poteri nelle mani del governo.
L'Ars fa appello a tutte le energie politiche, intellettuali, sociali per una mobilitazione a sostegno di tutte le posizioni che puntano a mantenere, pur nel quadro delle necessarie riforme della Costituzione, autonomia ed
equilibrio tra i poteri dello Stato e in particolare la garanzia dell'autonomia e della centralità del parlamento, pur riservando alla sola Camera dei deputati il voto di fiducia verso il Governo.
19/6/2014

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L’intesa separata senza la Cgil è un fatto grave

Susanna Camussodi Alfiero Grandi - Capisco che ci sono le primarie in vista e l'attenzione è concentrata su questo, ma la reazione a questo atto è troppo flebile. Questa intesa separata il Governo Monti poteva evitarla. E' ridicolo far credere che questa intesa, per di più separata, possa essere importante ai fini della trattativa in corso sul bilancio dell'Unione Europea. La sproporzione è evidente. Inoltre il Governo deve racimolare altri 250 milioni di euro che sono impegnati per sostenere l'intesa, ma che per ora non sono previsti nel testo della legge di stabilità approvata alla Camera. Si vedrà al Senato. Quindi la fretta di fare concludere l'intesa separata è incomprensibile, se non per ragioni di politica interna. Il dopo Monti, ecc.
Purtroppo questa intesa è in continuità con le pessime abitudini degli accordi separati del Governo Berlusconi. Se il centro destra non fosse in coma avrebbe di che gioire.
Anche l'ex Ministro Sacconi deve sentirsi fischiare le orecchie, visto che nell'intesa separata ci sono affermazioni che puntano a contratti aziendali o territoriali che superano i contratti nazionali e perfino le leggi vigenti. Dov'è la differenza tra Sacconi e Fornero ?
Per fortuna per rendere attuabile l'intesa queste leggi debbono essere prima cambiate e difficilmente ci sarà il tempo di farlo prima delle prossime elezioni. Si vedrà chi si prenderà la responsabilità di farlo. A partire dai controlli video sui lavoratori vietati finora dallo statuto dei lavoratori.
Cosa chiedeva la Cgil di così straordinario e che non poteva essere accettato ? Sostanzialmente chiedeva di non ridurre il ruolo del contratto nazionale al di sotto della tutela del potere di acquisto, tenendo conto che nemmeno questo risultato in realtà è del tutto assicurato dall'aggancio all'indice attuale di riferimento. In futuro tutto sarà condizionato ai rapporti di forza. La Cgil chiedeva poi di non consentire deroghe senza regole nella contrattazione di 2° livello agli inquadramenti professionali e agli orari di lavoro. Mentre l'intesa apre la strada allo spostamento a lavori dequalificati e forse a riduzioni di salario. La Cgil chiedeva infine di garantire l'attuazione delle regole su rappresentanza sindacale e approvazione degli accordi contrattuali come è previsto dall'accordo del 28 giugno 2011, che è stato firmato da tutti i sindacati. Come conseguenza di quell'intesa c'è anche il possibile recupero del vulnus creato con l'esclusione della Fiom dalla Fiat e dal contratto nazionale di categoria.
L'intesa separata mette in concorrenza esplicita tra loro non solo i ruoli contrattuali: nazionale e aziendale, ma di fronte alla detassazione al 10 % del salario aziendale autorizza la possibilità di tagliare fette del contratto nazionale per farle passare come salario di produttività aziendale. Se il salario dei lavoratori era detassabile, almeno in parte, perché mai fare questa finta, che avrà come unico risultato di ridurre drasticamente il ruolo del contratto nazionale e aprirà una differenziazione nei trattamenti salariali reali dei lavoratori ?
E' un'intesa che accetta di caricare gli incrementi di produttività essenzialmente sulla componente lavoro, sgravando l'impresa da impegni seri. Malgrado sia ormai ampiamente dimostrato da studi e ricerche che i lavoratori italiani mediamente lavorano come e più degli altri lavoratori europei, tedeschi in testa. Le carenze di produttività italiane derivano essenzialmente dalla crisi che non consente un buon utilizzo degli impianti, da una spesa in ricerca più bassa dei concorrenti, da un'innovazione ferma al palo, sia di processo che di prodotto come dimostra bene il caso Fiat, da carenze infrastrutturali, da un costo del denaro più alto, ecc.
Le imprese escono dall'intesa senza prendere impegni e caricando parte degli aumenti salariali in azienda sul fisco, inotre ottengono la promessa di ulteriori riduzioni fiscali a partire dal 2014.
Per di più c'è un passaggio nell'intesa in cui sembra di capire che i lavoratori che non possono più andare in pensione dopo e norme Fornero dovranno passare a part time per fare spazio occupazionale ai giovani, perdendo parte del salario subito e della pensione in futuro.
Il Governo ha confermato che l'equità non è nel suo Dna perché ha avallato la tesi padronale che la produttività deve aumentare a carico dei lavoratori. Il Governo sembra anche avere dimenticato che la defiscalizzazione al 10 % del salario di produttività vige da 5 anni, ma la produttività non è migliorata per questo.
Perché il Governo ha convocato le parti di fronte al rischio di un'intesa separata e poi l'ha avallata con il suo timbro ? Temo per ragioni di politica interna. Perché serve a Monti per proseguire l'autopromozione per restare in buona posizione per la conferma alla Presidenza del Consiglio dopo le prossime elezioni e perchè organizza il campo delle forze che lo sostengono.
Le pessime dichiarazioni di Monti di Qatar sull'assenza di garanzie sul futuro dopo il voto, tardivamente e malamente corrette, avevano confermato urbi et orbi che il Presidente del Consiglio è interessato a succedere a sé stesso.
Con questa intesa separata la lista dei "compiti a casa" dettati dalla lettera della Bce un anno e mezzo fa è sostanzialmente attuata.
Non è esatto dire che Monti non si può candidare alle prossime elezioni. Potrebbe farlo se si dimettesse da senatore a vita per chiedere agli elettori il consenso per il suo programma. Ma non lo farà.
Dopo questo atto, politicamente conclusivo del suo Governo, è bene che gli italiani prendano coscienza che debbono decidere cosa vogliono per il futuro.
Una netta vittoria del centrosinistra (quello che c'è già, più quello che si potrà ancora aggiungere dopo le primarie) dovrebbe indicare una svolta netta: ad esempio mai più accordi separati. In questo caso anche l'interessa separata potrebbe essere recuperato da un'innovativa iniziativa del Governo che verrà.
Boeri ha ragione: l'Italia oggi ha bisogno di un forte acccordo tra le parti sociali, di valore almeno pari a quello del 1993, realizzato con Ciampi Presidente del Consiglio, che recuperò anche le ferite dell'accordo separato del 1992.
Questo Governo non ha detto nulla di nuovo dopo gli accordi separati dei Governi Berlusconi. Il suo ruolo volge al termine. Per favore, si porti anche l'Agenda.

Questo articolo di Alfiero Grandi è pubblicato contemporaneamente anche su www.altroquotidiano.it, www.paneacqua.info, www.ilponterivista.com, www.cambiailmondo.org, www.dazebaonews.it, www.torinoviva.blogspot.com,

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